Anna Lombroso per il Simplicissimus

Hanno popolato il cinema degli anni ’50 quei furbi paesani, quei fattori con le scarpe  grosse e il cervello fino, quegli intendenti bravi a fare la cresta sul raccolto e sul bestiame, che una volta l’anno andavano a presentare i conti al signorotto. E che per accattivarselo gli portavano i fiaschi di vino, le bottiglie di olio,  le uova di giornata e quei bei capponi grassi pronti per il brodo dell’esile prole del padrone. Che sa bene che il suo factotum lo imbroglia, arruffa i conti, gli scrive che la grandine ha fatto un gran danno, ma sa anche che la roba è la sua, la terra à la sua e ci comanda lui.

Lo ha fatto capire bene quello che rivendica di essere ancora il padrone del mondo, mentre con magnanima e sorridente accondiscendenza presentava alla stampa il burino di Rignano, fresco di un rapido ripasso del sussidiario sul contributo degli italiani alla grandezza dell’America “a cominciare da Colombo”, orgoglioso di essere arrivato con le bottiglie di Chianti nella valigia legata con lo spago, compiaciuto di avere davanti la stampa statunitense cui raccontare la pinocchieide del suo governo che sta portando l’Italia fuori da guado tramite un pacchetto di riforme epocali, che tanto non interessava a nessuno, nessuno capiva il suo inglese e comunque erano là per chiedere a Obama del Ttp, il trattato che deve ripristinare l’incontrastata  egemonia del mercato targato Usa.

Ma soprattutto fiero e riconoscente della benevolenza dell’imperatore, che ci permette di essere “suoi alleati fedeli” nelle sue scorrerie imperialistiche, comprando aerei che assomigliano ai televisori di Forcella, offrendosi come furieri, ufficiali di collegamento, trampolini di lancio, “hangar” per ingombranti sistemi satellitari, ma all’occorrenza anche bravi soldatini e noncuranti bombardieri.

E che in vena di blandizie, ha voluto riconoscerci l’ultimo e unico primato, la cucina, ammesso che passi indenne attraverso Farinetti e i master chef. E infatti ha raccomandato ai suoi connazionali di andare all’Expo, trattata come merita da fiera gastronomica di paese, da osteria alla buona, da trattoria del paesello, a farsi una bella mangiata di spaghetti con la pummarola ‘ncoppa, malgrado il rischio plausibile che il grullo al suo fianco voglia strafare cantando gli stornelli e le canzoni di Spadaro, o che chiami il vecchio patron a raccontare barzellette e a intonare il suo repertorio da piano bar.

Non ha fatto una piega il “la porti un bacione a Firenze”, non si è vergognato come ha fatto chiunque di noi   sia capitato su Sky24 e farà domani leggendo i titoli entusiastici della stampa. Anzi, era contento di aver passato l’esame dei conti scritti sulla carta del macellaio, quello sociale naturalmente, che sia stata ammessa e promossa la fedeltà cieca, sigillata una volta di più, caso mai non si fosse capito: “gli  Usa sono il nostro modello”, che lui, il ragazzotto miracolato, fosse là, alla Casa Bianca, sotto le stelle strisce, proprio come nei cinepanettoni col De Sica in gita a Washington. Perché purtroppo di Mr Smith che vanno a smascherare intrighi e crudeltà del potere, non se ne fanno più e abbiamo perso lo stampo.