Merkel e il ministro delle finanzeDopo aver massacrato la Grecia per tenerla a tutti i costi nell’euro, adesso la Merkel fa sapere che Atene “non è più necessaria alla moneta unica”. Potrebbe sembrare sorprendente se non fosse cinico, potrebbe apparire assurdo se non si trattasse di un ricatto in vista delle elezioni e della probabile vittoria di Syriza. In realtà – al di là delle paure destinate a suscitare nell’elettorato perché dia ancora una volta la maggioranza a Samaras – la posizione di Berlino è perfettamente razionale, ancorché strumentale: se un nuovo premier di sinistra dovesse chiedere una cancellazione di parte del debito, un allungamento delle scadenze e dare l’alt alle nuove “riforme” imposte dalla troika,  gli effetti sul sistema bancario europeo e soprattutto tedesco sarebbero più o meno equivalenti, se non peggiori rispetto all’eventuale  ritorno della Grecia a una moneta nazionale e dunque a una svalutazione prevista intorno al 30%, anche perché ormai l’86% del debito è in mano a Fondo monetario, Bce, governi e organizazioni finanziarie internazionali. Così, approfittando del periodo di assestamento necessario, sarebbe più facile guidare un’uscita a destra della crisi del Paese peraltro in gran parte causata proprio dai diktat europei.

Questo perché gran parte di Syriza, come del resto gran parte della sinistra europea è vittima di un pregiudizio pro euro che impedisce o rende psicologicamente e ideologicamente oneroso mettere a punto piani davvero alternativi che fronteggino scelte di campo decise in contrasto con la logica finanziar -liberista.Ee questo rende quanto mai fragili i tentativi di cambiare davvero le cose. Così siamo arrivati al paradosso che richieste meno radicali come quella di tenersi l’euro nell’ipotesi di cambiare solo la sua gestione o i trattati che lo sorreggono, vengono considerati alla stessa stregua di una frattura chiara e definita rispetto alla moneta unica. Naturalmente questa nuova e inedita equivalenza che manda all’aria tutto il discorso dell’ “altra europa”, ha una valenza pre elettorale. Ma sarebbe un errore non considerare tutti i piani di significato che Berlino sottende all’inaspettato discorso sulla Grecia.

Il primo e più importante dei quali è il seguente: l’euro, la sua gestione, i suoi trattati o rimangono così come sono e dunque non impegnano una messa in comune del debito e men che meno una ripresa sul territorio europeo di una politica di bilancio oppure è meglio l’uscita. Ufficialmente Berlino dice che la nuova posizione sulla Grecia è determinata dal fatto che non esiste più il pericolo di un effetto domino che coinvolga altri Paesi dell’area euro, ma questa è una palese bugia. Ciò che si vuole far intendere è che la Germania stessa potrebbe uscire dalla moneta unica se si vedesse costretta a supportare debiti altrui tramite la manipolazione di regole e trattati e se non fossero rispettate le riforme, ovvero i massacri sociali richiesti da Bruxelles e dai centri finanziari.

La logica della partita è chiarissima e lo è anche la sua morale politica: le opposizioni di sinistra pensavano che chiedendo di meno rispetto a un ripensamento totale dell’Europa e della sua unione monetaria, tutta incentrata sul banchismo, sarebbero apparse più responsabili e credibili, magari riuscendo anche a ottenere qualcosa, ma ora si scopre che anche quel meno non è più negoziabile. Si scopre che il vero tabù non è l’euro in sé, ma la politica reazionaria che esso ha consentito alle oligarchie europee con lo smantellamento dello stato sociale e delle tutele del lavoro per necessità di bilancio del tutto artificiali. Ora che la periferia continentale si è paurosamente indebolita ed è stata sufficientemente sfigurata dal punto di vista istituzionale, che nei Paesi più importanti l’opposizione frontale è praticata a destra, si può cambiare tattica ed agire da un’angolazione diversa: non più la costrizione nella moneta unica, ma la gestione di un’uscita che garantisca i “risultati” raggiunti, la disuguaglianza sociale, lo stato come residuale, la giubilazione dell’idea di diritto sociale e la privatizzazione totale.