antonio_gentile_fotogramma_248x156Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pharmakos (φαρμακός) era il nome di un rituale largamente diffuso nelle città greche, simile a quello del capro espiatorio, che aveva l’intento  di ottenere una purificazione per l’intera collettività mediante l’espulsione dalla città di un individuo chiamato pharmakos (a un tempo “il maledetto” e la “cura tramite espiazione”).

Secondo Ipponatte un uomo scelto per la sua bruttezza veniva nutrito a spese della città, poi, un giorno stabilito, era scacciato a frustate; in altri luoghi ogni anno uno sventurato veniva “comprato” e nutrito a spese pubbliche, poi lo si espelleva a sassate dalla città.

Dopo qualche pressione Antonio Gentile, autodefinitosi “generoso”,  scelto non per la sua bruttezza fisica e nemmeno per una peculiarissima bruttezza morale – non è nemmeno indagato, pensa un po’ – si è sacrificato per il bene del suo clan, il governo, salvandolo e salvando anche altri ipotetici capri, pure quelli con qualche colpa più accertata o evidente.

Gli ingrati  – riduttivamente  – hanno retrocesso l’immolazione a “buon senso”, hanno accolto con sollievo ed apprezzato lo spirito di servizio dimostrato “mettendo al primo posto l’Italia”, pratica effettivamente ormai piuttosto desueta.

E al tempo stesso hanno dato una lisciatina ai media che si sa quanto ci tengono che la loro autorevolezza, credibilità e indipendenza non venga lesa da pressioni indebite e violente. Perché invece se ci sono, ma assumono la forma della blandizie, dello scoop dato in esclusiva, del soffietto, del pizzino fatto passare di mano in mano dal cancelliere  al redattore per appagare vendette o giochi di ruolo, oppure se prende l’ancor più gradito aspetto di contributo pubblico, allora non è censura, non è ricatto, non è corruzione, diventa magicamente sostegno alla libera informazione.

Adesso, pacificati i direttori di autorevoli testate molto impegnate sulla questione morale purché tratti di reati e trasgressioni diversi dall’alienare denaro pubblico per non informare i cittadini, essere incompetenti, nascondere verità e dati inconfutabili, tacere sull’Ilva, adorare Marchionne, idolatrare De Benedetti, possiamo tenerci gli altri cinque peraltro indagati: Francesca Barracciu, Umberto Del Basso de Caro, Vito De Filippo, Maurizio Lupi, Filippo Bubbico, in una creativa commistione tra impresentabili, in candidabili, inossidabili e irriducibili.

Della Barracciu molto si è detto e per carità non parlatemi dell’accanimento fisiologico mosso contro una donna. È che dovrebbe far insorgere qualsiasi cittadino uomo o donna che sia, la tracotanza secondo la quale un soggetto inopportuno inadatto ad essere votato, diventi opportunamente un valente candidato a fare il sottosegretario in un dicastero strategico, senza peraltro possedere curriculum e referenze scientifiche necessarie, tanto da non avere contezza nemmeno delle sue competenze, tra turismo e conservazione, che, come è noto, non vanno da tempo d’accordo. Anche se a pensarci bene dovremmo trovare incoraggiante che il Pd abbia per una volta tenuto conto del parere degli elettori, quelli veri, non quelli mascherati per la cerimonia delle primarie.

E poi c’è Maurizio Lupi erede almeno del titolo di abominevole uomo delle navi, per via della sua insana passione per i transatlantici a San Marco, inquisito dalla Procura di Tempio Pausania per concorso in abuso d’atti di ufficio per la nomina del commissario dell’Autorità portuale del Nord Sardegna. C’è poi il caso di Vito De Filippo, sottosegretario alle Salute, accusato per 3.840 euro con cui – così dice lui – l’ex presidente della Basilicata del Pd comprò francobolli in due tabaccherie. Un altro caso riguarda il beneventano Umberto Del Basso De Caro, ex socialista, avvocato di Nicola Mancino nel processo sulla trattativa Stato-Mafia, anche lui sotto inchiesta per i rimborsi facili in regione (la Campania, nel suo caso). E  Filippo Bubbico, confermato viceministro  all’Interno, che è sotto processo a Potenza per abuso d’ufficio.

Ma il caso peggiore di corruzione, ben oltre queste miserie peraltro esemplari della mediocrità da ladri di polli della nostra classe politica, tra pieno di benzina e lecca lecca, tra camper e mutande verdi, è quello di quasi 62 milioni di individui che li tollerano, in alcuni casi li votano, in molti altri li imitano, in parecchi li invidiano. E comunque li sopportano come se la pazienza fosse diventata una virtù, l’indifferenza una ricetta per la sopravvivenza, l’isolamento accidioso l’unica forma di protesta, lo sbuffare l’insostituibile esercizio della critica, applaudendo un film che mostra il peggio di noi, volgarità, strafottenza, accondiscendenza, prepotenze e ubbidienza, come fosse la più esaltante manifestazione di espiazione collettiva.

Nel giorno della sua rielezione il monarca irremovibile fustigò i costumi del ceto politico. Paradossalmente tutti ne furono contenti come scolaretti la cui punizione si era limitata a qualche minuto di pistolotto in ginocchio sui ceci. E ne furono gratificati anche gli italiani, dimentichi che dietro le reprimende del vecchio preside, si nascondesse un disegno di smantellamento dell’edificio costituzionale, che il rafforzamento di governi di nominati prevedesse una riduzione del potere delle rappresentanze, che in sostanza la critica ai costumi fosse una scorciatoia per restringere la forza e la facoltà decisionale del parlamento eletto dai cittadini.  

Si vede che è vero che per lo più non possiamo non dirci cristiani, che largamente pensiamo si possa sostituire contrizione con responsabilità, che il pentimento anche tardivo o obbligato riscatti da colpe e reati. Riducendo la questione morale a vertenza giudiziaria, chi protesta e denuncia a arcaico moralista, è entrato in esercizio il lavoro della rimozione. Vent’anni fa la ferita faceva ancora male, allora si sono distolti gli occhi, il dolore si è attenuato, insieme però al senso del buono e del bello, abbrutendo a dose graduali, giocando sulla rassegnazione e l’abitudine.

Crolla Pompei e crolla la democrazia e con ambedue la possibilità di contare, di parlare, di urlare, di esigere giustizia, di reclamare diritti. Eppure se la bellezza è la forma visibile della giustizia, se i popoli si accorgessero del bisogno che ne hanno, scoppierebbe la rivoluzione.