422342Anna Lombroso per il Simplicissimus

Le statistiche sulle catastrofi ambientali non dovrebbero basarsi solo sulla contabilità delle vittime, sui morti di pioggia, di frane, di alluvioni, di tifoni, di cicloni. Dovrebbero annoverare il passivo del lungo termine, gli effetti sul territorio, sulla quantità e qualità delle risorse, sui danni al paesaggio, e su quelli che deriveranno dall’esposizione dei suoli fragili e vulnerati alla speculazione. Ma si tratta di conseguenze meno spettacolari, di dati meno sensazionali. Senza dire che anche le calamità sui media si dividono in disastri di serie A e di serie B, peraltro ambedue condannati a una veloce smemoratezza, a scivolare nelle brevi dall’Italia messe in ombra da altre decadenze.

Lo sanno, e amaramente, i calabresi che oggi aspettano nel silenzio della stampa, una catastrofe annunciata sperando che per una volta l’allarme non sia profetico, non potendo contare sull’adozione e applicazione di regole di precauzione e misure di prevenzione. Scuole chiuse, ma centri commerciali aperti, raccontano sul web, che anche il pericolo è di serie A e di serie B rispetto alle leggi del mercato. Lo sanno, e amaramente, perché ogni anno l’autunno è presago di sventura, perché da giorni vivono in una condizione di rischio avvisato, ma non per questo contrastato o mezzo salvato, perché stampa e popolazione sono disincantate, resa ciniche dall’abitudine all’incertezza e a un ambiente impoverito e svilito.

Si le statistiche della catastrofi in Calabria dovrebbero tener conto degli effetti  di 741,   chilometri di costa: insenature, pendii che degradano fin dentro il mare, di scogliere ed acqua cristallina, ma alternati occasionalmente a tratti sbucciati da incendi, deturpati da eco-mostri e speculazioni edilizie di ogni dimensione, villaggi turistici spettrali, ville abusive disabitate, alberghi abbandonati infestati di topi e serpi, di abitazioni rimaste allo stato di scheletrite carcasse,  impianti industriali chiusi e mai bonificati.  La carta della regione è punteggiata di nomi evocativi di una guerra alla bellezza e alla legalità: Capo Bruzzano, provincia di Reggio Calabria, trenta squallide  palazzine a due piani, collocate sfrontatamente in un’area vincolata. O Metropolis che non è un luogo, ma l’operazione della Guardia di Finanza che  ha portato al sequestro di 17 villaggi turistici realizzati da due cosche dell’ndrangheta. O Capo Pellaro,  un tempo   santuario per di specie migratrici oggi ridotto a discarica a cielo aperto  che riversa percolato nel torrente Fiumarella, dove il comune di   Reggio Calabria ha autorizzato un insediamento turistico di una cinquantina di  villette a schiera. O Saline, dove sull’area della ex Liquichimica abbandonata, si vorrebbe tirar su una superflua  centrale a carbone da 2 turbine da 660MW della SEI S.p.A.   arresti. Un trend tristemente in crescita negli ultimi 10 anni.  E per non dire degli sversamenti in mare di reflui,  scoli di fognature, sbocchi di attività industriali, di trasporti opachi di rifiuti in mano alla criminalità, come gran parte delle attività di edilizia turistica, dei trasporti commerciali, della ristorazione.

Non gode di buona stampa questa regione. Tempo fa un comandante dei carabinieri di stanza a  Monza, impegnato a investigare sull’intreccio tra corruzione, reati economici e criminalità, ha detto: “il mondo ormai è la Calabria e quello che diventerà Calabria”. Come se questo fosse il laboratorio sperimentale della orrenda commistione tra malaffare e politica, tra mafie e tessuto imprenditoriale e sociale, che contagia il resto d’Italia delle sue patologie, dei suoi vizi. Non gode di buona stampa nemmeno la sua popolazione, come se solo qui i mali fossero endemici, mentre altrove  vige una demarcazione netta tra classe politica corrotta e infetta e invece società civile virtuosa e sana.

Eh si la ‘ndrangheta circola per la nazione, ma non posso dimenticare quanti calabresi hanno invece partecipato alla visione di uno Stato basato sul diritto, a quanti hanno rappresentato eccellenza e iniziativa, a quelle intelligenze che oggi continuano a illuminarci per amore della ragione e della giustizia, da Rodotà a Ruffolo. E nemmeno quanto la loro denuncia sui pericoli dell’abbandono indifferente del Mezzogiorno nelle grinfie della criminalità, abbia avvertito che il contagio è già avviato, investe il paese tutto percorrendo le strade della disuguaglianza e dell’iniquità, quelle che rendono tutti ugualmente esposti a corruzione, illegalità, povertà, servitù.

Il populismo privatistico che caratterizza l’avvicendarsi dei governi, prima e dopo il condannato, non ha magari la forza di un’ideologia, ma comporta un clima, che prende la forma di lassismo morale per tutto quanto è res publica, quello che meglio si adatta a coltivare le predisposizioni a comportamenti criminali o alla tolleranza per l’illegalità. È stato pulsione di ricchezza baldoria, è stato disprezzo per la politica e la rappresentanza, è stato tribalismo calcistico, è stato insofferenza per critica per la discussione, è stato onnipotenza della cura degli affari propri. è stato ed è degrado del paesaggio, offesa del territorio, degenerazione delle città e dei luoghi dove un tempo era bello e dolce incontrarsi e ragionare e innamorarsi e passeggiare, avvelenamento di chiare dolci e fresche acque da bere e dove bagnarsi e dove nuotare, pensando di imbarcarsi per andare lontano verso avventure eroiche con la certezza di tornare e ritrovare la stessa bellezza.