letta-napoletano-squinzi-U10175353656d6F--258x258@IlSole24Ore-WebAnna Lombroso per il Simplicissimus

Va bene, lo ammetto. Anche io a volte sono tentata di imbracciare il mitra quando sento la parola Cultura.

Mi succede quando a pronunciarla sono quelli che hanno contribuita ad avvilirla, che cedono monumenti in comodato trentennale a sponsor, che intendono il mecenatismo come concessione benevola e generosa a industriali megalomani, a anziani sarti in vena di lasciare tracce imperiture, a grandi navi che minacciano tessuti urbani fragilissimi per favorire una “fruizione” mordi e fuggi. E che ritengono che la circolazione della bellezza e della creatività sia garantita da Grandi Eventi, export di opere vulnerabili per presenziare a mostre invisitate, dalla ri-costruzione disinvolta di facciate michelangiolesche, dalla “scoperta” molto pubblicizzata di discusse e discutibili opere leonardesche.

L’acrobazia semantica che conduce da “giacimenti culturali” a valorizzazione, è rapida e implacabile: prima l’arte, i beni culturali “giacevano” e adesso arriva la loro promozione tramite mercato, tramite sfruttamento, tramite profitto. “Valorizzazione” significa per quelli contro i quali indirizzerei il mio mitra virtuale, vuol dire, e universalmente ormai, impiegare profittevolmente le foreste pluviali per produrre il nostro parquet, impiegare Venezia come una quinta teatrale per tragitti affetti da provocatorio gigantismo, mettere e disposizione il Colosseo per essere timbrato anche sulle suole, allestire kermesse e matrimoni di contigui a notabili dentro templi e siti archeologici, favorire pericolosi viaggi di promozione di opere vulnerabili, mentre i Bronzi di Riace giacciono appunto poco culturalmente negli scantinati. E, perché no?, affittare a banche e aziende quadri dimenticati che avremmo il diritto di goderci tutti, magari grazie alla sorveglianza di giovani custodi socialmente molto utili.

Ieri, vedi caso che coincidenza, l’eterno nipotino di tutti, aduso a letture edificanti e divine armonie, da Dylan Dog a Vasco Rossi, ha scelto il contesto del Sole 24 Ore di Confindustria per dimostrarci che si è infine convertito alla Cultura Alta, quella dei Musei, delle Fondazioni, delle Biblioteche, tanto che li annovera tra quei beni economici e produttivi da sfruttare per tirarci fuori un po’ di grana. Dopo averli trascurati, immiseriti, traditi, dopo aver smantellato il sistema di tutela e salvaguardia, dopo aver sostituito tecnici competenti e appassionati con aspiranti “manager”, esperti in fast food, dopo aver immaginato regole di governo del territorio che legittimino abusi e licenze, adesso che costano meno, adesso che non basta una mano di pittura per coprire le crepe, si decide di offrirli a un mercato che li “valorizzi”, per far sì che dai beni culturali tragga il bene, ma quello personale e privato.

Dovrebbe già insospettirci la disinvoltura con la quale si tratta la materia, a conferma che viene considerata una proprietà del governo, della classe dirigente, dei padroni, mentre noi tutti – loro un po’ meno – abbiamo pagato tasse anche per loro, così che sono nostri, di tutti, inalienabili e preziosi anche per questo. E deve disturbarci anche la togata e accademica convinzione che la Cultura sia confinata in polverosi musei, che non ne faccia parte un paesaggio deturpato, un territorio trascurato, risorse depauperate e una memoria collettiva cancellata da terremoti, piogge, disastri prevedibili, che per qualcuno è solo un’eco fastidiosa nella coscienza da coprire col fruscio delle banconote.