hqdefaultAnna Lombroso per il Simplicissimus

Adesso c’è anche il mammagate, che si sa i figli so’ piezzi e core. È facile immaginare   quella che forse era stata installata sulla poltrona degli interni per dare una pennellata di ruspante umanità al frigido governo dei tecnici, mentre sta davanti all’arcaico telefono a gettoni che ha reso leggendaria la sua irresistibile imitazione, mentre esercita il suo istinto materno a beneficio della signorina Ligresti, nel timore, ha dichiarato, che commettesse gesti auto lesivi.

Non sono tutte belle le mamme del mondo, non sono tutte uguali, non sono uguali i loro figli, così come non sono uguali indagati, imputati e nemmeno i condannati. E mica vorrete paragonare la  Ligresti, che ne so, a Cucchi, diamine.

La guardasigilli non ha dubbi sulla correttezza del suo operato, dichiarandosi  pronta a riferire in Parlamento, ove richiesta, “per poter dare ogni chiarimento che si rendesse necessario”.  La sua improvvida telefonata, intercettata e riferita dall’Adn Kronos, la definisce “un atto di solidarietà sotto l’aspetto  umano”.  E il suo intervento “tutto da dimostrare” sarebbe stato “doveroso”,  e d0altra parte, rammento in una lettera indirizzata ai capigruppo: “Tutti voi conoscete l’attenzione e l’impegno che fin dal primo giorno del mio mandato ministeriale ho riservato alle condizioni in cui versano i detenuti. Nel caso di Giulia Ligresti, non appena avuta conoscenza, per via diretta, delle condizioni psicofisiche della ragazza, era mio dovere trasferire questa notizia agli organi competenti dell’Amministrazione Penitenziaria per invitarli a porre in essere gli interventi tesi ad impedire eventuali gesti autolesivi. Mi sono comportata, peraltro, nello stesso modo quando sono pervenute al mio Ufficio segnalazioni, da chiunque inoltrate”.

Sfrontatamente la Guardasigilli insiste: “Intervenire  è compito del Ministro della Giustizia. Non farlo sarebbe colpevole e si configurerebbe come una grave omissione. Non c’è stata, quindi, né poteva esserci alcuna interferenza con le decisioni degli Organi giudiziari”. E per non lasciare spazio a interpretazioni malevole e ad accuse di aver anteposto interessi personali si è recata dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano,  per illustrare al capo dello Stato “le misure relative al sovraffollamento delle carceri che sta predisponendo”.

Adesso diciamoci la verità, perché mai la Cancellieri dovrebbe essere differente da due partiti omologhi che da mesi e per altri mesi compiono spericolati equilibrismi per evitare a un loro apri condannato, di scontare la giusta pena? Perché dovrebbe assumere comportamenti differenti da un’assemblea di industriali che applaude a degli assassini? Insomma perché dovremmo aspettarci da lei, malgrado il physique du role della massaia rurale, il vocione da ultra della curva sud, di esprimere senso dello stato, lealtà all’istituzione che rappresenta, senso civico e integrità morale, che ormai qualsiasi  membro del ceto politico considera un optional indesiderabile per non dire un ostacolo avverso al dispiegarsi di aspirazione e ambizioni.

Osservatori maliziosi hanno dato una lettura semplicistica dell’inopportuno favoritismo della Cancellieri nei confronti dell’appartenente a una dinastia spregiudicata e rapace, che, vedi che coincidenza, ha dato non sappiamo se lavoro, ma certo prosperi emolumenti a suo figlio.

Io credo sia un particolare in più per diagnosticare un fenomeno che un tempo era comune, generalizzato e collettivo, una componente potente della nostra autobiografia nazionale, quel  familismo amorale, quell’indole, descritta come patologia endemica da Banfield, propria di comunità arretrate, caratterizzate da un concezione estremizzata dei legami familiari  nel perseguimento di vantaggi del proprio nucleo a  danno della capacità di associarsi e dell’interesse collettivo.

Si, pareva essere un mal comune, guardato con l’indulgenza con la quale si osserva un vizietto diffuso, quindi perdonabile,  soprattutto in una fase esasperata del neoliberismo, con un mercato del lavoro sempre più flessibile e precario, uno stato sociale ridotto a somministrazione arbitraria di servizi scarsi e inefficienti, e nella quale tocca ricorrere all’arte di arrangiarsi “in casa”.

Non è così, si sono presi anche quello, intrecciandolo strettamente e indistinguibilmente al clientelismo, facendone sistema di governo, in politica, nelle università, nelle corporazioni,  nei giornali, nelle aziende, comprese quelle pubbliche. E decretando invece per noialtri la fine di patti generazionali, la cancellazione per fame del sostegno di tribù sempre più piccole e conflittuali, l’accendersi di lotte tra poveri, l’alimentazione del risentimento tra genitori e figli, uomini e donne, sancendo la fine delle probabilità che l’unione tra oppressi faccia la forza di reagire al sopruso.

È diventato il pilastro della loro attitudine ad agire per cricche, per lobby, secondo le procedure della fidelizzazione aziendale, dell’appartenenza ubbidiente a regole opache e delle selezioni del personale care alle mafie, è il principio cui si uniformano i loro comportamenti, è la forma che assume per loro la “solidarietà”, quella delle raccomandazioni, dei favoritismi, delle scorciatoie, fino alle leggi e alle amnistie ad personam, ai condoni, agli scudi, ai perdoni, agli appalti truccati, alla pressione sui controlli che non si sono potuti annullare, alla persecuzione di chi si ribella.

Sono riusciti laddove i lavoratori e gli sfruttati di tutto il mondo hanno fallito, unirsi nella guerra contro di noi. L’hanno dichiarata e la stanno conducendo, spetta a noi difenderci e non avere pietà, nemmeno delle loro mamme.