181103985-f16353b2-c8c0-4b35-8876-efc671fd9eb3Anna Lombroso per il Simplicissimus

Negli anni immediatamente precedenti l’ultima grande crisi, la liquidità mondiale superava il prodotto reale mondiale di dodici volte. Lo squilibrio era colmato da un gigantesco indebitamento: l’economia si reggeva non, come nei tempi passati, sullo sfruttamento presente, ma sui redditi futuri, sull’illusione e la fiducia riposta negli illusionisti e nelle loro promesse.   Le banche sembrano generose per chi vuol crederci, concedono sorprendenti crediti che alimentano bolle sospette. Ma arriva però, fatalmente, il risveglio dalla sbornia, quello in cui le onde del debito cessano di accavallarsi le une sulle altre e infrangendosi sulla riva travolgono gli sprovveduti bagnanti. È quando, come dice Galbraith, gli sciocchi sono divisi dal loro denaro.  Ma anche i lavoratori dal lavoro e i cittadini da certezze e diritti.

Sarò bastarda dentro, ma non sento  “compassione”, quella di Schopenhauer,  per gli “stolti” secondo Galbraith, che si separano dal gruzzolo per inseguire i giochi di prestigio dell’economia immateriale, che vogliono farsi convincere dalle promesse della roulette truccata, pronti alla rinuncia a conquiste, garanzie, legalità e giustizia per comprarsi prerogative, acquisire privilegi a  pagamento, godere di elargizioni pelose quanto la carità dei padroni. Molti dei quali hanno scelto di lasciare alle generazioni future le proprietà labili dei derivati e dei fondi piuttosto che sapere e conoscenza, i mattoni e il cemento effimero delle bolle  piuttosto che bellezza e libertà.

Ecco, allo stesso modo non nutro nessuna comprensione per altri disillusi, quelli così ben dipinti dal Simplicissimus, presi per incantamento dagli azionisti del partito liquido, magari suscettibile di trasformarsi nell’altrettanto improbabile “palestra” di Barca, compiaciuti della sacra rappresentazione, della liturgia delle primarie sostitutive di una democrazia svuotata e oltraggiata, convinti dell’opportunità, per non dire dell’opportunismo, di scendere a patti, col Pdl, con Letta, con Monti, sulla cui agenda sono stati pronti a giurare,   con l’Europa che ce  chiede, con l’euro visto come una medaglietta portafortuna, che guai se la perdi, con l’eterno nemico senza il quale ci si perde e non ci si riconosce, con Marchionne, con Squinzi, con Tod’s che si annette il Colosseo, con i santini del pantheon neo liberista, citati con ossequio dal Boccia che ne avrà sentito parlare da Brunetta, soprattutto con il Tina della Thatcher, per aver dismesso con l’alternativa, il pensare altro che dalla necessità,  la rinuncia di certezze, diritti, garanzie e conquiste, vista come pragmatica, ragionevole e ineluttabile, l’abdicazione delle ideologie insieme alle idee, vista come offerta indispensabile, se non desiderabile, agli dei della teocrazia implacabile del profitto.

 Quante volte, quando irosamente mi esprimo con parole così poco compassionevoli, vengo rintuzzata: ma ci sono i militanti, quelli che cucinano salsiccine, quelli tirano su palchi e spazzano quendo la musica è finita e gli amici – la parola compagni è desueta – se ne vanno, quelli che ci credono, quelli attaccati ancora alle care memorie, alle lontane e dimenticate radici, quelli che a Berlinguer vogliono ancora bene. Infatti mi chiedo come sopportino gli avvertimenti in stile mafioso del segretario: “Crisi? Pagherebbero i cittadini”, come possano tollerare gli equilibrismi per salvare, col condannato, i  posti in prima fila degli abbonati al potere, come possano non sentirsi umiliati  dalle acrobazie per mettere in piedi un porcellum concordato e condiviso, come possano non reagire con rabbiose defezioni di fronte al permanere di osceni conflitti di interesse, alle strafottenti sottovalutazioni della pressione, non solo simbolica, dei costi della politica, quelli veri, come possano accontentarsi delle braciolette buttate ai cani, quelle della dichiarazione dei redditi tardiva dei ministri, mentre nulla si fa per contrastare la corruzione, o quella delle incursioni per controllare gli scontrini, quando ogni giorno veniamo a sapere nuovi particolari sll’entità marrana dell’evasione.

Sono delusi si dice, ma dovrebbero essere molto più che delusi, molto più che incazzati, con un partito che è venuto meno al mandato di rappresentare una sinistra, che ha tradito la rappresentanza degli elettori e la missione di difenderne le prerogative di cittadinanza, se ha permesso e rivela ogni giorno l’intento di consentire, con l’esplicita slealtà nei confronti della Costituzione, la rinuncia alla sovranità, che è la rinuncia a essere Paese, popolo, nazione    quella che non è costituita su basi etniche, che si deve fondare sulla lotta alle disuguaglianze e fondarsi su responsabilità e diritti,  pronta ad accogliere in sé tutti coloro che vengono a farla vivere col loro lavoro ed energia,   e a tutelare e promuove chi c’è nato e contribuisce al suo splendore ancora giovane e così insidiato.