3234862031_ff10373d67Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ancora prima del feroce dinamismo verbale come sistema di governo, in sostituzione delle attività di pensiero e dell’esercizio della ragione o almeno della ragionevolezza, fare era un verbo molto impiegato soprattutto per esprimere e sintetizzare un processo magari nella più totale indifferenza per il prodotto. A un certo momento al cinema, subito mutuato dalla realtà, abbiamo cominciato a vedere e sentire coppiette festose decidere più o meno simultaneamente che era suonata la sveglia biologica e che era il momento di “fare” un bambino. E poi registi “facevano” un film, cantautori “facevano” un disco”, finché – ahimè- in molti hanno cominciato non a scrivere ma a “fare” in libro, incuranti di tema, risultato, successo: l’importante è “fare”, raccontare che si sta “facendo”, leggere qualche capitolo a qualche malcapitato, anticiparne la traccia a una tv locale, insomma sentirsi e narrarsi come scrittori.

Sarà per via di questo fenomeno che è cominciato il declino di Rebellato di Padova e di tutte quelle piccole case editrici alimentate dalle ambizioni   di intellettuali di paese e non, voci critiche o poetiche sulle quali sono stati costruiti tanti personaggi – tra tutti il Satta Flores di C’eravamo tanto amati –  che si sentivano “oltre” e erano disposti a qualsiasi sacrifico per vedersi pubblicati, per tenere tra le mani l’oggetto sospirato delle loro velleità. O forse la tv prima e la rete, i social network, poi,  sono diventati uno svelto palcoscenico egotico per aspirazioni e sfoghi, per creatività e esternazioni intime magari in 140 battute.

E infatti sono popolati di profili di autodefinitisi scrittori, densi di annunci che si sta “facendo” un libro autobiografico suggerito da esperienze indimenticabili e purtroppo indimenticate di vita vissuta, o un pamphlet  ispirato da eccezionali e uniche disillusioni, o una raccolta di pensieri e aforismi scaturiti da un improvvida indole al disimpegnato uso improprio, lievi sui temi ardui e pesanti su quelli leggeri.

Ma da novembre cambia tutto, ci pensa la Rai, dopo la dismissione del progetto umanitario a preoccuparsi di ben altri diseredati e reietti, degli aspiranti scrittori senza speranze, dei troppe volte respinti al mittente, di quelli che da anni stanno “facendo” un libro.

E vien bene in uno dei paesi dove si legge di meno e orgogliosamente si vede più Tv, il nuovo talent show, Masterpiece si chiama, che Rai3 proporrà da novembre in seconda serata e che metterà in scena  “autori noti che giudicheranno i lavori di scrittori in erba” .   Il romanzo vincitore del programma, che nasce da una collaborazione tra Rcs Libri, Rai e Freemantle, sarà edito dalla Bompiani con una tiratura considerevole: 100 mila copie, in edizione cartacea e digitale. Il volume sarà inoltre presentato al prossimo Salone del libro di Torino. Per il lancio saranno coinvolte da RCS Libri 100 librerie indipendenti, oltre che i principali store e-commerce, col sostegno di una campagna promozionale cross mediale con le testate quotidiane e periodiche del Gruppo RCS. Per partecipare, bisogna allegare al curriculum anche due istantanee, che, si sa, tutto fa spettacolo e anche per “fare” un libro è meglio essere fotogenici in modo da andare poi in altri talent in qualità di commentatori, in talk in qualità di opinionisti, in isole in qualità di potenziali eroi.

Per dir la verità, già prima di Masterpiece, basta accendere la televisione e sintonizzarsi su Rai, Mediaset, Telesgurgula,  la7, per imbattersi in un autore col suo prodotto in mano, del quale non è importante contenuto e stile, perché a farla da padrone è proprio l’oggetto, un certo numero di pagine le più leggibili delle quali sono quelle bianche, una bella copertina magari con la foto del noto o aspirante noto al suo primo cimento, che di solito resta tale, e che spazia tra madeleines di Proust e purè in fiocchi di Parodi,  già avvolto nel cellophane, promessa di una vantaggiosa collocazione sui banchi del supermercato.

È probabile che ci sia una spiegazione, che non credo sia quella che siamo un popolo di navigatori e poeti. No, c’è da sospettare che l’editoria, concentrata in poche note mani come tutto ormai, preferisca un popolo di scrittori che nessuno legge, a un popolo di lettori, che, dai e dai,  comincia a pensare, ragionare insieme,  arrabbiarsi e riprendersi quel bellissimo “fare” da sè il proprio destino e la propria libertà.