Venezia, obiezione d’indecenza

TYP-459307-4760318-abortoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Spesso scrivo di Venezia, per campanilismo dell’anima, si dirà. Ma è che ci sono città che subiscono dei test della barbarie: se resistono, se i cittadini non insorgono, se la comunità mondiale che guarda ad esse  come a tesori preziosi e inimitabili, da curare e conservare, allora tutto è possibile: oltraggi ai monumenti, derisioni della bellezza, affronti agli abitanti.

La polizia che mena e intossica di lacrimogeni cittadini armati di bandiere festosamente irridenti il business bugiardo delle crociere, amministrazioni pubbliche che si fanno comprare da multinazionali delle vacanze in gregge, da vecchi marpioni che vogliono tirar su il loro mausoleo ai danni dell’ambiente e della sicurezza, la chiusura forzata e prepotente di un inoffensivo luogo di incontro di ragazzi, in un bel campo amico della socialità, come se il suono di un “mandolino amplificato” fosse offensivo per la collettività più delle invasioni di turisti per caso spaesati spinti come pecore al rapido consumo, più delle grandi navi che sfiorano la Piazza e la riva e San Giorgio, inquinando e minacciando stabilità e sicurezza, più dell’espulsione di abitanti, negozi e botteghe artigianali,  più dell’alienazione di siti storici come l’Arsenale ceduti ai boss del Consorzio, che sta occupando la città e la sua economia in nome di una salvaguardia che riguarda solo   interessi privati, ecco sono tutte ferite, non solo al buonsenso, alla ragionevolezza, ma anche alla memoria e alla storia di un posto straordinario che ha costruito la sua grandezza sul cosmopolitismo, l’accoglienza, le doux commerce, la promozione di arti e mestieri, di sapere e conoscenza, come pilastri dell’edificazione di una potenza.

Ma non bastavano questi collaudi di barbarie. Il Consiglio comunale di Venezia, lo stesso che ubbidisce ossequiente alle ragioni dei padroni e predoni del mare, che svende le sue proprietà e il suo territorio per un pareggio in bilancio irraggiungibile e che non pareggia i conti coi bisogni dei cittadini, ha approvato una  mozione che ha l’intento di “tutelare il diritto all’obiezione di coscienza in ambito medico sanitario”,
In una regione dove quasi l’80% dei ginecologi esercita l’obiezione di coscienza, grazie anche al voto e all’astensione dei consiglieri del centro sinistra. È un altro schiaffo a una tradizione di laicità, espressa attraverso l’ospitalità a comunità di ogni etnia e religione, tanto che fino a Napoleone nessuna confessione fu confinata in un ghetto, tanto che chiese di ogni culto sorsero e furono celebrate e abbellite da opere straordinarie,  tanto che spezie, piatti, ritmi, abiti di altre culture entrarono nell’immaginario e nella vita quotidiana dei cittadini, così come la loro arte, i loro scritti, le loro idee.

I primi abitanti di Venezia, delle sue pianure liquide, fatte di saline e barene, acquitrini e case costruite come nidi di uccelli acquatici, miracolosamente appartate rispetto allo svolgersi di un evo fatto di  incursioni feroci, distruzioni compiute nel totale disprezzo della vita dei poveri come dei benestanti, di fame e stenti, pestilenze e mutilazioni, scamparono a una barbarie della quale oggi noi siamo vittime, in virtù della grande menzogna secondo la quale “non siamo mai stati meglio” e per conservarci questo “meglio” minacciato dalla crisi, è necessaria la rinuncia a diritti, garanzie , convinzioni, speranze, aspettative. Salvo qualche eccezione non hanno gli elmi con le corna, gli invasori delle nostre esistenze, che ci hanno dichiarato guerra sotto l’insegna del dio profitto. Perché è sicuro che la stretta intollerante del Comune di Venezia nei confronti di chi pretende di essere assistita nell’esercizio del diritto più difficile e impervio,  esimendo chi vuole sottrarvisi, dal dovere di garantirle sicurezza e cura, non è stata certo impressa per motivi ideali o morali, sia pure in nome di un’etica sedicentemente comune  ricalcata su valori confessionali e su una “biologia” piegata alle ragioni di parte. Ma è invece  uno dei frutti avvelenati della grande ipocrisia che dietro all’ostensione di  principi e la rivendicazione di  valori di fede, segna l’ubbidienza al diktat di una teocrazia, si, ma quella di interessi privatistici, di profitti  arraffati ai danni delle donne, come avveniva prima  di una legge che ha fatto uscire dalla clandestinità e dal rischio una prova dolorosa, per condannarle di nuovo a  viverla  come una colpa, come un pericolo per la propria vita, come una punizione  e come un crimine.

 

 

 

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