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Bologna, scuola di serie A

referendum-bologna-scuolaSiamo in attesa dell’apertura delle urne di cui tuttavia già conosciamo il dato politicamente più significativo: il drammatico calo dell’affluenza che in molte città porterà a una partecipazione vicina al 50% o anche inferiore. In questo contesto parlare di insuccesso del referendum consultivo sulla scuola pubblica che si è tenuto a Bologna è fuori luogo. Certo ha votato solo il 28% dei bolognesi in una delle rare domeniche di sole che ha regalato il 2013, ma non ha avuto il trascinamento di altre consultazioni, visto che il sindaco, in uno dei rari momenti di astensione da massicce dosi di alcol, ha fatto gli interessi della Curia non consentendo che il referendum si tenesse il primo giorno delle politiche.

Che poi il 56% dei cittadini abbia detto no ai generosi contributi pubblici alla scuola privata è una netta vittoria, dal momento che Pd, Pdl, Lega, in accordo con la chiesa che detiene la quasi totalità degli istituti parificati, hanno fatto una massiccia propaganda per mantenere lo statu quo, arrivando a mandare lettere ai cittadini, (naturalmente con i soldi di tutti), non tralasciando alcun mezzo di propaganda, dal confessionale a internet e gettando nella mischia anche personaggi in vista della città, tra cui anche Prodi.  In queste condizioni di monopolio pressoché totale  dell’informazione, col supporto enfatico dei media locali, la vittoria della A, cioè della tesi secondo cui i soldi pubblici dovrebbero andare solo alla scuola pubblica, ha del miracoloso.

Come minimo è un segnale politico che analogamente alle amministrative di queste ore va contro la marmellata politica determinata dagli interessi di bottega, richiede più coerenza ai partiti, rifiuta le logiche compromissorie che hanno portato un baciapile etilico in forma di nullità ad essere il sindaco di centrosinistra di Bologna. E’ un’apertura alla dignità delle idee da troppo tempo calpestata dagli ambigui ideologi della realpolitik dove tutto c’è tranne la politik, la richiesta di poter contare sulle scelte senza che queste passino sulla testa dei cittadini grazie all’accordo fra ceti politici e anche una riscoperta del buon senso, naufragato dentro modelli assurdi, dispendiosi e oltretutto anticostituzionali.

E comincia a ricordare all’avida, ma svagata  classe dirigente di questo Paese che l’astensione è solo un primo passo per riprendersi il diritto a decidere la società che si vuole.

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