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L’Europa dei neuroburocrati

burocrazia1Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ai tempi del fascismo non sapevo di vivere ai tempi del fascismo, la frase folgorante, meno di 140 battute – io l’ho scelta per rappresentarmi su Twitter, – è di Hans Magnus Enzensberger, che oggi invece sa di vivere sotto il fascismo europeo, il burofascismo, responsabile di aver sottratto sovranità a popoli e stati, senza sostituirla con un’autorità sovranazionale, di predicare di diritti annientandoli nei paesi Pigs, di aver contribuito a quella riduzione di democrazia, imposta dall’applicazione artificiosa di un unico strumento di unificazione, quella moneta che ha incrementato disuguaglianze, aumentando il profitto di pochi e riducendo il reddito dei tanti.

Si deve a lui un prezioso atto d’accusa, dottamente documentato e tragicamente esilarante che si intitola “Il mostro buono di Bruxelles, ovvero l’Europa sotto tutela”, che io ho collocato accanto all’altra avvelenata invettiva di un’altrettanta luminosa intelligenza, Luciano Canfora, che si chiama invece “E’ l’Europa che ce lo chiede! Falso!”. L’autore è andato a perlustrare aule, corridoi, archivi, ideologie e pregiudizi di istituzioni e governanti “in gran parte sconosciuti e dotati di una legittimazione alquanto sconosciuta”. Si, dobbiamo gratitudine a chi, dotato di autorevolezza e reputazione, non blogger felice e sconosciuto, osa andare contro i rigoristi, i sobri, i ragionieri, i camerieri della Merkel, le mani di forbice, tutti quelli cioè appena si solleva un’obiezione tacciano gli incauti dissidenti di essere attrezzi arcaici, ammuffiti misoneisti, in sostanza anti-europei.

Ne viene fuori un ritratto sapiente e impietoso, perché spazza via ogni illusoria eco del sogno federale dei padri fondatori, a dimostrazione che la chimera è diventata un orrendo ibrido, una inquietante fantasticheria, come i mostri di Bomarzo, che fortunatamente, dice l’autore, non è ancora dotata di un esercito o di una polizia. Per ora, aggiungeremmo, che comunque anche senza formazioni militari è in grado di imporre un ordine aberrante e di attuare una feroce repressione, dalla quale non gronda ancora sangue ben visibile, ma molte lacrime, quelle si.
Le patologie europee sono molte ed è facile intuire che assommino efficacemente quelle delle nazioni partner, a cominciare dall’incessante chiacchiericcio sovranazionale del ceto dirigente, una “clasa discutidora” di burosauri, che lascia trapelare il cicaleccio, ma censura i contenuti, malgrado spenda cifre iperboliche per una comunicazione che ha la circolazione e l’audience di un samizdat: 5 milioni di euro per il canale televisivo Euronews – e sfido chiunque anche sofferente di inguaribile insonnia a dimostrare si essercisi sintonizzato; cui si aggiungono 10 milioni per il canale dell’Europarlamento, una specie di televideo, che propina comunicati ufficiali. Proprio quelli che non menzionano alcune voci significative del bilancio, come i contributi nazionali al budget dell’Ue, perché “di tali cifre gli antieuropei potrebbero fare un uso indebito”.

Non è certo malizioso sospettare che tutto questo teatrino di pubbliche relazioni non si debba attribuire alla mortificata vanità dei funzionari, bensì a compensare un’endemica inadeguatezza del progetto di integrazione. Che si tenta di bilanciare con un esuberante ricorso all’autoritarismo, applicato con linguaggio barocco e largamente criptico alla lotta al fumo, alla curvature delle banane, ai problemi esistenziali delle galline ovaiole e alla dimensione standard della loro produzione, ai conti correnti con 34 cifre, inteso come un risarcimento di una classe di funzionari costretti a trascorrere una settimana di sessanta ore lavorative in “un clima di impopolarità e ingratitudine, tra conflitti interni, affetti ahinoi da quella perdita di senso della realtà, che inevitabilmente affligge ogni classe politica e cresce con la distanza geografica dal resto degli abitanti del continente”.
Eh si è dura la vita dei nostri rappresentanti a Bruxelles, malvisti e incompresi da dei guastafeste che ormai pare si aggirino intorno a parecchie centinaia di milioni. Avranno quindi diritto a qualche risarcimento, no? i direttori generali delle fasce di stipendio più alte percepiscono una retribuzione doppia a quella di analoghi gradi in Germania e Francia. Il 10 per cento dei loro introiti è esentasse, così come i rimborsi forfettari di viaggio, alloggio, contributi familiari, istruzione. Chi non lavora nel proprio paese riceve il 16 per cento di maggiorazione. Un normale funzionario lascia il servizio a 63 anni, però può accedere al prepensionamento già a 55. Capita così – e immagino che vi ricordino qualcuno molto vicino a noi – che commissari, direttori e funzionari stiano così ben collocati in quei ventri di vacca che, dicono a Bruxelles, “bisogna costringerli con la forza a andarsene”.

Quanti siano non lo sappiamo: nelle notizie di stampa il numero oscilla tra i quindicimila e i quarantamila, tra vertici, funzionari, sherpa, che, solo a Bruxelles occupano una superficie di 241.515 metri quadrati, con in più seminterrati e parcheggi, insomma una megalopoli di burocrati cui bisogna aggiungere la popolazione e i siti di Strasburgo e Lussemburgo. E non possiamo essere accusati di disinteresse per le istituzioni se non conosciamo nomi e facce dei numerosi presidenti e vice, commissari e vice, direttori e vice. A cominciare dal Presidente del Consiglio Europeo, che, attenzione, non è il Presidente del Consiglio dell’Unione Europea, quell’organismo che si articola in dieci differenti formazioni: Fac, Ecofin, Jha, Comp e così via coordinati dal Gac detto anche Cag oppure Raa. Tutte piante che ramificano, ubbidendo al principio di autosimilarità e producendo incessantemente nuovi fiori.

Fiori del male, si direbbe, se è da là ch germinano prodotti di prodigiosa iniquità a cominciare dal Patto di stabilità, fino al Mes, all’Efsf quel salvataggio caritatevole e peloso cui è consigliabile sottrarsi, alle misure punitive dei paesi intemperanti.
Povero Jean Monnet, sembra dire Enzensberger, allora si aveva a che fare col carbone e con l’acciaio, con l’economia reale, con il sogno visionario di una superpotenza unita da vincoli di solidarietà, mentre oggi abbiamo a che fare con un”branco di polli impazziti” alle prese con i fantasmi che essi stessi hanno evocato, con una bancarotta che hanno contribuito a avviare, con l’impotenza a immaginare come uscirne.

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