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Racconti di carta igienica

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mi ero sbagliata, non si tratta di un re Taumaturgo capace di curare la scrofola con la semplice imposizione delle mani. In  fondo quelli erano soltanto “uomini”, per quanto nobili, al di sopra dei “semplici” in quanto toccati dalla Grazia divina. Mentre evidentemente siamo al cospetto di un Grande Demiurgo, un dio che nel momento stesso in cui si è assiso nell’alto scranno ci ha restituito reputazione, rispetto e dignità, cifre della sua superiorità che gli fa arruolare banditi di strada, lebbrosi, per guidarli verso un cammino di salvezza e redenzione.

Difatti, ci informa il Corriere della Sera, perfino un prestigioso giornalista inglese, tal Tobias  Jones, sposato con un’italiana, e che, sfuggendo alla Brexit,  vive dal 1999 a Parma, racconta sul Guardian con toni tra il lirico e l’epico che la pandemia ci ha cambiati, confermando la leggenda sempre citata a ogni alluvione, ogni terremoto, ogni catastrofe, ogni bomba mafiosa o fascista, che gli italiani nelle emergenze ritrovano spirito di corpo, amor patrio, coesione sociale e solidarismo. E difatti dopo la «cupa dignità» dell’inizio, «simile, scrive, a quella che c’è durante un funerale a cui si partecipa con grande dolore», si è capito che stava succedendo «qualcosa di straordinario».

Cosa? Presto detto: abbiamo imparato “a stare in fila”, e poi “nessuno, cito, si accaparrava la carta igienica”, segni evidenti di una maturità e civiltà che contraddicono, cito ancora, la nomea di gente che “piega le regole per il proprio tornaconto personale” – e  si vede che la Gazzetta di Parma non l’ha informato delle peripezie del gran commissario.

E se purtroppo il progredire dell’epidemia, insieme alle difficoltà crescentidi coloro che lavorano nei settori più colpiti dagli effetti dell’emergenza sanitaria,  i fallimenti, i divorzi, la violenza domestica crescente, la disoccupazione femminile alle stelle, la spietatezza della criminalità organizzatache si infila nelle crepe della crisi economica, hanno determinato una “stanchezza che ci fa sembrare talvolta troppo pesanti gli sforzi ancora necessari”, adesso possiamo contare sul riscatto e sulla redenzione grazie a “una politica all’altezza della situazione senza precedenti che stiamo vivendo”, dimostrando di essere “un posto sobrio e serio”, aggettivi, esulta il Jones “che si potrebbero usare anche per descrivere il nuovo premier, Mario Draghi”.

Ora non so se faccia peggio al nostro Paese la copertina di Der Spiegel con la pistola accomodata sul piatto di spaghetti o il nuovo stereotipo, ancora più infame della condanna alla pizza e al mandolino, di un popolo indolente e cialtrone che grazie alla pandemia ha acquisito consapevolezza dei suoi vizi e si redime, osservando le convenzioni sociali che garantiscono l’appartenenza al consorzio civile e  consegnandosi  a un supercommissario, curatore della liquidazione di quel che resta della democrazia. 

Non so se sia peggio quell’altra con Bella Ciao e il cavaliere come Alberto Sordi vestito da gondoliere circondato da succinte sirene, o la narrazione di un Paesello debole, debosciato, inefficiente e degenerato che per essere accettato dal  mondo progredito rialzandosi dalla palude, abdica a identità e indipendenza in modo da essere annesso sia pure in condizione di inferiorità a un dominio sovranazionale, proprio come raccomanda il nuovo signorotto, “cedendo sovranità propria al fine di per acquistare sovranità condivisa”.

E difatti che sollucchero quando Biden manda un salutino con la mano alla remota provincia, che gli serve come base, poligono di tiro, laboratorio diffuso per testare le armi che potrebbero compromettere il suo suolo patrio, che orgoglio quando  Ursula ci dà qualche scappellotto, promettendoci la carota condizionata, che fierezza quando emiri e sceicchi accolgono i nostri decisori in carica ed ex  che vanno col cappello in mano pieno di tratti di costa, quartieri urbani, palazzi storici da convertire in resort, squadre di calcio e piste da sci. Come succede da quando ci si compra così l’ammissione a un contesto cosmopolita, sperando che ci assolva per le nostre tare antropologiche, grazie all’Erasmus, alla libera circolazione dei capitali e del low cost, delle realtà parallele di Facebook e Netflix a buon titolo nel “paniere”, dell’onnipotenza che ci fa dialogare da un continente all’altro e l’impotenza che non ci consente di interagire con la Asl e l’Inps.

Gli  scricchiolii della compagine carolingia dell’Unione Europea, la velleitaria riscossa imperialistica di Biden che spingono verso un rafforzamento virtuale del dominio occidentale, proprio adesso che è così in crisi da sognare di coprire con cannoni e bombe le campane a morte e gli squilli di tromba che segnano l’arrivo  dei nuovi protagonisti sullo scenario mondiale, dovrebbe far capire che si sta scommettendo sui numeri sbagliati della roulette globale. E sconcerterebbe l’affidavit e l’atto di fede ai soliti padroni, in cambio di cambiali da scontare a caro prezzo, se non fosse esplicita la funzione subalterna di esecutore testamentario data al notaio e ai suoi cari, con la copertura di una ridicola masnada di gaglioffi chiamati a fare da becchini e scavafosse.

Per quello è venuta bene l’emergenza sanitaria, il laboratorio dove si potevano testare  gli effetti nefasti della globalizzazione, inquinamento e circolazione incontrollata di virus, privatizzazioni che hanno minato lo stato sociale, mentre è stata sperimentata la potenza della manipolazione e imposta la necessità dello stato di eccezione, il fantasma che il Novecento ha lasciato in eredità al presente, e che permette alla “politica” di rendere obbligatorio quello che in democrazia non era concesso e consentito,  creando un discrimine morale e culturale tra mentalità disposte alla semplificazione volontaristica di chi accetta tutto in nome del superiore diritto alla salute e alla sopravvivenza, fino alla rimessa totale a autorità incontrovertibili e mentalità inclini alla complessità raziocinante, e perciò oggetto di ostracismo da parte di un “regime” che ha superato il compromesso per realizzare la contraddizione accettabile.

Parlo di un regime che lavora per farci riconoscere lo stato di protettorato con la cooperazione demenziale di chi chiedeva porti aperti e di chi li chiudeva, di chi esigeva la cancellazione della prescrizione e dell’avvocato del cavaliere e degli zii putativi di Ruby, degli apostoli della questione meridionale insieme alla scrematura dei più anacronistici polentoni in grazia dell’autonomia regionale, di quelli che citavano Brecht sulla criminalità bancaria e di quelli che davano l’immunità ai babbi, di quelli che le banche è meglio rapinarle con quelli che rapinano attraverso le banche, e poi sindacati e i confindustriali come d’altra parte è già successo con il Jobs Act e il Primo Maggio in piazza.

È che grande è la confusione sotto il cielo, ma stavolta la situazione non è eccellente.


Da Casinò a casino

sito-bisca-03-1600x1032Finalmente il panorama si va rischiarando, la luce illumina realtà palpabili e ingombranti che la penombra della ragione e della paura ha permesso di  non vedere per troppo tempo: questa ‘Europa non ha un futuro, anzi non ha nemmeno un passato perché da costruzione utile e funzionale alla guerra fredda è diventato nei suoi tempi migliori un quasi ovvio mercato comune e dopo la caduta del muro un alibi per imporre la dittatura della finanza e le sue ricette politiche reazionarie. In più possiamo finalmente scoprire che tutto questo meccanismo retorico e pletorico che sta agli ideali di partenza come l’amore di certi mariti assassini, è servito da una parte al tentativo di cancellare gli stati nazionali come reperto del passato e ostacolo alla consunzione della democrazia reale che in essi trovava gli strumenti di rappresentanza, dall’altro però, nel livello sotterraneo è stata l’arma per una guerra di egemonia che si è risolta a favore della Germania quando se ne è stata adottata la moneta cambiandole il nome in euro e accettando di giocare sul campo stesso dell’avversario.

Globalismo ed egemonia sono le due facce contraddittorie a cui si  ridotto l’occidente dei banchieri e dei magnati e che ha trovato in Europa il luogo di realizzazione più completa e dunque al tempo stesso più fragile, ormai coperto da appena un velo di retorica e da una montagna di ricatti. Così accade, è solo un esempio di cronaca, che i soldati di mon cherie Macron scarichino immigrati nei boschi italiani di confine dopo che il nei mesi scorsi il residente francese aveva sputato veleno sull’Italia che rifiutava gli immigrati. Gia un Paese che ha sulla coscienza Ventimiglia e Calais dovrebbe starsene zitto, ma appare chiarissimo come il tema dell’accoglienza sia stato solo  un espediente per creare una sorta di complesso di colpa al governo “populista” italiano. Non c’è alcun dubbio che a questa gentaglia degli immigrati, del resto creati da loro immondo colonialismo, gliene frega meno che niente, perché è interessata soltanto alla manodopera a basso costo e a soffiare col mantice sulla retorica del globalismo e sul tentativo di scompaginare i suoi nemici.

Un’ altra evidenza parte sempre dalla Francia che l’anno prossimo avrà un deficit molto più alto dell’Italia e per giunta in un quadro generale peggiore, ma che viene lodata e non bastonata come l’Italia: è  evidente persino a un cieco che Bruxelles vuole colpire il governo di Roma perché il suo piccolo deficit costituisce una sorta di guanto di sfida e non un mellifluo accordo sottobanco nel quadro di servo ossequio alla governance continentale. E’ anche chiaro che Berlino considera l’Italia come un pericolo per la continuazione del gioco egemonico europeo e dopo aver fatto un ampio bottino in questi vent’anni  di euro si sta convincendo che le conviene ridurre il gioco alla Francia, all’Austria e al Benelux, liberandosi dell’Italia e dei Paesi mediterranei che oltretutto costituiscono una fonte di contagio anche all’interno. Infatti la classe dirigente tedesca non vuole soltanto salvare il tesoretto acquisito, ma non ha altra strada per sopravvivere dopo aver congelato i salari per quattro lustri, creato un’ampia fascia di precariato di sussistenza, dimezzato il welfare e creato persino una corrente di emigrazione giovanile. Meglio affrontare i rischi insiti in una moneta più forte che onorare il senso e i doveri di un’Unione che finora è stata la gallina dalle uova d’oro per loro e non per i presunti beneficiati. Ma per Berlino il riequilibrio si chiama ricatto tanto che uno dei più seguiti economisti tedeschi Hans Werner Sinn dice apertamente che se l’Italia non butta all’aria il governo poulista e non fa atto di sempiterna contrizione, allora tanto vale che esca dall’Euro: “La verità è  che  siamo arrivati ​​in un vicolo cieco, dove non ci sono vie d’uscita più convenienti. Un’unione di trasferimento non è una soluzione reale: porta a una certa stabilità, ma a una stabilità che può anche essere descritta come un assedio”. Certo finché il trasferimento era a  loro vantaggio non pareva poi così negativo, ma Sinn fa di meglio  e di più: suggerisce quali possano essere i metodi per un’uscita morbida, in linea più o meno con alcune proposte che in Italia sono in campo da anni fra i profeti che gridano nel deserto del montismo e del renzismo, ma che non hanno mai avuto fino ad ora uno spazio politico: “Introducendo una moneta parallela sotto forma di titoli pubblici”.

Certo molto di tutto questo è stato accelerato dalla vittoria inaspettata di forze più o meno consapevolmente contrarie a queste logiche o ad alcune di esse, mostrando in maniera inequivocabile come la forza di trascinamento della retorica europea e quella collegata del neoliberismo, si sia affievolita insieme all’oggettiva difficoltà di supportane le ragioni ed è per questo che la strategia di ritirarsi su linee più sicure comincia ad apparire conveniente. D’altronde per l’Italia sarebbe un terno al lotto intanto perché gran parte dei suo debito, oltre i due terzi, sono interni, poi perché con una moneta più debole avrebbe immediatamente molte più possibilità di crescita  sia per i suoi semilavorati verso l’Europa del Nord, sia verso il mondo: la globalizzazione stessa rende piuttosto superfluo l’esistenza di un mercato comune dentro un’area ristretta e che per giunta include Paesi a moneta debolissima e a basso costo del lavoro. Naturalmente saremmo portati a dare la colpa di tutto questo alla Germania che tuttavia ha fatto solo i propri interessi, la colpa  è invece di un ceto politico italiano che sulle diverse sponde, ha commesso errori catastrofici dovuti in ultima istanza sia a scarsa capacità di analisi sia a  una sorta di fideismo servile e torpido verso i dettami del neoliberismo e dei suoi promotori -padroni. E oggi abbiamo ancora i nipoti a fare fronte per tutto questo. Siamo come quelli che hanno fatto fuoco e fiamme per entrare nel casinò dell’euro pensando di sbancare, senza nemmeno far caso alle regole di gioco incoerenti con la stessa idea d’Europa e che ne facevano piuttosto una bisca dove il banco vince comunque anche se perde, ma che dopo aver perso le mutande non hanno il coraggio di andarsene, aspettano di essere cacciati in malo modo pur di non prendersi nemmeno questa responsabilità.


L’Europa dei neuroburocrati

burocrazia1Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ai tempi del fascismo non sapevo di vivere ai tempi del fascismo, la frase folgorante, meno di 140 battute – io l’ho scelta per rappresentarmi su Twitter, – è di Hans Magnus Enzensberger, che oggi invece sa di vivere sotto il fascismo europeo, il burofascismo, responsabile di aver sottratto sovranità a popoli e stati, senza sostituirla con un’autorità sovranazionale, di predicare di diritti annientandoli nei paesi Pigs, di aver contribuito a quella riduzione di democrazia, imposta dall’applicazione artificiosa di un unico strumento di unificazione, quella moneta che ha incrementato disuguaglianze, aumentando il profitto di pochi e riducendo il reddito dei tanti.

Si deve a lui un prezioso atto d’accusa, dottamente documentato e tragicamente esilarante che si intitola “Il mostro buono di Bruxelles, ovvero l’Europa sotto tutela”, che io ho collocato accanto all’altra avvelenata invettiva di un’altrettanta luminosa intelligenza, Luciano Canfora, che si chiama invece “E’ l’Europa che ce lo chiede! Falso!”. L’autore è andato a perlustrare aule, corridoi, archivi, ideologie e pregiudizi di istituzioni e governanti “in gran parte sconosciuti e dotati di una legittimazione alquanto sconosciuta”. Si, dobbiamo gratitudine a chi, dotato di autorevolezza e reputazione, non blogger felice e sconosciuto, osa andare contro i rigoristi, i sobri, i ragionieri, i camerieri della Merkel, le mani di forbice, tutti quelli cioè appena si solleva un’obiezione tacciano gli incauti dissidenti di essere attrezzi arcaici, ammuffiti misoneisti, in sostanza anti-europei.

Ne viene fuori un ritratto sapiente e impietoso, perché spazza via ogni illusoria eco del sogno federale dei padri fondatori, a dimostrazione che la chimera è diventata un orrendo ibrido, una inquietante fantasticheria, come i mostri di Bomarzo, che fortunatamente, dice l’autore, non è ancora dotata di un esercito o di una polizia. Per ora, aggiungeremmo, che comunque anche senza formazioni militari è in grado di imporre un ordine aberrante e di attuare una feroce repressione, dalla quale non gronda ancora sangue ben visibile, ma molte lacrime, quelle si.
Le patologie europee sono molte ed è facile intuire che assommino efficacemente quelle delle nazioni partner, a cominciare dall’incessante chiacchiericcio sovranazionale del ceto dirigente, una “clasa discutidora” di burosauri, che lascia trapelare il cicaleccio, ma censura i contenuti, malgrado spenda cifre iperboliche per una comunicazione che ha la circolazione e l’audience di un samizdat: 5 milioni di euro per il canale televisivo Euronews – e sfido chiunque anche sofferente di inguaribile insonnia a dimostrare si essercisi sintonizzato; cui si aggiungono 10 milioni per il canale dell’Europarlamento, una specie di televideo, che propina comunicati ufficiali. Proprio quelli che non menzionano alcune voci significative del bilancio, come i contributi nazionali al budget dell’Ue, perché “di tali cifre gli antieuropei potrebbero fare un uso indebito”.

Non è certo malizioso sospettare che tutto questo teatrino di pubbliche relazioni non si debba attribuire alla mortificata vanità dei funzionari, bensì a compensare un’endemica inadeguatezza del progetto di integrazione. Che si tenta di bilanciare con un esuberante ricorso all’autoritarismo, applicato con linguaggio barocco e largamente criptico alla lotta al fumo, alla curvature delle banane, ai problemi esistenziali delle galline ovaiole e alla dimensione standard della loro produzione, ai conti correnti con 34 cifre, inteso come un risarcimento di una classe di funzionari costretti a trascorrere una settimana di sessanta ore lavorative in “un clima di impopolarità e ingratitudine, tra conflitti interni, affetti ahinoi da quella perdita di senso della realtà, che inevitabilmente affligge ogni classe politica e cresce con la distanza geografica dal resto degli abitanti del continente”.
Eh si è dura la vita dei nostri rappresentanti a Bruxelles, malvisti e incompresi da dei guastafeste che ormai pare si aggirino intorno a parecchie centinaia di milioni. Avranno quindi diritto a qualche risarcimento, no? i direttori generali delle fasce di stipendio più alte percepiscono una retribuzione doppia a quella di analoghi gradi in Germania e Francia. Il 10 per cento dei loro introiti è esentasse, così come i rimborsi forfettari di viaggio, alloggio, contributi familiari, istruzione. Chi non lavora nel proprio paese riceve il 16 per cento di maggiorazione. Un normale funzionario lascia il servizio a 63 anni, però può accedere al prepensionamento già a 55. Capita così – e immagino che vi ricordino qualcuno molto vicino a noi – che commissari, direttori e funzionari stiano così ben collocati in quei ventri di vacca che, dicono a Bruxelles, “bisogna costringerli con la forza a andarsene”.

Quanti siano non lo sappiamo: nelle notizie di stampa il numero oscilla tra i quindicimila e i quarantamila, tra vertici, funzionari, sherpa, che, solo a Bruxelles occupano una superficie di 241.515 metri quadrati, con in più seminterrati e parcheggi, insomma una megalopoli di burocrati cui bisogna aggiungere la popolazione e i siti di Strasburgo e Lussemburgo. E non possiamo essere accusati di disinteresse per le istituzioni se non conosciamo nomi e facce dei numerosi presidenti e vice, commissari e vice, direttori e vice. A cominciare dal Presidente del Consiglio Europeo, che, attenzione, non è il Presidente del Consiglio dell’Unione Europea, quell’organismo che si articola in dieci differenti formazioni: Fac, Ecofin, Jha, Comp e così via coordinati dal Gac detto anche Cag oppure Raa. Tutte piante che ramificano, ubbidendo al principio di autosimilarità e producendo incessantemente nuovi fiori.

Fiori del male, si direbbe, se è da là ch germinano prodotti di prodigiosa iniquità a cominciare dal Patto di stabilità, fino al Mes, all’Efsf quel salvataggio caritatevole e peloso cui è consigliabile sottrarsi, alle misure punitive dei paesi intemperanti.
Povero Jean Monnet, sembra dire Enzensberger, allora si aveva a che fare col carbone e con l’acciaio, con l’economia reale, con il sogno visionario di una superpotenza unita da vincoli di solidarietà, mentre oggi abbiamo a che fare con un”branco di polli impazziti” alle prese con i fantasmi che essi stessi hanno evocato, con una bancarotta che hanno contribuito a avviare, con l’impotenza a immaginare come uscirne.


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