Anna Lombroso per il Simplicissimus

La Procura ha aperto un fascicolo e ha inviato gli investigatori delle Fiamme gialle al Miur. Anche il presidente della Commissione Cultura della Camera ha convocato d’urgenza il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo per un’audizione su quanto emerso nella puntata di Report di domenica; il Ministro dal canto suo ha avviato un’ispezione interna per fare chiarezza sull’acquisto delle “Pillole del sapere” da parte dell’Ansas, l’agenzia ministeriale che si occupa di autonomia scolastica, e sul finanziamento di oltre 5 milioni di euro nell’ambito del progetto Smart Cities.
Una pillola da mille euro su come è fatto un semaforo vale, come dice Giorgio Israel, il rovesciamento con un calcio di quel vaso da cui sono usciti i deliranti progetti di valutazione degli insegnanti, l’insensato concorso per dirigenti scolastici, i protervi tentativi di affossare il Tfa con i demenziali batterie di test per i TFa, e da cui stanno per scaturire e le batterie di test per il concorso per insegnanti.

Ma l’operato del Ministro Profumo nella tenace continuità con la Gelmini, cui si deve peraltro la nomina dei componenti dell’Ansas promotori dell’edificante azione divulgativa, l’eutanasia del Mibac avviata alacremente dal Ministro Ornaghi – la mutilazione del bilancio per 103,3 milioni nel 2013, 125 nel 2014 e 137,5 nel 2015, penalizzate le risorse per la tutela (- 61,6 milioni), tagliati i fondi per le missioni e anche per i telefoni dei tecnici compresi quelli incaricati delle procedure di autorizzazioni nelle aree vincolate – la festosa accoglienza quando non l’incoraggiamento a interventi oltraggiosi del paesaggio e delle città d’arte, torri babilonesi a Venezia, ipotesi sciistiche a Roma, e pure teatri precari all’Aquila, omaggi a archi-star rapaci e amministratori sleali, sono tutti segnali che questo ceto dirigente combina Attila con Baldur von Schirach, vero copywriter del celebre motto “quando sento parlare di cultura metto mano alla pistola”.

A confermarlo è lo sgargiante fallimento di quegli stati generali della cultura lungamente preparati dal Sole 24 ore e inabissati nel profondo silenzio dei media, rotto solo da qualche uscita autoreferenziale dello stesso quotidiano, ormai inadeguato all’ottimistico rosa perfino nelle iniziative auto-promosse, e una paio di sacrosante invettive di meritori irriducibili.
È che il prestigioso tavolo dei convenuti: Profumo e Ornaghi, Barca e Giuliano Amato (in qualità di presidente della Fondazione Treccani), Andrea Carandini e Carlo Ossola, tutti complici di una patetica operazione nostalgia, ha cercato di riesumare le cianfrusaglie del mecenatismo della Milanodabere, la paccottiglia della “cultura come petrolio”, la retorica dei giacimenti e del Made in Italy. Ma non sono stati convincenti se perfino da Napolitano, in visita pastorale, pur riconoscendo al governo tecnico una certa attitudine a far di conto, contento lui …, li ha poi apostrofati con un «Fare i ragionieri e ragionare non è la stessa cosa».
Longanesi diceva che in Italia si preferisce l’inaugurazione alla manutenzione. Adesso per restare nel rimario, si predilige invece la liquidazione, peraltro impervia perché se il valore civico dei monumenti è stato negato a favore della loro rendita economica, se la profittabilità del patrimonio culturale è stata penalizzata dall’incuria e dall’abbandono, allora i mercanti nel tempio sono destinati a fare affari micragnosi e a vendere a prezzi di stock come negli outlet, Brera, Colosseo, Fondaco.

“or la vita degl’italiani è appunto tale, senza prospettiva di miglior sorte futura, senza occupazione, senza scopo, e ristretta al solo presente”. Siamo andati peggiorando. Ai tempi di Leopardi c’erano il disincanto, la disaffezione, la demoralizzazione. Ma c’era lui, c’erano voci profetiche, c’era, diffuso, un desiderio di prendere fiato dalla soffocante mancanza di prospettive, dal consumo della vita giorno per giorno e “senza sostanza di cose sperate”. E quel respiro si tirava nella bellezza, nel sapere, nella conoscenza, nel riscatto dalla bestialità di esistenze senza libertà e senza utopia.
Non è facile uscire da rimpianto di quel riscatto per affrancarsi dall’angusto presente: a vent’anni di regime intento all’infantilizzazione degli italiani, per avvezzarli a balocchi inutili e domani effimeri, segue ora il brusco risveglio a una tetra età adulta, grazie a una ideologia e ad una pratica austere e penitenziali, intese a toglierci, insieme con i giocattoli, anche l’indispensabile, compresa la speranza di felicità, i diritti, le sicurezze, comprese quelle che vengono all’uomo dal sapersi legittimamente padrone del suo destino e dei beni che nei secoli si sono costruiti e salvati nel suo interesse.

È che la forma che ha preso il potere, sempre più famelico e rapace: la dissipazione di risorse pubbliche a vantaggio di interessi privati, il familismi, il clientelismo, l’organizzazione castale, la mafiosità dei comportamenti, la tollerata o desiderata penetrazione criminale nel tessuto economico e istituzionale, la cancellazione della democrazia e l’oltraggio alla carta e al senso della politica, l’egemonia affaristica, nella sua libido di libertà, come sottrazione a regole e ragione, nel suo avvitarsi su se stessa, esalta il suo istinto suicida.
La mortificazione dell’istruzione, l’avvilimento della creatività, l’umiliazione della ricerca, l’impoverimento dell’università, per favorire interessi privati ma anche per promuovere la transizione da utenti di televendite a prodotti per il grande mercato del lavoro flessibile, del precariato globale, ha come controindicazione ch un paese che era potenzialmente ricco verrà svenduto con poco profitto. E’ la pena che spetta agli ignoranti, siano padroni o manager, maggiordomi o banchieri, che non sanno mettere a frutto nemmeno quella fioritura di «cultura aziendale» che ha fatto la fortuna dei dipartimenti di Humanities in America e che con quello slogan cercano di attirare gli studenti che vorrebbero tanto fare i manager ma non sanno la matematica, e purtroppo anche quelli che studiano filosofia e poi ci provano.

Viene buono quello che scrive la Nussbaum, la cultura «è essenziale per l’obiettivo della crescita economica e di una sana cultura aziendale […]. L’innovazione richiede intelligenze flessibili, aperte e creative; la letteratura e le arti stimolano queste competenze e quando esse mancano la cultura aziendale si indebolisce in fretta». Sembra tagliato su misura per questa classe dirigente e per Marchionne: un dipartimento di filosofia deve preparare filosofi e non manager. Ma un manager che abbia anche studiato filosofia potrebbe vendere e vendersi meglio.
È la classe dirigente mondiale a coltivare visioni di corto raggio, quelle abilitate alla conservazione. Barack Obama ha intessuto perfino in campagna elettorale l’ elogio dei paesi orientali: «Stanno investendo meno tempo a insegnare cose che non servono, e più tempo a insegnare cose che servono. Stanno preparando i loro studenti non al liceo o all’ università, ma alla carriera. Noi no».
Una forma di resistenza al regime del profitto allora sicuramente risiede nel legegre, nello scrivere, nello studiare quelle “cose che non servono” e delle quali il potere ha paura.

Oggi in quei paesi che ogni giorno ci proiettano lo spot di come finiremo, si occupano uffici pubblici per autodifesa. Ci spetta di occupare le università e Brera e San Carlo alle Mortelle e l’Istituto di studi filosofici di Napoli e il Colosseo e Ca’ Corner a Venezia e le nostre piazze perché con la memoria non ci portino via anche il pensiero di domani.