L’occasione c’è, mancano purtroppo gli uomini con l’apertura mentale per coglierla e anche quelli con il coraggio di farlo. Adesso che finalmente è chiaro che il piano Fabbrica Italia era una menzogna, adesso che gli stessi coreuti  adoranti si sono improvvisamente accorti di aver sempre capito  che si trattava di una balla, bisognerà prendere decisioni serie per la Fiat. Decisioni che devono tenere conto dei lavoratori, dell’interesse strategico per il Paese nel continuare a produrre e progettare veicoli, della situazione obiettiva di fuga nel quale Marchionne ha messo l’azienda torinese e dell’assoluta, evidente inadeguatezza della famiglia Agnelli – Elkann di gestire per il presente e per il futuro un gruppo di queste dimensioni.

Marchionne ha già fatto sapere chiaramente come la pensa: si aspetta che “l’Italia faccia la sua parte” per non continuare a chiudere e abbandonare di fatto il Paese. Il che significa sussidi di disoccupazione, cassa integrazione come se piovesse e probabilmente anche qualche aiuto ulteriore. Questo mentre un gruppo di manager e ingegneri Volkswagen fanno tour negli stabilimenti Fiat italiani alla ricerca di una sistemazione adatta nel caso di un acquisto dell’Alfa Romeo. Monti da ex consigliere di amministrazione Fiat, da ex commissario europeo alla concorrenza che diede via libera a mezzo miliardo di aiuti pubblici alla Fiat, da uomo di corte degli Agnelli, sarà tentato di pagare il prezzo del ricatto. Ma sarebbero spese inutili perché la Fiat in mano a Marchionne che è uomo di finanza, senza vera esperienza o sensibilità produttiva e con dietro il vuoto padronale finirà comunque per andarsene: la sopravvivenza dell’azienda torinese implica lunghi tempi di risalita, di progettazione, di implementazioni tecnologiche, di intelligenza produttiva e di investimenti.

L’unica vera salvezza è strappare il tabù del non intervento dello Stato in ossequio al pensiero liberista. Un tabù risibile perché tutti gli stati aiutano sottobanco le loro grandi imprese. Un tabù menzognero perché tutte le delocalizzazioni delle industrie automobilistiche implicano aiuti e partecipazione attiva degli stati dove vanno a insediarsi. Un tabù ipocrita perché perché la Fiat da tempo immemorabile e comunque dal ’73 è stata un’azienda sussidiata dallo stato e non esisterebbe, almeno come gruppo automobilistico, senza il concorso massiccio di denari e investimenti pubblici sia diretti che indiretti, sia in chiaro che in chiaroscuro e talvolta molto oscuro.  Così invece di massacrare l’erario solo per ammortizzare una disoccupazione certa  e rifornire le tasche degli azionisti, lo stato italiano, non diversamente da quello serbo, russo, cinese, brasiliano o turco dovrebbe pretendere una partecipazione per tutelare il futuro del Paese.

Ricordo che lo stato Canadese e quello Usa sono stati proprietari della Chrysler per due anni e per altri periodi in passato, quindi non vedo quali vesti dovrebbero stracciarsi gli uomini di Bruxelles, se questo è il problema. Ricordo che tutt’ora lo stato Francese è proprietario del 15% del gruppo Renault – Nissan e che aveva una presenza azionaria molto più massiccia quando la casa francese asi permise l’acquisto di quella giapponese. Ricordo che il Land della Bassa Sassonia è proprietario del 20% di Volkswagen e che solo questo permise all’azienda Wolfsburg, oggi il maggior produttore del mondo, di non essere scalata  grazie a i soldi fasulli accumulati con i derivati. Ricordo ancora che le case automobilistiche più in crisi e che hanno trovato maggiori e ovvie difficoltà nelle alleanze sono proprio quelle con qualche famiglia reale alle spalle: Fiat e Peugeot- Citroen. Quindi nessuno scandalo se anche l’Italia volesse tutelare la sua unica casa automobilistica, unica anche a causa della ferma volontà dell’azienda di non avere concorrenti in casa e dunque anche del rapporto “speciale”, diciamo così, che ha avuto con lo stato ad ogni livello. Oggi i soldi pagati da tutti gli italiani, in molti modi, devono essere pesati e riconosciuti nel loro ruolo essenziale.

Dunque il tabù è più che altro un feticcio. Il destino di decine di migliaia di lavoratori e la stessa permanenza del Paese nel campo della meccanica (la forza di trascinamento della Fiat, è essenziale in questo), il non dissipare tutto un patrimonio di conoscenze e di saper fare,  dipendono dal riconoscerlo come tale. Peccato che occuparsi della questione siano altri feticci, legati all’esangue e comatoso sistema potere familiare e di clan rappresentato dai salotti buoni: i fantasmi esangui del buon governo e gli incubi del declino.