Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non ci abitueremo mai alle battute infelici e inopportune della compagine governativa: oggi è la volta del ministro Passera, il più conteso dalla politica, quello del quale d’Alema ha detto “abbiamo bisogno di persone come lui”, insomma un altro “chiamato” in attesa di essere anche eletto, un altro uomo della provvidenza. Che alla provvidenza infatti, che con lui è stata particolarmente benevola, ci crede proprio. E infatti considera una manna, una felice congiunzione, un favorevole manifestarsi della buona sorte che ama il nostro paese e i suoi sani fondamenti la “fuga dei cervelli”, che secondo il collezionista di protettori potenti, sponsor muscolari e insuccessi manageriali, da Alitalia a Poste italiane, “è innanzitutto una buona notizia: vuol dire che abbiamo cervelli e che abbiamo delle buone scuole. Se ci portano via i nostri cervelli vuol dire che abbiamo buone scuole”.

Senza andare troppo a indagare sull’ideologia che ispira esternazioni così bastarde, infami e oltraggiose, tanto da ricollocare le bioches di Maria Antonietta nell’ambito delle trascurabili gaffe di una vanerella e le frustate con annessa gogna dei signorotti feudali – vassalli e valvassori – una forma un po’ esuberante di pedagogia, c’è da preoccuparsi delle possibili conseguenze.

Possediamo buoni cervelli (sarebbe stato raccomandabile dicesse “hanno” buoni cervelli, che ogni giorno di più c’è da sospettare che siano soprattutto dei cretini), allora mettiamoli in condizione di essere “comprati” altrove, come tutti gli altri nostri tesori, isole, colossei, pinacoteche, fabbriche, operai. Svenduti come tutti gli altri beni comuni, come i diritti, compresi quelli al futuro, alla libertà e alla felicità.

Si abbiamo buoni cervelli e buone scuole, quelle degli invalsi, quelle dell’abbandono, quelle dei concorsi studiati per congelare carriere, quelle dove i genitori devono pagare tutto compresi i detersivi e la carta igienica, quelle della frustrazione. Quelle pubbliche,  che pare sfornino comunque teste migliori e preparazioni meno dozzinali della Bocconi, e dove fanno ancora il loro dovere con senso di responsabilità insegnanti condannati al sacrificio ancor prima dell’era del rigore e dell’austerità. E allora privatizziamole in modo da trasformarle in enclave esclusive per i figli di un ceto dirigente destinato per legittimazione dinastica alla trasmissione di censo, carriere, poteri.

No, non è una battuta fuori luogo, anzi è tremendamente coerente con la loro cultura, con lo zeitgeist e anche con uno dei capisaldi della loro azione di governo: la privatizzazione dei cervelli, della cultura, del sapere, della conoscenza.

È che queste loro infelici uscite sgorgano dalla spocchiosa superiorità nella quale si sono collocati, perché non hanno bisogno del consenso, anzi lo disprezzano come una condanna che sono obbligati a scontare gli imbelli politici, gli irrilevanti rappresentanti, immeritevoli di interesse e attenzione quanto i loro elettori.

La loro inconsistenza è lo specchio di una mancanza di prospettive e di una miseria intellettuale che accomuna tutto l’establisment europeo, per la sua subordinazione senza alternative ai poteri della finanza e alla teocrazia del profitto, ma anche per la lontananza, desiderata e alimentata, dai cittadini dai loro bisogni, dalla loro volontà, che da noi si manifesta con una indifferente arroganza che ci oltraggia.

Ma dovranno imparare che quello che ha annientato l’onorabilità della politica non sono tanto gli scandali sessuali del premier o le diffusissime vicende di corruzione, ma l’impotenza a fare il suo lavoro, che è stata l’inettitudine più del personalismo, più della disonestà, a togliere credibilità alla classe dirigente.  Poiché mentre la disonestà è l’esito di una deturpazione che non mette in discussione la politica ma alcuni suoi esponenti, l’inadeguatezza  mette in luce i limiti oggettivi di chi pretende di rappresentarci, che sia un pagliaccio o un tecnocrate.

Sono convinti  che la loro forza risieda nel non dover rispondere delle loro azioni agli elettori, di non aver bisogno di loro, di avere un solo compito ed obbligo, piegarne volontà e indipendenza, per essere padroni fino in fondo. Non dobbiamo sopportare questa ingiuria che è anche una ferita insanabile per la democrazia.