Porcellum con ali

Licia Satirico per il Simplicissimus

Ci sono coincidenze che rivelano con stupefacente tempismo la deriva grottesca del nostro tessuto istituzionale. Interrogata durante l’ultima udienza del processo Ruby, la soubrette Marysthell Polanco ha rivelato di aver partecipato ai festini di Arcore travestita da Ilda Boccassini e da Barack Obama. Qui siamo oltre la strategica sistemazione del crocifisso tra i seni della Minetti, oltre l’adorazione di statuine in perfetto pendant con la natura “elegante” delle cene di Silvio Berlusconi, oltre i pali da lap dance, oltre le infermiere premurose e le poliziotte cattive: non è moralismo, credo, pensare che nessun capo di governo del mondo occidentale allestisca abitualmente fantasie di dominio sessuale della magistratura e caricature osé del presidente degli Stati Uniti.
La danza della Polanco si colloca tra il Chaplin del Grande Dittatore e il peggiore Bagaglino, tra il Kubrick di Eyes wide shut e Alvaro Vitali. Silvio, per suo conto, si piazza tra Eliogabalo e Bombolo. Ebbene: nel nostro Paese la rivelazione non solo non suscita nessun commento particolare, ma accompagna il ritorno dell’ex premier sulla scena pubblica.

Col segretario Alfano – commissariato come un Comune in odore di mafia – Berlusconi ha rilanciato il dibattito sulle riforme istituzionali, proponendo un presidenzialismo alla francese a doppio turno e rivelando un sommo interesse per una candidatura al Quirinale nel 2013. Bersani ripete che non ci sono le condizioni per affrontare la questione, affermando però che «il presidenzialismo non è un tabù». Parte tra gli esponenti dei partiti la discussione sul presidenzialismo puro, sul semipresidenzialismo, su quello innocuo e su quello pernicioso, quasi che l’ingovernabilità dell’Italia dipendesse dall’assenza di soggetti istituzionali “forti”. Dal canto suo, Monti ammonisce i partiti: le riforme sono «cruciali».

Il guaio è che rischiano di essere cruciali come il celebre crocifisso della Minetti. La sensazione è che il cammino delle riforme costituzionali sia malizioso, approssimativo e dilettantesco: una sorta di salvacondotto adottato in extremis, in modo grossolano, prima delle elezioni. L’ennesimo salvacondotto, che si aggiungerebbe alla ventilata depenalizzazione della concussione “modello Ruby” approvata pochi giorni fa dalle commissioni giustizia e affari costituzionali del Senato. Stefano Rodotà scrive oggi su Repubblica che «stiamo vivendo una fase costituente senza averne adeguata consapevolezza, senza la capacità di guardare oltre l’emergenza».
Risale a poche settimane fa l’improvvida, silenziosa, micidiale modifica dell’articolo 81 della Costituzione, che ha cambiato in modo occulto la nostra forma di Stato, ucciso i diritti sociali e compromesso la stessa azione di governo. Ora il Senato, immemore del fallimento del 2006, discute un progetto di revisione costituzionale che incide nel profondo sui ruoli di parlamento, governo e presidenza della Repubblica.

La storia si ripete: i fatti degli ultimi vent’anni hanno dimostrato oltre ogni evidenza che i nostri concetti di democrazia parlamentare e di sovranità popolare sono deboli, soggetti a degenerazioni populistico-autoritarie. Non è difficile immaginare gli effetti del varo di un presidenzialismo all’italiana, con vocazione ontologicamente reazionaria. Impensabile, poi, manipolare riforme di questa portata senza una consultazione popolare, che sarebbe stata a dir poco opportuna anche per lo stuprato articolo 81.

Si tace, invece, sull’unica riforma improrogabile, indispensabile e forse ormai tardiva: quella di un sistema elettorale che ha riempito il parlamento di piccoli golem designati dai partiti secondo criteri di gradimento personale alle segreterie politiche, asservendo il potere legislativo alle esigenze del governo. Non lasciamo che un parlamento “suino” crei le premesse per la disfatta definitiva, con la complicità di un Colle che rischia di essere infestato da inquilini molesti. Il vento scuote la casa di Dio, dice Ratzinger. Noi, in verità, speriamo che scuota anche Montecitorio, Palazzo Madama e il Quirinale: porcellum con le ali, una volta tanto.

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