Licia Satirico per il Simplicissimus

Non ama essere chiamata “la” Fornero: il ministro del Lavoro e delle pari opportunità odia l’articolo determinativo femminile, come se nel “la” fosse nascosta la base grammaticale di ogni diseguaglianza tra i sessi. Le secche puntualizzazioni della ministra stridono con la petizione firmata in Francia, pochi giorni orsono, da quattromila persone contro la concordanza degli aggettivi: la prevalenza del genere maschile sarebbe la scoria di un retaggio culturale sessista vecchio di secoli e dovrebbe essere corretta a vantaggio di quello femminile, reinventando la grammatica.

Una ministra che non vuole essere chiamata al femminile è singolare come la rivisitazione cromosomica delle concordanze della lingua francese: c’è qualcosa di grottesco sia nella negazione ostinata dell’indicazione di genere che nel suo anarchico dilagare. Ed è qualcosa che riguarda da vicino la considerazione culturale della donna (anche) nel nostro Paese. Nell’arco di pochi mesi abbiamo assistito a una rivoluzione copernicana del look delle donne di governo: dai botulismi bionici di Daniela Santanchè alle rughe della Fornero, dalla frangetta minerale della Bernini al composto rigore di Paola Severino, dai tailleur di grido della vitrea Carfagna a quelli da panico della Cancellieri. I criteri di selezione delle nostre risicate “quote rosa” sono mutati anch’essi: non più starlet, avvocatesse disoccupate, nipoti e formose igieniste dentali ma serie professioniste di comprovata competenza. Non più caricature di donna ma forse caricature di uomo, incapaci di convivere con un articolo determinativo nel quale dovrebbe essere inclusa una differenza di genere tutt’altro che mortificante.

Certo, la Fornero vive in un ambiente difficile: archiviata l’imbarazzante parentesi del suo vice Michel Martone sui laureati “sfigati”, la ministra è stata subito costretta a zittire il sottosegretario Gianfranco Polillo, che ai microfoni di “Linea notte” l’ha definita “l’icona della fontana che piange”, bollandola per di più come inesperta e ingenua. La complicata maledizione dei sottosegretari verbalmente incontinenti è inarrestabile, rappresentando l’unica nota di colore del governo Monti.

Se però la ministra pensa che basti l’omissione del “la” a garantire la dignità del ruolo senza infiltrazioni di genere, è davvero ingenua: la donna è ancora un soggetto debole come il lavoratore, come l’immigrato, come il pensionato. Vent’anni di subcultura mediatica l’hanno trasformata in una silente figura ornamentale, fungibile e perennemente giovane. A questo si aggiunge una legislazione ancora incapace di fornire piena tutela alle lavoratrici da ogni forma di prevaricazione, sullo sfondo di un’idea di emancipazione che trascura l’integrazione piena a vantaggio della rivendicazione della riserva di posti. Si parla in questi giorni di incentivi all’occupazione che passano attraverso la precarizzazione, di una “semplificazione” che assomiglia troppo a un impoverimento dei contratti e delle tutele per non essere preoccupante. Non si parla abbastanza della relazione sinistra tra la volatilizzazione del lavoro e il nuovo sistema pensionistico, tra la perdita delle garanzie di stabilità e l’innalzamento dei presupposti minimi per il congedo dal lavoro.

In un quadro del genere, è improbabile pensare a una donna più garantita e più libera: la scelta di precarizzare, iniqua in sé, ricadrà in modo pesante sui soggetti “sacrificabili”. Quegli stessi soggetti, del resto, di cui parte della destra governativa continua a esaltare il preminente ruolo di sposa e di madre. Nella difficile attesa dell’abbattimento degli stereotipi femminili (in primo luogo moglie/mamma versus cinica e sterile donna in carriera), in un raptus utopistico è bello pensare a un idealtipo di donna che non abbia timore della propria diversità biologico-grammaticale e non la viva come discriminante.
Uomo o donna che sia, un politico – ma anche un tecnico – dovrebbe oggi tornare a incarnare l’etica della responsabilità, sganciandosi da logiche particolaristiche per recuperare il bene comune, i diritti, l’equità. Elsa Fornero, ministro o ministra, sarà giudicata per ciò che sta facendo e non per ciò che è.