Licia Satirico per il Simplicissimus

Mentre la Francia, rischiando l’incidente diplomatico con la Turchia, dice il primo sì alla legge che punisce la negazione del genocidio armeno del 1915, l’Italia sembra risucchiata in un gorgo di razzismo di basso profilo dalle manifestazioni eterogenee e pittoresche. Abbiamo ancora davanti agli occhi le immagini della strage fiorentina di cittadini senegalesi finiti sulla delirante traiettoria di un appassionato di Tolkien e Lovecraft, il cui gesto viene magnificato da pagine agiografiche su web e social network. È fresca l’eco recente del pogrom mancato di Torino, nato da una penosa bugia a cui molti cittadini indignati hanno voluto credere senza esitazioni: perché delle balle razziste – dai miti sulla razza ariana ai Protocolli dei Savi di Sion – non importa che siano vere, ma solo che appaiano verosimili. Risale a pochi giorni fa la divulgazione, sul forum neonazista di Stormfront, di una black list di magistrati, religiosi, avvocati, giornalisti, politici e attivisti dei diritti umani che si occupano di immigrati.

Turbano non solo i singoli episodi in sé, ma la loro imponente concentrazione: non può più essere una coincidenza. Il revirement razziale non ha più solo a che fare con le pittoresche raccolte di firme della Lega contro i campi Rom, ma impone una riflessione più profonda sul livello di penetrazione della discriminazione – e della sua percezione consapevole – nel tessuto sociale del nostro Paese.

Le dispute sui Rom sono, in qualche misura, espressive di una tendenza trasversale alla ricerca del capro espiatorio: di quel brutto sporco cattivo che mina le condizioni minime di sicurezza e genera un clima di paura diffusa. Non si tratta di un problema solo italiano: nei 2006 Eurobarometer, l’agenzia che registra le opinioni dei cittadini dell’Unione Europea, segnalò che per il 77 per cento degli intervistati «essere Rom rappresenta uno svantaggio in società»: frase immaginifica, che lascia intendere che un Rom non possa presentarsi adeguatamente nei nostri salotti. Tuttavia in Italia l’arma della neutralizzazione dei Rom è stata brandita da esponenti di tutte le forze politiche, non solo (direttamente) xenofobe. Nell’agosto del 2007 Walter Veltroni, in cerca dell’investitura come leader del PD alle primarie, decideva di liberarsi dell’aura buonista definendosi “abbastanza tosto” e ricordando al Corriere della Sera gli sgomberi di 15.000 nomadi ordinati quando era sindaco di Roma. Pochi mesi dopo Silvio Berlusconi inaugurava la sua campagna elettorale promettendo «tolleranza zero con i Rom, i clandestini e i criminali»: una promessa mantenuta solo in parte, dato che molti politici con fedina penale non immacolata hanno poi trovato accogliente asilo nelle file del Pdl.

I Rom non consentono sfumature di grigio: poeti e musicisti o rifiuto dell’umanità, in una concatenazione raggelante di luoghi comuni. Pochi conoscono la parola Porrajmos: nella lingua Rom significa “divoramento” e si riferisce allo sterminio di 500.000 zingari ad opera del Terzo Reich. Secondo l’ideologia nazista si trattava di “razza inferiore”, indegna di esistere perché composta da individui geneticamente ladri, truffatori, nomadi. Questa teoria inqualificabile può ancora allignare sulla bocca dei razzisti d’accatto, dei pazzi che sparano sugli immigrati e poi si ammazzano, dei legaioli da strapazzo attenti al dominio implacabile del loro cortiletto ben pulito. Stupisce invece, e in modo doloroso, che anche persone al di sopra di ogni sospetto, che si definiscono convintamente progressiste, indugino ancora nella tentazione della pulizia etnica, dell’allontanamento del nemico genetico per problemi di ordine pubblico.

Nel 1938 abbiamo varato le leggi razziali. Nel 2008 le abbiamo di fatto reiterate per i clandestini, relegandoli al rango di umanità minore negli stessi mesi in cui il nostro premier si sottraeva a ogni giudizio terreno con il sostegno di partiti xenofobi. Senza un mutamento di civiltà i mostri, nel giudizio della storia, saremo noi.