Anna Lombroso per il Simplicissimus

E chiamala se vuoi neo barbarie, anche se di elementi di novità ce ne sono pochi. Nelle società arcaiche il naturale impulso all’arricchimento era soddisfatto dalla rapina: di schiavi, di donne, di oro. E su razzie e ruberie fu fondato per secoli il dominio romano. Le società dell’alto medioevo dal canto loro realizzarono una economia autarchica basata sulla “corte”, nella quale la prosperità dei padroni era sorretta dall’austerità con l’oppressione e lo sfruttamento senza limiti dei contadini.

È che il capitalismo, il mercato, il profitto generano e tendono, ugualmente e sincronicamente, ad austerità e rigore, ad abbondanza e sfarzo. Dando luogo a una contraddizione che in passato fu superata in nome del benessere che si diffondeva, allorché la ricchezza di pochi non fu necessariamente compensata dalla miseria dei molti grazie alla sostituzione dei rapporti di forza con quelli di mercato. Almeno in Occidente, perché la ripartizione era comunque disuguale e l’opulenza era pagata cara da interi popoli e territori anche dentro ai nostri confini.

Ma nell’insieme il capitalismo mantenne la sua promessa: di realizzare, sia pure attraverso l’ingiustizia, la crescita generale della ricchezza e del benessere. Tanto che si consolidò la convinzione – anche in chi non avrebbe dovuto arrendersi e continuare a combatterlo e a cercare un’alternativa – di una sua indiscutibile e ineluttabile superiorità su ogni altro regime, sostenuta anche dalle religioni propense a un discrezionale e arbitrario diametro per le crune.
Negli ultimi tempi questa superiorità anche ideologica è in discussione, da quando, il capitalismo ha tradito la sua fondamentale promessa, quella di tradurre integralmente il profitto nella produzione di beni reali sostituendolo con il trasferimento dall’accumulazione di cose all’accumulazione di titoli – promesse illusoria di cose.

L’economia ha finito così per reggersi non, come nei tempi passati, sullo sfruttamento presente, ma sui redditi futuri, indirizzando la sua potenza verso la concentrazione dei redditi e delle proprietà nelle mani di una minoranza di plutocrati accumulatori di “liquidità”, cioè di moneta nelle forme più svariate. La liberalizzazione dei movimenti di capitale esaltata dal processo di globalizzazione, ha comportato formidabili disuguaglianze e promosso una gigantesca inflazione finanziaria, nella quale i debiti si rinnovano sistematicamente, facendo del nuovo capitalismo finanziario un circolo vizioso che gira intorno a se stesso, “dove i debiti non si rinnovano mai” come dice Marc Bloch.

Succede che quando, come dice Galbraith, gli sciocchi sono divisi dal loro denaro, anche gli incolpevoli lavoratori sono divisi dal loro lavoro e dalle loro aspettative di un futuro nel quale solo i già ricchi non pagano i debiti che hanno contratto: la liquidità si distrugge mentre i disavanzi restano, provocando ondate di fallimenti.

Pare sia questo il senso di una austerità, palesata come necessaria e ineluttabile quanto ci hanno detto che lo fosse il capitalismo. Che pesa ricattatoria e avida sulle vittime e non sui colpevoli e che spinge governi impreparati e dimissionari dalla sovranità a sostituire l’indebitamento privato con quello pubblico e a privilegiare il salvataggio delle banche, ma senza sviluppare azioni e riforme sul lato della crescita, anzi riducendo le spese sociali e addossando i costi sui ceti più deboli.
Chi pensasse che la severità sia una contromisura per ridurre la barbarie dovrebbe persuadersi che i “limiti” si devono porre all’illimitatezza sfrenata della crescita dissipata, che l’austerità è un esercizio doveroso nei confronti della rapacità del profitto finanziario, che i tagli si devono effettuare sulla corruzione non sui diritti. E che bisogna essere generosi invece per quanto riguarda la proposta di alternative, che ci sono eccome se si esce dalla contabilità e si torna alla politica, se si aggira l’autoritarismo finanziario e si preferisce il riformismo strutturale. Se è il mostruoso aumento delle disuguaglianze all’origine della crisi attuale, è necessario rovesciare le convinzioni dominanti che considerano i redditi da lavoro come gravami da minimizzare piuttosto che fattori di benessere da valorizzare e favorire. Bisogna puntare su di un’economia della sostituzione e dell’efficienza in cui il prodotto totale non continui ad espandersi indefinitamente ma che punti invece su uno sviluppo di qualità. Su una più equa distribuzione del reddito e una produzione ecologicamente più equilibrata. Sul contenimento dei movimenti di capitale di brevissimo termine con misure fiscali tipo Tobin Tax. Su un sistema di relazioni internazionali in cui il dollaro non sia più la moneta dominante. Su una riduzione dei divari nella distribuzione della ricchezza che costituiscono il vero freno allo sviluppo. Su uno sviluppo sostenibile basato su investimenti, crescita della produttività e dei salari reali.
Altrimenti, hai voglia a chiamarla austerità.. si tratta solo dell’antica immutabile ingiustizia.