Anna Lombroso per il Simplicissimus

Se Buttiglione è un filosofo allora vorrà proprio dire che laurearsi in una disciplina o specializzarsi in un mestiere attinente a una dottrina rende scienziati. Così i Cisnetto e i Bechis e anche i Meloni sono economisti, forse perché fanno economia in casa, mettendo le monetine in salvadanaio, o lanciano fantasmagorie finanziarie e spericolate ipotesi di studio, che possono piacere a Tremonti perché sono improbabili come le ricerche degli scienziati di Laputa o degli accademici di Lagado.

Che però piacciono perché possono compiacere o l’encomiabile desiderio di partecipazione diretta o il meno lodevole istinto di vendetta, ambedue peraltro legittimi. Così, dopo il volonteroso Melani, ieri è stata la volta di Bechis il telefonista, che ha lanciato una fumosa indiscrezione: il governo starebbe stringendo nientepopodimeno che un accordo bilaterale con la Svizzera convinta a applicare un prelievo forzoso, proprio lei, sui depositi italiani nelle sue banche.

Lo so anche a voi sembra una bufala, ma come mettere in dubbio Bechis, il confidente di Crosetto, il vicedirettore di Libero, insomma una autorevole autorità ammessa alle alte stanze comprese quelle blindate?
D’altra parte è comunque una bufala bipartisan gradita a tutte la fazioni del governo. Si delega il gesto sgradito all’Elvezia (proprio quella che schiava d’altrui si rende), si accontenta il popolo bue fingendo di “rubare ai ricchi”, ma si ha il doveroso riguardo per gli evasori. Qualora non restasse sulla carta anzi sull’ipod touch di Bechis, sarebbe una goccia nel mare della vera speculazione e della grande evasione che si alimenta nell’immaterialità dei fondi e dei derivati, imperscrutabili e molto anonimi, nelle società fantoccio, nei paesi canaglie, negli intestatari “anime morte”, se il 53 per cento dei contratti di locazione, spesso non registrati, delle ville di Porto Cervo, Forte dei Marmi, Porto Rotondo, Rapallo, Capri, Sabaudia, Panarea, Portofino, Taormina e Amalfi sono intestati a pensionati con la social card, prestanome di ignoti non-contribuenti.
Secondo le stime recenti dell´Istat l´economia sommersa in Italia ha raggiunto nel 2008 circa 275 miliardi di euro pari al 17,5 per cento del Pil. Di questi si stima che 230 miliardi siano propriamente evasione fiscale, con un mancato gettito di 120 miliardi. L´Agenzia delle Entrate ha calcolato che l´evasione riguarda in particolar modo il terziario e il settore delle costruzioni, dove arriva al 60 per cento del reddito. È più elevata al Sud, dove raggiunge il 50%, il doppio del Nord in termini relativi, mentre quest´ultimo prevale ovviamente in termini assoluti.

In Europa l´evasione fiscale italiana è preceduta soltanto di pochissimo dalla Grecia con il 20 per cento; è poco più di quella inglese mentre nei riguardi degli altri paesi registra un differenziale che è in media di 10 punti: 11 per cento in Germania, 7 per cento in Francia, 4 per cento in Danimarca, 4 per cento in Spagna e Portogall, 3 per cento in Svezia.
Quanto all´Iva, un recente studio promosso dalla Commissione di Bruxelles stima un´evasione di imponibile italiano del 22 per cento contro il 9 per cento in Germania e il 7 in Francia (30 per cento in Grecia).

Tante volte si è detto che stiamo rientrando nel medio evo. Forse il viaggio nel tempo ha subito un’accelerazione: la pressione fiscale nella repubblica e nei primi secoli dell´impero romano si era mantenuta entro livelli controllati. Le distorsioni rispetto alla pressione fiscale ordinaria si verificavano con il succedersi di guerre, con il loro contorno di stragi, violenze, schiavitù e rapine. E l´economia romana non era nutrita dal flusso regolare delle entrate fiscali ma dai prelievi sopraffattori sulle popolazioni sottomesse. Fu a partire dalla fine di quei prelievi che quell´economia rapace entrò in crisi.
Eh si i governi contemporanei hanno capito che per continuare nella loro avida e dissennata accumulazione dovevano muovere una bella e sanguinosa guerra interna, spostando l´asse del prelievo fiscale dagli impieghi militari alle spese sociali.

È in questo campo di battaglia, nei suoi interstizi che si insinua lo sfruttamento dell´evasore fiscale. Verrebbe da dar ragione alla pubblicità progresso che ci irride dai teleschermi: l´evasore fiscale, facendo mancare risorse allo Stato, è un “magnaccia”, che mette le mani nelle tasche dei cittadini e che costringe lo Stato a erodere risorse pubbliche per promuovere la crescita, anche attraverso gli investimenti che dovrebbero effettuare le imprese impegnate invece a speculare per moltiplicare le rendite.

Ma la responsabilità dell´evasione pesa anche sulle spalle dei governi, benevoli complici coi condoni, le esenzioni, gli “scudi” e interessati persuasori, che ci convincono che chi evade è furbo, perché si fa gli affari suoi, integrato, perché così fan tutti, costretto, perché è una catena della iniqua solidarietà nella quale micragnosi interessi individuali, prevalgono sull’interesse generale e sul bene collettivo. E vogliono farci credere che spezzare una catena, come quelle di Sant’Antonio, porta sfortuna. Non è vero ma ci credo, è una massima alla quale non dovremmo dare più retta: ci siamo fatti ingannare abbastanza.