Anna Lombroso per il Simplicissimus
“Le donne hanno un modo di vivere, amare e sentire diverso dagli uomini e sottolinearlo può sembrare inutile quanto banale. Eppure le interminabili lotte per la parità dei diritti hanno a lungo confuso le carte e accade ancora spesso che siano proprio le donne a non valorizzare abbastanza quella differenza che è invece la grande ricchezza di genere. Da custodire, esaltare e trasmettere a figlie e figli. Certo, anche grazie all’emancipazione finora acquisita (sebbene tuttora zoppa), le donne capaci di tenere insieme pubblico e privato non sono più l’eccezione, bensì la norma”.
“C’è una differenza di genere nella percezione di come sarà il futuro? Talvolta mi pare di sì. Senza generalizzare mi pare che le donne in ascolto e capaci di agire il femminile, percepiscano che il cambiamento sarà altro rispetto a eleggere un candidato A o B. Donne che silenziosamente producono modificazioni impercettibili, movimenti carsici, lenti ma che smuovono le montagne. Non si percepisce nulla e d’un tratto la montagna non è più dov’era. Donne con il fiuto raffinato da anni di allenamento percettivo e pazienti perché sanno che la posta in gioco è alta”.
Si lo so non è buon uso quello delle citazioni estrapolate dal contesto, ma queste due frasi “raccolte” oggi hanno vita autonoma perché testimoniano una convinzione diffusa e consolatoria. E proprio per questo rischiosa. Si proprio oggi il milione di iscritti al Pdl sembra la grottesca risposta al milione di cittadine e cittadini portati in piazza dal senonoraquando che salvo l’incursione a ranghi ridotti del 15 sembrano essere dimessamente e stabilmente chiusi a casa.
Lo dico con grande rammarico. Viviamo un disastro economico, sociale, morale e antropologico. Che travolge un popolo troppo remissivo e accondiscendente, addomesticato dall’innalzamento dei livelli di tolleranza dell’illegalità, disposto a subire molto per conservare il poco. Non mi stancherò di ripetere che Berlusconi non è la malattia ma il sintomo, il fenomeno antropologico, la rappresentazione emblematica e tipica dell’italiano medio. E’ l’archetipo, la faccia prestata all’abitante di un’Italia che ha visto il defluire della vita politica dall’arene pubblica a quella mediatica, un paese decostruito socialmente nei suoi comportamenti, nei sentimenti, nelle emozioni , cittadini degradati a consumatori, elettori retrocessi a teleutenti, che spendono il loro voto come si spendono i propri soldi al mercato, disinteressati alla dimensione pubblica e al bene comune, merci tra le merci, non riconoscono altro che la loro solitaria identità, votata a soddisfazioni individuali, personali e immediate, senza passato o futuro.
E le donne del suo clan che scatena a difendere misure improbabili e inique, a comunicare illusioni a buon mercato inafferrabili e squallide come i prodotti “finanziari” e economici che propagandano, incivili e lesivi di diritti e buonsenso, non sono delle aberrazioni in tacchi a spillo, non sono ostaggi inconsapevoli di una cultura maschilista, come non lo sono la Marcegaglia o la Polverini, la Lei o tante altre bastarde per promozione, vocazione o dinastia.
Una volta avremmo detto che erano nemici di classe. E dovremmo rispolverare la definizione. Perché sono in aperta guerra con l’equità, con la liberà individuale e collettiva, con la dignità del lavoro e della socialità. E avversano in particolare le donne, ricattate da una crisi che le colpisce escludendole o penalizzandole nelle professioni, esautorando le loro conquiste e la loro competenza, costringendole a sostituire l’welfare e perfino a difendere diritti indesiderabili ma necessari. Insomma i quarti più esposti nella macelleria sociale.
Certe retoriche in tempi di devastazione diventano dei pericolosi beni rifugio, rassicurazioni confortanti e tranquillizzanti. E quando in nome della necessità vogliono farci sembrare accettabile perfino desiderabile la rinuncia alla democrazia, alla legalità, alla dignità, alla legittimità, c’è poco da consolarsi con la sensibilità di genere, con la lenta ma inesorabile potenza femminile da contrapporre alla violenta, frettolosa e prevaricatrice “impotenza” maschile, con la capacità di guardare al futuro perché siamo “fattrici”. L’abbiamo fatta anche noi questa società, noi contemporanee in particolare. E ci spetta l’onere e l’onore di difendere con lealtà quello che era stato conquistato, di riappropriarci, donne e maschi, della dignità di persone.
Perché oggi qualcuno sta ponendo – con espedienti, misure, leggi, accorgimenti, modelli culturali, sopraffazione forte o delicata – un pezzo di umanità fuori dall’umanità. Rimescolando il terribile bacino della miseria, in modo che i poveri si facciano guerra tra loro, tra padri e figli, tra maschi e donne, tracciando un atroce confine tra uomini e non uomini, producendo esclusione e segregazione. E introducendo una graduatoria velenosa dei diritti, come se potessero essere ridotti in segmenti privilegiati o trascurabili.
Il patrimonio dei giusti è l’umanità. Siamo dalla parte giusta, non facciamocela portar via.


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vedi Nadia il punto è sempre quello: è vero che dobbiamo aspirare a uno stravolgimento culturale nell’ambito delle relazioni e dei rapporti di forza all’interno delle relazioni. E non dico che deve essere relegato all’ultimo posto, semmai dico che deve essere integrato all’interno di quello che ha assunto la potenza e la forma del conflitto di classe. Questa società incentrata sui consumi e sull’accumulazione e secondariamente frutto di una cultura sessista, ma prioritariamente espressione del primato del mercato, che è anche maschilista ma come “accessorio”. Letture, mi viene da sorridere, solo “antropologiche”, sono inadeguate alla complessità del momento. E ometto di parlare dell’impressione che mi fece Irigaray quando l’intervistai. Certo non bisogna vedere Napoleone in vestaglia, ma quando un barone è un barone non c’è sensibilità o qualità di genere che tenga, a cominciare dal linguaggio…
p.s sul fatto che la società abbiamo fatta noi, banalmente si potrebbe obiettare che le donne, hanno sempre contribuito a fare la società, in quanto appunto esistono e si muovono nella realtà. Non è così semplice. Una interessante lettura penso possa essere quella di Luce Irigaray, la quale ben spiega come il linguaggio sia fallologocenrico, per modificare il modo in cui pensiamo e ci rappresentiamo la realtà e quindi per poter fare un cambiamento profondo, le donne dovrebbero reinventarsi un loro linguaggio ma l’unico che hanno è quello appunto fallologocentrico. Mi riallaccio al fatto che il cambiamento deve essere sul piano del significato e sul piano simbolico. In cinquant’anni le donne hanno fatto molto in relazione a realistiche possibilità di cambiamento. (gli uomini da questo punto di visat sono rimasti immobili o spettatori disatccati come se la cosa non li riguardasse, ora, ora si comincia a vedere qualche movimento interessante). Ma i cambiamenti profondi sono quelli lenti (quelli carsici appunto). Io la vedo così, oggi il sistema culturale che ci ha sorretto per secoli, è in crisi, ma negli ulitimi vent’anni nel mondo c’è un inesorabile colpo di coda, e strisciante aria di restaurazione di un sistema che non ha più nulla da dare. Ma questo è fisiologico. Dovremo aspettare che passi la stretta del pugno che non trattiene più nulla, per poter vedere rinascere qualcosa di interessante, ma non saremo noi a vedere quel giorno…..
si vero ma il problema è che se non si gioca il cambiamento sul piano simbolico, a noi spetterà sempre essere il quarto di bue più esposto, a noi e ai soggetti “femminilizzati” . Questo cambiamento non credo lo si possa ompiere neutralizzando la questione femminile; non credo che le riflessioni della Zanardo siano retorica consolatoria, ma che alludesse ad una possibilità, a partire dalle donne, e dal discorso sulle e delle donne, di trovare modi altri di pensare la società e il mondo in cui saremo proiettati , noi e le generazioni future. E non è forse una speranza che dovremmo avere tutti e tutte? Un modo differente di pensare la società, i rapporti di potere, il linguaggio, il pensiero, un modo altro rispetto a quello che è stato fino ad oggi, in mancanza di questo passaggio, se non riusciremo a farlo e si sceglierà la via della neutralizzazione, temo non sarà possibile alcun cambiamento profondo. Ma solo un riavvolgimento del nastro.
super