Se mi chiedessero all’improvviso quando è stato ucciso il Che d’istinto mi verrebbe da dire gli anni ’80 e invece la sua esecuzione è del 9 ottobre 1967, quando ancora facevo il liceo, quando non c’era ancora il Sessantotto. Ma l’icona di Ernesto Guevara è stata tanto presente che la sua morte sembra appartenere a un’altra stagione.

Ma non voglio certo fare un percorso della memoria personale, né impelagarmi nelle infinite e irresolubili questioni fra trozkisti e fans dell’Unione sovietica o nella disamina di oscuri patti fra Washington e il Cremlino di cui pure si mormora e insomma di tutto ciò che fa parte del passato. Preferisco ciò che continua a vivere e le battaglie del Che, il loro senso sono certamente più vitali del contesto storico e ideologico in cui nacquero.

Mi interessa piuttosto trarre dalla vicenda della guerriglia in Bolivia qualcosa tra le tante che possa  gettare una luce sui tradimenti di allora e di oggi, in particolare sulla dinamica delle elite intellettuali e la loro traslazione dall’idea di progresso a quella di conservazione , dalla speranza alla comoda e pingue rassegnazione fino alla complicità con lo spirito del tempo.

Come forse qualcuno sa o ricorda dopo l’esecuzione del Che furono accusati di aver tradito Guevara lo scrittore, filosofo, giornalista francese Regis Debray  e l’artista argentino Ciro Bustos, pittore pressocchè sconosciuto. Ma ben presto la pressione dell’intellighenzia francese ed europea, venuta prontamente in soccorso del collega, gettarono il peso dell’accusa  sul solo Bustos, mentre Debray, dopo qualche anno di carcere in Bolivia, proseguì il suo cursus honorum, traslando man mano da posizioni rivoluzionarie, al socialismo mitterandiano a posizioni apertamente di destra.

Già da qualche anno però un film inchiesta di Erik Gardini e Tarik Saleh, tenuto accuratamente nascosto dietro le pieghe di un silenzio imbarazzato e censorio, sembra invece attribuire la responsabilità del tradimento proprio a Debray. Cosa peraltro molto logica visto che l’intellettuale francese, catturato nella primavera del ’67 e definitosi come giornalista  inviato a seguire la guerriglia, aveva a portata di mano la salvezza rivelando la presenza del Che e la zona in cui operava. Questo è il pezzo di filmato con l’intervista a Debray e la presentazione del documento principale per cui gli autori lo ritengono il vero traditore.

Comunque sia è abbastanza impressionante vedere quest’uomo ultrasessantenne con i capelli tinti e certamente affidati a un coiffeur di vaglia, minimizzare il ricordo e non attribuire più alcun valore alll’acme della propria vicenda umana, non rappresentato certo dalle banalità accademiche della sua successiva carriera. Impressionante perché sembra ciò che che è:  l’uomo adagiato dentro il potere di cui ha acquisito le movenze e l’aspetto. L’uomo che non ricorda i sogni e anzi li rinnega con la sua stessa vita, quasi con la sua stessa apparenza.

Sono stigmate alle quali siamo abituati, che abbiamo visto mille volte,  che “leggiamo” ogni giorno e poco importa se manca una tragedia, una fede o un’azione eretica come coagulo di una vita: la trahison des clercs non ha più bisogno di un principe o di una potente da servire, può essere ancora più radicale e dipendere semplicemente da un potere impersonale, dal voler essere parte del Zeitgeist, in  accordo con il coro e con lo spartito.

E così la domanda su chi l’abbia scritta la musica e come la si potrebbe cantare diversamente viene meno, nonostante sia questo il compito dell’intelligenza. Così mentre una volta l’intellettuale forgiava pregiudizi, ora ne è spesso vittima e diffusore. Ecco perché paradossalmente la morte del Che tra le sierre della Bolivia ha anche segnato l’agonia di una certa idea di Europa.