Anna Lombroso per il Simplicissimus
E non si dica che siamo un paese che non ama la trasparenza: i panni sporchi si lavano in pubblico, i complottisti per tenere le loro riunioni clandestine scelgono un ristorante di fronte a Palazzo Chigi con le vetrine sullo struscio, i ribelli affidano l’abiura alle interviste su Repubblica. Non è una novità, si tratta di una simpatica tradizione inaugurata dalla Signora Veronica Lario in Berlusconi, la prima a denunciare un precipitare nella patologia – e solo quella mancava al baratro golpista – del Presidente del Consiglio.
Il “pubblico” grazie a Fininvest e al primato del binomio consenso-consumi è diventati pubblicità, i contenuti slogan e la trasparenza è una cifra della lingerie ma anche della comunicazione politica, che la impiega per svelare quello che vuole mentre tiene celato quello che conta.
Non mi stancherò di ripeterlo, il forzagnocca, le orge, la maniacalità coattiva, l’abuso dei corpi ci sono e sono tossici, ma sono l’evidenza mostrata e esibita. E dovrebbe indignarci quello che c’è dietro: l’abuso dei diritti, l’oltraggio ai diritti, l’indifferenza accecata dall’hybris di fronte a una catastrofe tardivamente percepita e mai affrontata, l’irresponsabilità, l’inettitudine.
Gli “informatori” benignamente ammessi al retrocucina e usati come ubbidienti ripetitori dei messaggi elargiti, “informano” secondo comando come cagnetti ben addestrati all’ubbidienza. Così il paese affoga, c’è un innegabile vuoto di potere lasciato da una maggioranza vuota di principi contenuti valori idee, che nessuno sembra avere forza o voglia di riempire, salvo vuoti ancora più vuoti che pensano di scaldare l’inverno del nostro scontento con la pashmina di cashmere e tutto – media dibattito politico i talkshow che si sono sostituti alle sedi di rappresentanza – ruota intorno ai complotti alle cooptazioni ai gran rifiuti alle gioiose adesioni ai microinteressi di botteghe.
E gli equilibristi che nel frattempo sono affaccendati a stendere la loro rete di protezione alimentano il chiacchiericcio: Alfano si Alfano no, via Berlusconi viva Berlusconi e fanno l’ostensione del morto e nessuno ha il coraggio di seppellirlo e il Buongiorno si vede dal mattino e ogni mattina e ogni sera a noi tocca subire le menzogne poco convinte del partito trasversale degli sfrontati.
Siamo come la Grecia, eccome! Non fosse altro per quanto di siamo accomodati dentro una tragedia, ma di quelle minori, ben poco epiche che forse Sofocle non avrebbe firmato. E come nelle tragedie forse in una ulteriore aberrazione del familismo, un ceto dirigente che ha mutuato modi e regole delle relazioni private nella pratica di governo e nella gestione del potere, ne viene travolto. Come nelle dinastie regali – o mafiose, i figli tradiscono i padri o vorrebbero farlo, le mogli pugnalano i consorti, le etere deridono i vecchi guardoni, il coro si lagna.
Ma voi non vi siete stufati di fare la plebe? Non vorreste cambiare l’intreccio e diventare popolo?


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Plebe contrapposta a popolo?
Non so, su plebe pare facile trovare un accordo, questo termine comunica così chiaramente, sottomissione, manipolazione, implicita complicità con il potere (panem et circenses!) che pare scontato il rifiuto all’identificazione personale (risposta tipo: io plebe, scherziamo?) mentre magari è più facile, non so quanto più corretto, veder altri come plebe o, ancor più spregiativo, come plebaglia. E con questo si capisce poco o niente, meno comunque di quando si parla della plebe nel mondo classico, in fondo questo termine appartiene a quel contesto.
Allora, popolo? Ma quanti lo hanno usato, attribuendovi significati, funzioni diverse… è vero che i riferimenti si possono scegliere, ma a me viene in mente Robespierre che diceva di “popolo….nome commovente e sacro” (vecchia edizione di “La Rivoluzione giacobina”, del 1953) e mi fa una certa impressione confrontare questa convinzione, sincera credo, con le politiche da lui attuate.
Capisco comunque che l’invito a fine articolo è positivo, forse un invito all’azione, intesa come uscita dalla gabbia della passività.
sono quella di prima. non so perchè sono uscita anonima.
io invece sono più ottimista. Stufata? Mai stata plebe e penso che ce ne siano tanti come me, solo che si arrendevano prima di combattere, di fronte ad una maggioranza (non parlo di quella politica) che pareva starci bene, in quei panni. Sento spirare un’aria nuova, non lasciamoci più prendere dalla voglia di fare di tutta l’erba un fascio: a volte un solo individuo, se di valore e determinato, può cambiare il destino di una nazione. Alziamoci da soli: qualcuno seguirà. Un esempio? La riunione condominiale, specchio della più parte della società. Tutti scontenti dell’amministratore, ma tutti zitti al momento di confermarlo. Se uno solo ha il coraggio di dire quello che pensa, gli altri seguono a ruota e in un attimo la situazione è ribaltata. Mai perdere la speranza che le cose possano cambiare, mai arrendersi senza combattere solo perché “tanto non cambia niente”. Se cambiamo atteggiamento, tutto può cambiare.
Qualche tempo fa ho scritto questo sul mio blog: La rivoluzione si fa con le idee e con il cambiamento a livello individuale: “sii il cambiamento che vorresti vedere nel mondo”, diceva Gandhi. E “se pensi di essere cosi’ piccolo da non poter fare la differenza, prova a dormire con una zanzara” ha detto Tenzin Ghiatso, XIV Dalai Lama.
Io non mi arrendo.Nondimeno è dall’analisi obiettiva che occorre partire.mi sono spesso trovata ad incamminarmi e trovare dietro un bel deserto.é chiaro. bisogna partire dagli individui. la coscienza individuale va risvegliata:noi siamo portati a parlare di “società” deresponsabilizzandoci.
no. non si sono stufati. il problema è proprio questo. Non si sono stufati perchè l’Italia non è uno stato:è 60 milioni di stati diversi e di poterucoli parcellizzati.idee cone Patria, fierezza nazionale, salvaguardia della memoria storica comme sentinella attenta di identità culturale da noi fanno ridere, mentre altrove hanno ancora un significato.Cinici e menefreghisti non facciamo che strumentalizzare la storia, perchè ci interessa piangerci addosso e continuare a fare i cavolacci nostri.Come si puo’ pretendere che una classe politica sia migliore della gente che rappresenta?la classe politica siamo noi. E’ la legge della domanda e dell’offerta.