Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’Unità ieri: Nel giorno in cui il Nobel per la pace è stato assegnato a tre donne africane, che forse con più coraggio di Steve Jobs stanno cambiando il mondo, vorremmo che venisse istituito anche il Nobel per l’antifemminismo, che senza dubbio andrebbe a Berlusconi con motivazione speculare (la parte per il tutto) al suo «Forza gnocca» e cioè «Testa di minchia», presa in prestito da Salvo Montalbano.

Ossessiona non solo me la preoccupazione che ad essere vivo e dinamico più ancora del presidente del consiglio – che sembra solo un effetto speciale e indesiderabile – sia il Berlusconi annidato negli italiani.
Ma sono convinta anche che Berlusconi non è un errore nel processo di riproduzione del codice genetico della classe politica italiana. E non è nemmeno la causa della malattia. È semmai il sintomo, il volto simbolico più miserabile ma più rappresentativo di quel particolare genere di italiano che si è moltiplicato nella decostruzione sociale del Paese, scomponendone valori, capisaldi e autorevolezza della sua democrazia, nella trasformazione aberrante dei cittadini produttori, in consumatori e teleutenti.
E un segno della generale aberrazione consiste proprio nell’allegra e dissipata inclinazione alla superficialità un po’ cretina e comoda, alla soggezione ben disposta e acritica a non andare oltre quello che il potere manifesta e ostenta di sé per lasciare dietro ben custodita la vera natura e l’intento del suo operare.

Dare a Berlusconi il Nobel antifemminista per il suo forza gnocca biascicato come quei coattivi ripetersi di vecchi sporcaccioni esibizionisti è come darlo a Putin nel giorno del genetliaco che è anche l’anniversario dell’assassinio della Politovskaija per non aver apprezzato una donna giornalista.
È cadere nel trabocchetto peraltro scoperto ed evidente teso a chi non vuol vedere che dietro a forza gnocca c’è forza golpe, c’è l’ingiuria al nostro passato, l’impoverimento sociale e morale del nostro presente, l’ingiuria al nostro futuro.

Sono sicura che alle senonoraquandiste interessino più i corpi offesi delle operaie di Barletta di quelli esibiti o oltraggiati dal premier e dalla sua corte. Ma nella generale spettacolarizzazione, nel primato del messaggio rispetto al contenuto, dell’audience sulla reputazione, della provocazione sull’impegno continuativo e quindi un po’ comunista, noioso, arcaico, è più facile e appagante uniformarsi allo spirito del tempo.

Deve essere diventato comunista anche il Cnel che in questi giorni denuncia: “lavoro: donne discriminate su lavoro, retribuzioni e salari. Servono misure di pari opportunità professionali, bisogna combattere stereotipi e favorire politiche di conciliazione lavoro/famiglia. Investimenti per promuovere trattamenti equi e equiparati”.
L’antifemminismo mai come ora si manifesta e materializza nelle politiche a danno dello stato sociale, del lavoro e della sua “dignità” non solo retributiva, dei diritti delle persone, dell’aspettativa del domani. È testimoniato dalla inarrestabile condanna delle donne, in nome della “necessità”, alla marginalità progressiva fino all’esclusione, dal mondo del lavoro, all’attribuzione forzata alle famiglie e alle donne delle mansioni sostitutive dei servizi e dell’assistenza, non più garantiti dal welfare.

Numericamente maggioritaria nel paese la presenza femminile vive la condizione di una minoranza lesa in diritti e trattamento. Non è un paese per donne si sente dire. Non è nemmeno un paese per vecchi. Non è un paese per malati. Non è un paese per giovani. Non è un paese per poveri. E forse non è un paese per la libertà, soprattutto se ce la facciamo strappare senza combattere, disarmati se non con qualche freccetta della satira. Abbiamo perso anche su quel fronte, non sarà una risata a seppellirli, ci vuol altro..