Stamattina Anna Lombroso, mi ha mandato questo post che pubblico volentieri, in primo luogo perché mi esime dalla ritualità del cordoglio che come altre cose “dovute” mi riesce malissimo proprio per il diaframma che si crea tra una miriade di pensieri e la pista obbligata che si deve seguire. Ma in secondo luogo perché dimostra come è facile subire l’appeal delle leggende, attentamente costruite, senza andare a vedere nel “retrobottega” della storia.
Io ho un istintivo fastidio per certi riti collettivi. Soprattutto se si tratta di “esequie” che seppelliscono con onore che avrebbe dovuto essere amato e rispettato da vivo. O ammirato. O peggio la morte confonde contorni suggerisce compassionevoli dimenticanze, come faceva mia zia che ogni volta che uno moriva diventava “il povero…” escludendo dal suffragio – mi si dice – solo Hitler e Mussolini (ma non la Petacci).
Così mi sono chiesta perché invece ho condiviso con grande dolcezza la tristezza e il compianto della rete per la morte di Steve Job, come una perdita vissuta con unanime commozione da chi anche inconsapevolmente vede quella mela allegra come il simbolo della genialità inarrestabile dinamica che vince con la bellezza della creazione in un mondo nel quale molti sanno fare poco.
Sarà questo, si sa ci sono self-made men più amabili e meritevoli di gloria di altri.
Sarà la morte che agguanta nel pieno fulgore della vita: le dipartite precoci incoronano di viole volti che assumono una diversa gentilezza trepida e eroica, forse quella dei perdenti, di quelli che sono stati battuti con onore nella battaglia finale.
Ma io credo che sia anche perché abbiamo nostalgia dell’integrità. La rimpiangiamo come qualcosa che abbiamo trascurato, che abbiamo ammirato troppo poco. E siamo illuminati dall’onestà di chi lascia qualcosa di molto amato, cha ha ideato e costruito perché non venga vulnerato dalla sua vulnerabilità. Dall’innocenza di chi con potenza dichiara la sua debolezza.
Sarebbe inappropriato e avvilente fare confronti con uomini di impresa italiani contemporanei – anche Olivetti aveva occhi così limpidi. E anche con chi pensa che le dimissioni siano una rinuncia cui non si deve sottostare.
No, abbiamo pianto prima e dopo la sua morte, la perdita di un uomo d’onore, una qualità che stiamo dimenticando e che lui ha avuto il merito di ricordarci.
In realtà se avesse vinto la filosofia di Steve Jobs o degli altri fondatori della Apple, con tutta probabilità non starei scrivendo queste righe e molti altri non le leggerebbero perché i personal computer sarebbero ancora un oggetto per pochi e di uso professionale. Infatti se è vero che acquistando, con un colpo di fortuna e anche di genio commerciale, l’interfaccia grafica della Xerox, i computer Macintosh posero le basi per un uso semplificato della macchina senza bisogno di dover digitare comandi da tastiera, è anche vero che il “sistema Apple” era quello che impediva l’accesso alle proprie tecnologie da parte di terzi, quello che terrorizzava i produttori indipendenti con le lettere degli avvocati, che più di ogni altro venerava il brevetto e l’approccio proprietario.
Qualcosa di molto diverso dal mond0 Ibm e Microsoft che invece aveva creato una vastissima rete di produttori che si affannavano a creare schede madri, moduli di memoria, software e mille altre cose “compatibili” che resero i personal abbordabili da parte di persone semplicemente appassionate e finirono per creare il mercato dei computer personali.
Qui non è questione di fare qualche stupida guerra di religione tra sistemi che sono sono la passione degli smanettoni e di quelli che non sanno cosa sia la programmazione, ma di due modi radicalmente diversi di intendere l’informatica e la tecnologia in genere: quella chiusa e quella aperta. Steve Jobs è stato un genio della commercializzazione, magari spesso della “figata”, del gadget, ma ha pochissimo a che vedere con il fenomeno dei garage nei quali si è sviluppata l’avventura informatica. E difatti il nuovo splendore della Apple con Ipod e Ipad riprende completamente la filosofia proprietaria in questo caso su un terreno apparentemente più fertile.
La questione vera è invece l’incapacità di una società investita dal liberismo di vedere le cose nel loro significato reale senza fermarsi all’apparenza e di non abbandonarsi al facile fraintendimento. Uno dei segnali più evidenti di un maturo dilettantismo nelle analisi della sinistra è stato il fatto nella sua stampa si è sempre tenuto per il “Mac” contro il supposto “monopolio” Windows, ma contemporaneamente per l’Open source che è l’esatto opposto della filosofia chiusa di Apple. Probabilmente era il tifo per il “debole” nei confronti del “forte”, senza capire che la marginalità del Mac era conseguenza di alcuni errori compiuti dall’azienda, ma principalmente il suo rivolgersi a un pubblico abbiente che voleva “distinguersi” soprattutto grazie a prezzi più alti, anzi di fatto inarrivabili per i più, se ci mettiamo il software applicativo. Una scelta il cui significato non cambia se in seguito è divenuta una necessità.
Non è un caso che le innovazioni di Apple si limitino alle idee commerciali, brillanti e geniali finché si vuole, ma nulla a che vedere con le vere novità di linguaggio e di tecnologia dell’informatica che hanno permesso, tra l’altro, lo sviluppo della rete. Ma si sa che il mondo va così. Soprattutto questo mondo, nel quale se per caso morissero Linus Torvalds o Steve Caps, tutti si chiederebbero chi caspita sono, perché non sono guru del business.


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In realtà credo che il primo vero PC assemblato (quindi non con il kit da montare a casa) e dotato di tastiera e monitor è stato lo Sphere 1 di Michael Donald Wise, fondatore della Sphere corporation. O almeno mi pare che ad oggi sia riconosciuto da alcune riviste del settore come il primo. Comunque, non si può attribuire quello che abbiamo oggi come ideazione di un solo personaggio.. Il primo pc assemblato non è un apple, la prima interfaccia grafica è della Xerox, poi migliorata dalla Apple con il Lisa e poi col Mac, la Microsoft ha migliorato ancora il prodotto con windows e rendendolo accessibile a livello di prezzo.. Ognuna di queste ditte ha contribuito allo sviluppo, ognuno aggiungendoci qualcosa di suo.. Jobs è stato un grande industriale capace di partire dal nulla e diventare miliardario, mettendo passione nel lavoro che faceva e sapendo rendere un prodotto di “marchio” ciò che vendeva. Ma non attribuiamoli meriti che non ha. Non si può dire che è grazie a lui se siamo qui a scrivere ad un PC..ma a lui e a tanti altri..
contro i mac evangelist non si può, caro direttore.
era un genio e i suoi non sono oggetti, sono gioielli
ciao, miss apple
Che Unix sia Apple lo stai dicendo tu… io ho scritto un’altra cosa. Rileggi. Il punto in discussione è chi abbia portato la innovazione alla portata delle persone. Non è stato il coacervo di pc dei primordi che citi, ma chi è riuscito, con le idee innovative messe in pratica, a realizzare quello che ha tracciato l’evoluzione futura, di tutti, non solo della Apple. Sulla storia di quegli anni, se non lo hai letto, prova “Fire in the valley” http://www.amazon.com/Fire-Valley-Making-Personal-Computer/dp/0071358927
PS: io c’ero. era attualità, non storia.
Risposta collettiva
Prima di tutto di Anna Lombroso è solo il pezzo in corsivo, tutto il resto è mio..
Ma voglio dire il sistema Unix è della Apple? A me risulta che sia stato sviluppato dalla At&T. il problema è che molte persone non si rendono conto che le soluzioni possibili su un computer spesso non sono determinate dal possedere o meno una certa tecnologia, ma dal prezzo che si può fare.
Il primo personal computer in assoluto è stato l’Altair 8800 del 1975, seguito nello stesso anno dall’ IBM 5100 Portable Computer. Del ’76 è invece il SWTPC 6800 di Motorola, Di questo stesso anno è la piastra Apple1 e solo l’anno successivo e l’Apple 2 il primo vero personal computer della casa di Cupertino con collegamento al televisore. Il primo personal compatto e dotato di schermo come lo intediamo noi è stato il Radio Shack TRS-80 Model 1. Seguito poi dal Datamaster system/23S. L’Apple III e solo del 1980 ma si rivelò un tale disastro e di tale costo che non ebbe alcun seguito. Il 12 agosto dello stesso anno fu commercializzato, quasi in contemporanea con l’Osborne 1, il pc Ibm, la cui architettura determinò poi quella di tutti i personal computer, compresi gli Apple. Del 1982 è il primo clone Ibm realizzato della Columbia data products e seguito a ruota dal Commodore 64. Il primo “vero” Mac è il Lisa del 1983 di fatto mai entrato in commercio a causa del costo proibitivo: quasi 20 milioni di lire.
Se si vuole fare la storia dell’informatica bisogna farla bene, mica un tanto al tocco.
Sto scrivendo con un Mac di dieci anni fa, su cui non ho speso un centesimo di manutenzione, a parte trenta euro di aggiornamento del sistema operativo, e che mi ha fatto risparmiare ore, anzi giorni, rispetto all’equivalente Windows.
I programmi che ho installato o sono nativi o sono gratuiti o sono open source, tutti regolari.
Quando l’ho acquistato, la differenza di prezzo rispetto a un Pc equivalente era del 20%, ma la differenza di qualità imparagonabile: nessuno dei miei amici che ha acquistato un pc nello stesso periodo lo sta ancora usando.
Ho iniziato ad usare Macintosh nel 1985.
Avevo allora un’azienda in società con un carissimo amico, appassionato di elettronica e tecnologia.
Aveva allora un Apple, il primo, che funzionava con il Dos, e mi esortò ad imparare il linguaggio e ad usarlo.
Mi disamorai subito e, occupandomi della parte creativa, gli lasciai volentieri l’uso dell’attrezzo. Lui insistette ancora alcune volte, poi lasciò perdere.
Un giorno arrivò con l’ennesimo gadget: lo scatolino Macintosh.
Me ne magnificò le qualità, ma io ne apprezzai solamente la compattezza, almeno occupava poco spazio.
Lui mi invitò a provarlo, ma vedendo la mia faccia demotivata lo lasciò semplicemente acceso, dicendomi che non dovevo imparare nulla, solo usarlo. E se ne andò…
Per curiosità cominciai a guardarlo, toccai il mouse (che non avevo mai usato) e “lo scatolo” cominciò a funzionare sotto le mie mani ignoranti.
Senza leggere manuali o fare corsi di alcun genere stavo usando un computer!
E questa è la cosa di cui io, e forse tutti noi, devo dire grazie a Steve Jobs.
Da allora non ho più lasciato la Mela (che già mi portavo dietro dagli amati Beatles).
In ventisei anni ho comprato quattro computer, di cui uno solo, un 475, non amato. Non ho mai dovuto ripararne uno, non mi si sono incatastati o inchiodati come sento dire da amici con pc, non ho mai dovuto fare corsi o fare ricorso a programmatori per impostarli, non ho sentito alcuna limitazione nell’uso, anzi.
Forse, se non avessi toccato quello scatolino allora, avrei iniziato ad usare il computer molti anni dopo, avrei passato molto tempo ad accusare la macchina per errori probabilmente miei, avrei fatto amicizia con i negozianti per accessori, aggiornamenti e riparazioni indispensabili, un po’ come si diventava amici del meccanico della Fiat un po’ di anni fa.
Non sono un appassionato di computer, lo uso come un elettrodomestico, come il telefonino o il frullatore, ma il mondo che mi si mostrò in quel pomeriggio dell’85 è un regalo che mi fece Steve Jobs e nessun altro.
E a lui dico addio e grazie.
Quandoque bonus dormitat Simplicissimus
ma Alberto ha ragione parte della leggenda è appunto simbolica. il suo allievo è di quelli che credono di aver comprato qualcosa fatto della stessa materia dei sogni e poi è la Giulietta di Marchionne…
Caro Simplicissimus, stavolta sei stato simplicerrimo; tre fatti: la rete AppleTalk, basata su protocollo IP, aveva il riconoscimento automatico e la condivisione in rete anni prima di qualcosa di lontanamente simile in qualsiasi altro ambiente; al cuore del Mac c’è un sistema Unix, visto che citi LInux; abbiamo qui l’unico sistema Unix, noto per la sua affidabilità, a larghissima diffusione per “i comuni mortali”; il Visicalc, il primo foglio di calcolo su personal computer è nato su Apple II. E così sono nati su Mac Word, Excel e PowerPoint. Lo sapevi? 🙂
Questa è innovazione di cui oggi beneficiamo noi, domandiamoci se la avremmo avuta senza chi ha definito per primo visione e realizzazione.
L’accenno poi a una supposta differenziazione di classe è, scusami, ridicola. Tu, credo, non mangi sempre da MacDonald, anche se ti dà carne come una fiorentina, no?
Finisco col dire che non ho alcuna simpatia per la chiusura totale della filiera ITunes-IPhone-Ipad che Apple ha ora. Secondo me la porterà al disastro, come il tentativo di mantenere il monopolio Intel-Windows-Office ha portato IBM fuori dal mercato dei PC e Microsoft ad essere una azienda con degli enormi problemi di posizionamento.
Cara Anna, hai scritto: «Steve Jobs è stato un genio della commercializzazione, magari spesso della “figata”, del gadget, ma ha pochissimo a che vedere con il fenomeno dei garage nei quali si è sviluppata l’avventura informatica». Mi dispiace contraddirti, ma furono proprio gli adolescenti Steve Jobs e Steve Wozniak a creare il primo personal computer in un garage, nel lontano 1976, cosa che fece dichiarare a Ken Olson, presidente della Digital Equipment Corporation, nel 1977: «There is no reason for any individual to have a computer in his home». Questo snobismo fede sì che il PC IBM arrivasse solo nel 1981 come parte della strategia IBM per entrare nel mercato di quelli che allora erano denominati «microcomputer»; un mercato allora dominato da Apple e dalle più economiche Commodore, Atari, Tandy e varie macchine CP/M.
eh proprio no, non so nemmeno cosa siano i giga…ho cominciato su Mac e confesso che poi l’ho tradito perchè era inopinatamente costoso..e io invece sarei fedele..
ma sai il fascino dei simboli è avvincente, incanta. a poi a utopie non è che col comunismo mi sia andata meglio
Perché tu probabilmente non ti sei mai trovata a dover spiegare Uml a qualcuno che non capiva, ma che adorava il rivestimento del suo portatile Mac, “fatto con la stessa sostanza delle palle da biliardo”.
eh si, hai ragione Alberto di svelare, di mettere a nudo la realtà dietro la leggenda. Ma come tu hai scritto tante volte abbiamo bisogno di piccole utopie quotidiane e anche di simboli che ci diano un po’ di coraggio. In questo caso condiziona anche il coraggio davanti a quella stramaledetta signora con la falce. Quindi grazie dell’indulgenza, del contributo alla verità..ma mi tengo lo stesso un po’ di emozione…