I “gioielli” di palta della Lega

Anna Lombroso per il Simplicissimus

“noialtri lombardi come i sassoni i franchi i lorenesi i bavaresi gli svevi e i burgundi disprezziamo tanto il nome di Romani che quando montiamo in collera non troviamo per offendere i nostri nemici un’ingiuria più forte della parola Romani che per noi comprende tutto ciò che c’è di ignobile vile avaro lussurioso e bugiardo tutti i vizi insomma”. (Liutprando)

Eh si invece dell’uso improprio di Cattaneo i pensatori della lega potevano più appropriatamente ricorrere a Liutprando, vescovo di Cremona, a prima vista un Bagnasco d’allora più esplicito del nostro coevo. Meno ignorante dei lumbard di oggi, ma altrettanto sfacciatamente risoluto a mettersi al servizio di padroni esuberanti e bizzosi da Berengario a Ottone I apparentemente ubbidiente ma livoroso. Si perfetto se è vero come dicono gli storici che esibiva raffinatezza culturale un po’ imparaticcia come una veste civilizzata – si sa che idolatrava le stoffe preziose, altro che il minimalismo di Prada – dietro alla quale nascondeva ferocia e superstizione, ambizione avida e paura del nuovo.

Eh si direte voi, cadi nella stessa trappola di quelli che vuoi criticare per aver attribuito valore – positivo o negativo che sia – a un fenomeno cialtrone a un uso leghista della storia che non ha la dignità dell’opera dei pupi e nemmeno quella del regno dei puffi. Eh si c’è stato un neghittoso concorrere di complicità, ammirazione, sopravvalutazione, invidia che ha contribuito al consolidamente di qualcosa che non era né solido e nemmeno “liquido”, per alimentare d’aria un composto degenerato e inconsistente di risentimento, viltà civica, irresponsabilità e slealtà, proponendoli come fossero qualità utili a contrastare un processo che è preferibile considerar e estraneo perché non si comprende e non li comprende.

Ne abbiamo già parlato ormai stancamente su questo blog, stanchi della venerazione di fan del potere prestati alla sociologia per la “capacità d’ascolto e della rappresentatività dei bisogni del popolo delle partite Iva”, un eufemismo per definire il ceto prepotente degli evasori, o dell’altrettanto entusiastica, invidiosa e nostalgica meraviglia dei politici per il “radicamento, la proposizione di un sindacalismo territoriale preludio a un formidabile consenso”. Per fortuna sociologi, commentatori – e anche politici, purtroppo, a volte – sbagliano le previsioni. Il fenomeno ha via via perso potenza e oggi procede barcollando da ubriaco in una compagine altrettanto ebbra e impotente a qualsiasi azione che non sia menar colpi disperati contro nemici veri e immaginari.

Eppure qualcosa del mito, autoalimentato e favorito da provincialismo, ignavo disprezzo per l’interesse generale e disamore per la democrazia, resta ancora come un fantasma, uno spettro simbolico di un malinteso. Fa comodo pensare che in questi anni l’italia si sia berlusconizzata – e bossizzata – a causa delle strategie mediatiche ad personam messe in campo dal leader e dalle sue aziende delle quali fa parte integrante il glocalismo, con il suo repertorio di egoismo e razzismo. In parte è così ma ritendolo si finisce per confondere l’effetto con la causa. Berlusconi ha contribuito a ridurre il governo le istituzioni e il paese alla stregua dei suoi format televisivi, ma quella pedagogia distorcente è cresciuta su un humus tremendamente favorevole. Quello di una Italia che stava già decostruendosi socialmente e economicamente per la pressione di una nuova economia che spazzava quel poco di moderno che c’era nel capitalismo, per rafforzare immaterialità avidità dissipata trasformando gli investimenti in speculazione soffocando il lavoro e i suoi diritti. E per l’annientamento nella corruzione e nella crisi delle idee di un sistema politico diventato sistema chiuso di alleanze e ambizioni opache, che nel berlusconismo e nei suoi alleati, nella legittimazione dei fascisti, nell’avallo del localismo e del campanilismo, nella dignità attribuita al familismo, nella legalizzazione di affiliazione e clientelismo, trovava la sua perfetta rappresentazione scenica.

Si si ieri il Capo dello Stato ha certamente dato uno scrollone a false credenze, mitologie e leggende politiche che pure hanno imprigionato e condizionato l’attività di questo governo, come recita il compiaciuto editoriale di Repubblica. Magari è un sussulto che ci fa sentire meno “solitari”. E lo siamo se abbiamo ridotto la capacità di rappresentarci un’utopia la caduta di un governo fantoccio, caduta della quale in troppi sembrano aver paura come in un horror vacui. E pronti a considerare augurabile la sostituzione automatica di un imprenditore padrone con un altro imprenditore padrone, magari esteticamente meno raccapricciante o appena più educato.

Ma non sarà arrivato il momento di finirla di accreditare le sacre discendenze più o meno tradite dai gloriosi comuni, spesso intenti a mettersi d’accordo per fare la guerra a qualcun altro, la slealtà nei confronti di Cattaneo, e perché no, di Miglio? la defezione dal federalismo? Abbiamo dato troppa corda e troppa dignità a una marmaglia illegale e illegittima e se per molti è tardivo il pentimento per tutti è criticabile la sopravvalutazione. La padania non è un’epressione geografica, né tanto mento un’espressione politica, è una patacca, una “sòla” messa in piedi dagli stessi che adesso cercano di venderci il Colosseo.

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