Anna Lombroso per il Simplicissimus

Roma, in via Casetta Mattei, il bus 775 è carico di gente, ma ecco che l’autista ferma il suo mezzo in doppia fila, scende e si assenta per dieci minuti per fare un prelievo al bancomat. Si è appreso dell’episodio da un video spedito ai quotidiani da uno “spettatore”, che ha ripreso tutto da un bar di fronte, compresi i passeggeri che scendevano dal mezzo, per andare e vedere che cosa stava succedendo.

Cantù, un disabile sulla sedia a rotelle incontra una buca, si rovescia e viene accusato dall’assessore alla sicurezza urbana della sua città, di aver costituito un pericolo per gli automobilisti “per essere transitato sulla strada e non sul marciapiede, con una carrozzina non omologata”. L’accusa è stata mossa dall’assessore Andrea Lapenna al consigliere comunale Aldo Stoppani che con la sua carrozzina si era recato a controllare lo stato di una strada del Comune in seguito a una segnalazione: “ero sul marciapiede e poi sono sceso in strada ma ho trovato una buca che ha danneggiato il mio mezzo. Non c’è bisogno che l’assessore mi ricordi che si deve andare sul marciapiede, che in ogni caso manca nel 35% delle strade”.

Due storie differenti. Unite da un filo, quello dell’abuso e del dispregio da parte di chi svolge un incarico al servizio degli altri, eletto o stipendiato che, sia nei confronti del bene comune come della collettività.
È fin troppo facile nel caso dell’autista dell’Atac dire che pochi hanno saputo in questi anni proteggersi dal contagio del personalismo, dell’interesse privato che ha il sopravvento su quello generale, dell’arrogante sprezzo nei confronti dei cittadini pari al dileggio delle leggi e dei diritti.
E vedere dietro alla sicumera dell’assessore il fastidio nei confronti di qualcuno va “a fare le pulci”, che crea un “problema” denunciando un’inefficienza, che si “oppone” facendo qualcosa anziché solo brontolare nella generale inazione. E come non bastasse si tratta di qualcuno di “imperfetto” nel soddisfatto conformismo somatico di corpi levigati giovani vitaminizzati, prodotti predisposti per il “mercato” e il consumo.

È che la corruzione è un processo che percorre molte strade non solo quelle delle mazzette e della prostituzione. È un’opera di conquista del consenso che può aver successo attraverso l’incantamento prodotto da modelli di comportamento ed esistenziali “facili”, creando un clima favorevole a fare dei comportamenti trasgressivi una legittima abitudine comune, esaltando le “virtù” dell’affiliazione e dell’ubbidienza a canoni e valori, condannando critica e dissenso come vizi arcaici, imponendo un senso comune secondo il quale il perbenismo è meglio della moralità e la furbizia è preferibile all’onestà. C’è un potere corrotto e corruttore che si avvale dell’icona della democrazia per giustificare prepotenze illegalità discriminazione indecenze pubbliche e private fossero anche rivestite dalla forma della legge, in nome del consenso e dei voti. E per i cittadini che si “adeguano” in nome del “così fan tutti”.

Quei due cittadini, l’autista del bus e l’assessore, sono figure simboliche del disincanto della democrazia, di quella specie di secessione silenziosa dalla “cittadinanza” favorita dalla cattiva politica che esclude e condanna alla marginalità larghi gruppi deboli, quei “diversi” che ora sono una maggioranza troppo silenziosa, nuovi poveri, gente sul bus, giovani in carrozzina, ragazzini che non sanno come sarà il loro futuro, donne che si sentono solo e poco comprese del loro voler essere persone, lavoratori espropriati del lavoro e dei suoi diritti.

Siamo dentro a una società incattivita e classista in un modo nuovo ma tremendamente antico: ricchi contro poveri, poveri contro più poveri, plutocrazia contro democrazia, necessità contro diritti, trasportatori contro chi trasporta, rappresentanti contro rappresentati. Siamo in una società che ci vuole in guerra. Non ci resta che fare amicizia tra noi.