Le mafie “dimenticate”

Anna Lombroso per il Simplicissimus

È sconcertante come in questo gran parlare di caste, poteri più o meno occulti, alleanze opache e inquietanti, patti scellerati tra imprese e amministratori pubblici, insomma dei nemici in casa, sembra essere lasciata in ombra dove si può sospettare agisca indisturbata la criminalità organizzata.
Ci si accontenta dei trionfalismi e degli arresti spettacolari se non avanspettacolari di Maroni, ci si quieta perché ci sono meno ammazzamenti, ma magari dipende dal decremento di ostacoli, si finge di credere che il governo tagli sulla sicurezza e non su altre voci di spesa perchè su qualcosa si deve pur risparmiare, ci si adatta a dar retta a Berlusconi che vorrebbe limitare il ricorso alle intercettazioni solo perché violano la sua privacy ben imbottita di vizi e vizietti. E forse è più rassicurante un immaginario che si rappresenta una malavita organizzata come nei film, gessato e pistolone, pizzo e minacce oscure, in un dinamismo sotterraneo e clandestino, che vuole atteggiarsi da contro stato.

La verità invece è che a parte le tremende commistioni accertate con segmenti dello stato e delle istituzioni, con la pubblica amministrazione e i poteri locali, la criminalità organizzata agisce con rapida e animosa iniziativa, scoperta e ormai paradossalmente “trasparente”. Dopo la stagione stragista che evidentemente ne ha consolidato le modalità organizzative e le relazioni pubbliche, la mafia nelle sue declinazioni territoriali ha ricostruito e rafforzato nel suo core business e nel suo core team: leadership, affari, alleanze, protezione, forze politiche di riferimento. Le sue attività imprenditoriali sono stabilmente collocate e partecipano con azionariati espliciti nel sistema dell’economia legale (legale ma non del tutto legittima se fondata sulla’iniquità e sull’intangibilità arbitraria e discrezionale), con joint venture, investimenti immobiliari, partecipazioni allegre a gare di appalto, l’occupazione del mercato della gestione, anzi dell’inazione dei rifiuti.

Tutto questo nel silenzio di gran parte dei poteri pubblici e del governo un silenzio così assordante da diventare fiancheggiamento, quando lascia spazio alle attività camorristiche per la raccolta, trasporto e trattamento dei rifiuti, anche grazie alla sconcertante “sospensione” del sistema di rintracciabilità; quando costruisce un quadro normativo per le attività antimafia che impoverisce le misure di lotta, depotenzia la DIA, latita sulla disciplina degli appalti; quando promuove la security privata a discapito della sicurezza pubblica; quando incrementa funzioni e strumenti di uno stato biscazziere, allargando le dimensioni di un comparto ormai occupato capillarmente dalla criminalità. E quando produce leggi che fanno spazio all’illegalità e la alimentano creando una cultura diffusa della trasgressione permessa. E quando licenzia lavoratori e ne annienta diritti e conquiste consegnandoli alla sovranità dell’illecito. E quando legittima l’evasione della tasse e dalla regole creando un territorio libero dove è concessa la disubbidienza a un dettato civile, morale e democratico.

È un terreno di coltura particolarmente favorevole il nostro Paese, che sembra realizzare quella sinistra profezia secondo la quale intere nazioni, in questo secolo che si preannuncia breve per fermenti e caos febbrile, passerebbero sotto la sovranità di organizzazioni criminali internazionali. È cambiata l’ambizione della malavita mafiosa così come è mutata la qualità dei suoi appetiti: al tradizionale primato del traffico di stupefacenti si affianca il formidabile profitto del controllo soffocante sulla spesa pubblica. E si è allargata la cerchia degli amici: gli innominabili che un tempo favorivano, proteggevano, garantivano ma restavano fuori dall’organizzazione oggi ne fanno parte e buon titolo: primari ospedalieri, avvocati, commercialisti, amministratori, parlamentari , funzionari, un milieu dinamico, esuberante capace di coprire tutte le esigenze e le professionalità: c’è chi spara, chi ricicla, chi assolda manovalanza, chi esegue, chi risolve problemi, chi firma.

Tutto fa pensare a una economia mafiosa alacre e indipendente, autosufficiente e autodeterminata. Ma la sua penetrazione è talmente funzionale e omogenea alla prepotente egemonia della finanzia e delle sue organizzazioni visibili e non, da lasciare pochi dubbi. La circolazione di denaro sporco, l’attività di controllo dell’economia, la creazione di un reddito parallelo poco rintracciabile, l’elusione fanno pensare che se la turbo finanza ha mutuato i riti mafiosi, sa ormai servirsi della criminalità in un sodalizio di mutuo sostegno.

Compriamo antimafia

Bisogna dirigere meglio l’indignazione. Sostenere i ragazzi di Locri e gli immigrati invisibili ricattati dalla camorra, solidarizzare concretamente con quei rari imprenditori che resistono, comprare i prodotti buoni e tanto più “sani”delle cooperative che fanno vino e olio nelle terre di Riina, non è solo un modo di schierarsi contro la mafia aldilà delle omelia e delle commemorazioni. È un modo esplicito di fare opposizione, di scegliere il lavoro e la sua dignità contro il profitto e lo sfruttamento, di riscattare la democrazia dai suoi profittatori.

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