Dal Minneapolis a Parma, lungo le ferite del neoliberismo e le sue incarnazioni politiche. La desolazione di 24 mila dipendenti pubblici senza lavoro e con i loro cartoni in strada, nuova immagine della way of life americana  e i parmigiani a battere con le pentole in piazza. Come si sa lo stato del Minnesota è fallito, è andato in  default e di fatto anche Parma si trova sul groppone 600 milioni di debiti che non è in grado di pagare.

Storie di ordinaria corruzione o di pessima politica, storie di un’etica pubblica abbandonata alle ortiche con la complicità  della ggente affatturata da miti che si stanno sbriciolando. Il Minnesota da vent’anni repubblicano ha visto deperire le proprie finanze grazie ai tagli delle tasse ai ricchi e alle riduzioni del welfare: solo l’anno scorso ci si è accorti dell’inganno e lo stato ha cambiato colorazione politica, ma troppo tardi. E così Parma da 15 anni affascinata dalla destra, persino da quella più rozza, altro che Maria Luigia e Stendhal: man mano si è trovata alla mercé di bande pidielline di affaristi senza scrupoli.

Il tutto mentre sia in Italia che in Usa si agita e scuote catene lo spettro del default. Questa misteriosa parola che significa fallimento senza però evocarne le connotazioni negative e angosciose, uno dei tantissimi sedativi linguistici: default significa semplicemente che chi ha emesso dei titoli, gli stati in questo caso, non è in grado di pagare le rate o il capitale alla scadenza prestabilita: un anno, cinque, dieci.  Più il mercato ritiene che vi sia una possibilità di insolvenza a breve o a medio periodo, più i titoli devono garantire un guadagno maggiore. E’ il famoso spread , cioè la differenza che s’instaura tra titoli considerati sicuri (i bund tedeschi) e quelli invece sui quali vi è qualche incertezza. L’italia con il suo devastante debito pubblico, derivato da trent’anni di malgoverno, per non dire di peggio, ce la farà a restituire interessi e capitali?

La probabilità che questo avvenga a un 1 anno, a cinque, a dieci è esattamente quello che misurano le famose società di rating. Si tratta di valutazioni spesso soggette a influenze politiche e finanziarie e a giochi vari ma sembrano suggerire ai mercati con le loro previsioni autoavveranti. Ecco comunque una tabella di sintesi delle famose A attribuiti ai debiti sovrani e non.

Table 1: Default Rates

Average Annual Default Rates

Standard Deviation

S&P

Moody’s

S&P*

Moody’s**

S&P/Moodys Rating

Yr 1

Yr 1

5Yr

Yr 5

Yr 1

Yr 5

AAA/Aaa

0.0

0.0

0.0

0.0

0.0

0.0

AA/Aa

0.0

0.0

0.1

0.1

0.0

0.0

A/A

0.1

0.0

0.1

0.1

0.0

0.0

BBB/Baa

0.2

0.2

0.4

0.4

0.0

0.0

BB/Ba

1.1

1.8

2.2

2.0

0.5

0.1

B/B

4.8

8.1

4.0

4.9

2.3

0.6

CCC

16.4

7.0

Investment Grade

0.1

0.1

0.2

0.2

0.0

0.0

Speculative Grade

3.8

4.2

3.5

3.0

0.3

0.3

Note: * = Avg of an Annualized Rate
Note: ** = Annualized cumulative rate

Come tutti sappiamo queste stesse società di rating davano come assolutamente affidabile la Lehman e Brothers pochi giorni prima del fallimento, quindi sono giudizi da prendere con le pinze perché l’autonomia di queste organizzazioni è tutta da verificare.

Con la manovra di Tremonti le minacce di abbassare il voto all’Italia sono venute meno, anche se i mercati non si sono fidati affatto per l’evidente insufficienza e banalità di un provvedimento finanziario, spostato troppo nel tempo e fatto di misure estemporanee ancorché inique. Ma ciò che forse al grande pubblico non viene detto è che su questo esiste un bel dibattito: gli economisti di StatPro  che  avevano previsto i fallimenti “sfuggiti” agli occhi di Moody’s e S&P e che si basano molto di più su dati di mercato, affermano che con il nuovo spread fra i titoli del nostro tesoro e quelli della Bundesrepublik  “gli investitori implicitamente calcolano una probabilità di insolvenza della Repubblica italiana del 2% nell’arco di un anno e del 10% nell’arco di cinque anni”. E del resto è abbastanza ovvio che ci trovi di fronte a un complicato circolo vizioso: più aumenta il debito e più aumenta lo spread, più questo cresce e più deve salire l’interesse dei titoli del Tesoro, andando così ad aumentare il debito. E’ come essere nelle mani di uno strozzino invisibile, rimasuglio ahimè assai concreto della “mano invisibile” del mercato considerata per trent’anni come taumaturgica.

Non a caso comincia a farsi strada nel dibattito economico il concetto di default controllato, espressione che viene usata  in merito alla Grecia, ma che in realtà allude ad altre possibili situazioni, compresa quella italiana. Si tratta in sostanza di un consolidamento di gran parte del debito per ridare respiro ai Paesi afflitti dal medesimo. C’è chi la considera una soluzione dura nel breve periodo, però capace di rinnovare prassi, mentalità e politiche stantie, mentre altri, più ortodossi, la considerano foriera di grandissimi problemi per le nazioni che dovessero trovarsi ad adottarlo. Ma in realtà nessuno sa bene cosa accadrebbe e quale sarebbe la soluzione migliore: occorrerebbe un esperimento, se non fosse che le cavie sarebbero umane.

Tutto questo però restituisce la fortissima sensazione che stiamo assistendo alle prime scosse di un terremoto epocale e forse tutto sta a decidere se si vuole vivere perennemente in case lesionate ed esposti agli sciacalli o se non si vuole vivere per qualche tempo in tenda per ricostruire tutto. Un dilemma che può essere sciolto solo sul piano della politica, dall’esistenza di un’idea di futuro. Se fosse che proprio la politica sta dichiarando il proprio default.