Già Anna Lombroso ha fatto un impietoso ritratto dell’Italia volgare e grottesca dei Brunetta e degli Straquadanio. Ma dopo le ultime dichiarazioni del ministro non si può tacere della patologica avversione di tutto il berlusconismo non solo al contraddittorio ma a ogni tipo di dialogo, quasi che la sola forma di comunicazione ammessa fosse il monologo reale con cui Silvio si esprime.

E in effetti il dominio dei media e degli uomini dei media, le tecniche di dare sulla voce a chi contraddice per evitare che si ascolti, la pretesa che non vi siano domande, le reazioni accanite e scomposte ad ogni ombra di contestazione, non sono che diverse tipologie dell’angoscia dell’altro, della paura che un soffio scompigli il castello di sabbia, venduto come se fosse di pietra adamantina.

Così quando Brunetta dice che  “L’Italia peggiore è quella di quanti, non avendo di meglio da fare, irrompono sistematicamente in convegni e dibattiti per interrompere i lavori” e quando continua lamentandosi dello striscione ” a riprova di quanto la loro azione fosse stata premeditata con cura a fini mediatici”, non fa altro che attestare il terrore che altri utilizzino la stessa visibilità che si trascina ditro come una bava di lumaca. E che la sua verità venga finalmente riconosciuta come menzogna.

Se ci pensiamo infatti cos’è mai un convegno se non “un’azione premeditata a fini mediatici” e cosa dovrebbe essere se non un luogo di dibattito dove il ministro parlava non avendo di meglio da fare? Le accuse sono prive di consistenza, appartengono a quel mondo dell’irrealtà creato dal potere come una conchiglia.

A questo punto poco contano le nevrosi personali di Brunetta , la maleducazione, l’indignazione e il ridicolo che sprizza dal personaggio: è tutto un metodo, una forma di essere di questa cricca di potere che va spazzata via. E al ministro tascabile non bisogna chiedere le dimissioni, a causa delle sue intemperanze verbali che sono il meno. Bisogna  chiederne la dismissione per ciò che è.