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Meno male che Silvio non c’è

“Meno male che Silvio non c’è”. Il centro destra si appresta a cambiare le parole, ma non il motivetto di fondo della canzone. Anche con un Silvio sotto le palme e le stelle del tropico del Cancro che prometterà di curare, la forza d’inerzia dell’iniquità di questi anni continuerà a far avanzare il liberismo cialtrone, adunco, immorale e perdente che è stato il modello di riferimento di una generazione.

Brandelli di parole, slogan, interessi, avidità, le orme di una stagione avrebbero bisogno di un vento che finalmente le confondesse e ridisegnasse un futuro: la brezza non basta. E infatti la nuova promessa che sorge da un ceto politico che ormai naviga in quelle tracce, la medicina omeopatica per guarire da Silvio è il tremontismo. Ovvero il berlusconismo in un austero bianco e nero.

La riforma fiscale abbozzata dal ministro dell’economia che oggi è uno specchietto per le allodole, ma che indica le intenzioni e le visioni di fondo, sembra infatti un meccanismo ben oliato per far continuare a pagare i soliti noti, l’universo dei redditi fissi e bassi, per tagliare e sforbiciare generosamente in alto. Non siamo ancora alla flex tax, che da trent’anni è il sogno del liberismo mondiale, ma si riduce la progressività dell’imposta contemplando solo tre aliquote, così che i risparmi veri si concentrino sui redditi alti.

Tremonti è fermo alla curva di Laffer, miraggio dell’america reaganiana, secondo la quale esiste un unico punto in cui il prelievo raggiunge il massimo, con aliquote  minori esso diminuirebbe, ma anche con aliquote maggiori disincentivando l’attività economica o aumentando l’evasione e l’elusione. La curva, fondata sul teorema di Weierstrass, è assurdamente semplice, non tiene conto che i punti di massimo prelievo possano essere più d’uno e insomma cerca di ridurre una estrema complessità di comportamenti dentro un disegno semplicistico. Non a caso Stiglitz la definì “una teoria scarabocchiata su un foglio di carta” mentre altri osservarono che il pregio del lafferismo era solo quello di poterlo spiegare in mezz’ora a un senatore.

In realtà quella curva ebbe successo non perché teorizzava in modo generico una logica del gettito fiscale, ma in un sistema a più aliquote, predicava l’opportunità di abbassare la tassazione  sui redditi più alti che erano quelli che non rientravano per eccesso nel punto di equilibrio. E matematicamente suggeriva il paradosso di aumentarle a chi ne pagava di meno. Il presupposto infatti era che la propensione a giudicare equo un certo livello di tassazione fosse eguale per tutti i cittadini, poveri e ricchi.

Insomma era una sorta di democrazia della rapina, di eguaglianza di intenti nella disuguaglianza della realtà. Una curva a destra, anzi un tornante. E infatti abbiamo sentito Tremonti dire che abbassando la tassazione dei redditi si riduce l’evasione. Ma naturalmente questo vale per quelli alti, non certo per quelli bassi per i quali, spesso questa possibilità non esiste.

Qui però  avremmo bisogno di una altra curva di Weierstrass per vedere, considerato il livello stratosferico dell’evasione, di quanto si dovrebbero ridurre le aliquote per avere una significativa diminuzione del fenomeno. E ci sarebbero delle sorprese perché nei decenni trascorsi nella noncuranza sostanziale della fedeltà fiscale, anzi con qualche invito berlusconiano a sottrarvisi apertamente, si scoprirebbe che quel punto di equilibrio è tale da essere del tutto impraticabile. L’evasione infatti abbassa drasticamente la percezione del’equità del prelievo.

Quindi la prospettiva tremontiana che si agghinda in qualche abito di rigore, in realtà indica la stessa direzione di prima, aggravandola perché il recupero di eventuali perdite di gettito è delegato a un aumento dell’Iva, ancora una volta colpendo indifferentemente chi ha molto e chi ha poco: le tassazioni indirette sono un altro must della destra economica. E’ evidente invece che il mercato non può essere riscosso che da un taglio deciso dei redditi medio bassi per recuperare in alto, magari diminuendo un po’, ma soprattutto reimpostando un nuovo patto sociale e fiscale, che superi l’economia stracciona e opaca che fa degli espedienti un vero e proprio parametro economico.

Ed è questo il vero punto politico. Vogliamo cambiare il modello dell’impoverimento popolare, della precarizzazione, delle rendite di posizione, dei privilegi, dell’economia parassitaria che è l’eredità di vent’anni di immobilismo? Vogliamo ridare al lavoro, in tutte le sue forme, il suo ruolo centrale e restituirgli il maltolto o continuare a favorire la rendita, le pigrizie, gli accomodamenti, per non dire i trucchi? Vogliamo ricreare un Paese dove la correttezza e non l’inganno o l’infedeltà siano la strada maestra? E dove venga riaffermato un minimo concetto di cittadinanza, di responsabilità e di solidarietà.

Questo è il punto essenziale, non le aliquote di Tremonti. Invece il nuovo e sorprendente moderatismo del dopo vittoria, sembra avere la tentazione di accontentarsi di questi giochini, mentre il futuro, le speranze rinate, il nuovo protagonismo civile e lo stesso declino economico chiedono una nuova società. Altro che Tremonti, i suoi tagli lineari, le sue curve di trent’anni fa. E le vecchie promesse  rivestite e travestite. Il nuovo può essere graduale, ma mai moderato.

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