Anna Lombroso per il Simplicissimus

Lapierre, Mahfouz, Tahar Ben Jelloun, Gordimer. C’è un filone che ci ha incantato con la narrazione di città formicolanti di umanità attiva e disperata, un brulicare verminoso intorno al cadavere di antichi imperi, con tutta la vitalità e il dinamismo dell’affaccendarsi con espedienti e magie domestiche per trasformare in uno di quei sapienti pani tondi la persecuzione della fame.
Non credo che Berlusconi a Napoli abbia avuto memoria di quelle immagini, spesso dettate dalla cattiva coscienza occidentale che ha giustamente prodotto incubi ma anche suggestive fantasie.
Ha una certa dimestichezza con la cattiveria, ma non viene punto da quella fastidiosa compagnia che è la coscienza.
Però gli piace condannare una città bella forte combattiva capace di sberleffi e eroismi che in quattro giornate ha testimoniato la capacità di questo paese di insorgere e affrancarsi dalla servitù e dall’oltraggio disumano della sopraffazione e dell’infamia sanguinaria e iniqua, a un destino segnato da una turpe genetica, di bubbone incivile e purulento nel tessuto civile e benpensante della nazione.
Così il premier del caos del disordine dell’emergenza e quindi delle leggi speciali, dei commissari straordinari e conseguentemente della repressione, della corruzione, delle scorciatoie illecite, delle collusioni con la criminalità, può “governare” meglio secondo le sue regole opache improntate dall’alimentazione dell’illegalità, dei condoni iniqui, delle blandizie e delle licenze che minano la coesione sociale e esaltano i peggiori istinti rancorosi e egoistici, che albergano in tutti noi e ancora più in chi vive una emarginazione economica e culturale.
E da uomo di spettacolo si può immaginare questo brutto film che riassume esemplarmente tutto il repertorio di stereotipi. Il condottiero coi piedi piantati su un cumulo di immondizia ferma col petto la marcia delle ruspe, che non abbattano le stamberghe abusive, ma poi visto che ci siamo e per estensione, nemmeno gli albergoni illegali della costiera o le Positano 2 o le Ravello 5 o le new towns extra PRG dei suoi amici all’Aquila.
Gli piace questa Napoli teatro del trionfo degli stereotipi nostrani: sole mandolini e camorra, l’intifada delle mamme perché i figli so’ piezzi e’ core, sud sudicio e nord egoista, pianeta ferito e plenipotenziari cinici e collusi, europa delle cancellerie lontana dai popoli e campanili ottusi, i sorci più grossi del continente e le ecoballe più mefitiche, le grandi incertezze della scienza e il misoneismo credulone, le grandi imprese astute e spregiudicate e i piccoli malavitosi sfrontati e irridenti.
C’è tutto. E siccome gli stereotipi e i luoghi comuni sono delle fisiologiche “estremizzazioni” della realtà, tutti questi ingredienti sono presenti e contribuiscono alla miscela esplosiva.
Lo scrivo ostinatamente da anni: è vero che può capitare che a chi, in gita a Napoli, si diriga verso un ristorante segnalato dalle guide piova in testa un sacchetto annodato con dentro la “buatta” di pelati, le bucce di banana, le scorze di patata, perché in realta’ a tutti noi non piace tenersi in casa, guardare e pensare a quella poltiglia maleodorante che abbiamo prodotto, come un monito che ricorda che la nostra vita diventa scarto.
È tutto vero.
È vero che le aziende, Impregilo sopra tutte, sia pure superpagate, non hanno rispettato i patti, lasciando accumulare tonnellate di balle puteolenti e velenose nelle campagne un tempo ridenti e opime.
E’ vero che se i comuni virtuosi fanno la raccolta differenziata devono mandare i loro rifiuti scrupolosamente e ordinatamente al Nord, anche perché le Province competenti per legge sono state lasciate senza fondi a gestire la scomoda eredità dei consorzi obbligatori, un tempo popolosi ricettacoli di addetti in numero superiore al resto d’Italia, territorio di conquista dei camorristi.
È vero che i plenipotenziari in nome del loro capo supremo hanno fatto della Campania uno dei palcoscenici preferiti per un teatrino di menzogne e promesse irridenti della collettività, bugie infami e spericolate: un milione di posti lavoro e 4 inceneritori poi 5, poi in verità uno solo forse nessuno che come nel gioco delle tre carte cambiano nome per poter digerire di tutto in modo indiscriminato esalando gas venefici e puzze insopportabili.
È vero che questo comporta rischi per la salute: sono stati bruciati rifiuti quasi inoffensivi insieme a tossici e i pericolosi, producendo effetti inquinanti e dannosi, sanitari e ambientali.
È vero che i Paesi più civili hanno fatto le discariche a norma, gli inceneritori con recupero energetico, soprattutto fanno la raccolta differenziata tanto che gli impianti sono diventati sovrabbondanti e Stati in migliori condizioni economiche di noi guadagnano con i nostri rifiuti che attraversano i confini, in una specie di scostumato turismo della mondezza. E è vero che invece da noi si fanno solo le discariche in barba alle regole comunitarie, perché per il governo regole leggi direttive sono un arrogante optional che è ragionevole e furbo aggirare, simboliche di una “cultura” del non fare, non decidere, non scegliere, perché là si conferisce di tutto, ghiotti bocconi per la catena malavitosa che ne governa la vita.
È vero che nel nostro Paese sulla realizzazione di impianti di trattamento e gestione, si agita una mobilitazione di poteste più radicali di comunità che non mostrano altrettanto dinamismo nei confronti di fonti di inquinamento più gravi e altrettanto visibili, forse per via di quella inclinazione a rimuovere una parte maleodorante e sgradevole della nostra quotidianità, forse perché tecnologia, scienza e informazione sono latitanti. Forse perché il Nimby non è un fenomeno inventato dalla sociologia, ma una realtà fatta a volte di egoismi, campanilismi, ignoranza e dimissione dalle responsabilità private e pubbliche.
È vero che il nostro Paese è governato da una classe dirigente ostile alla bellezza, all’armonia e alla qualità delle risorse, alla conoscenza, alla cultura, perché un ambiente intoccato, bei libri rilegati, quadri d’autore e panorami aperti se li possono comprare altrove in paradisi offshore lontani e non contaminati dalla presenza di ingombranti regole, cittadini riottosi, vincoli stringenti.
E è vero che basterebbe applicare quattro semplici regole, se ci piacessero le regole: primo, ridurre (soprattutto imballaggi e articoli usa e getta); secondo, riciclare, cioè recuperare in nuovi cicli produttivi i materiali di cui sono composti i rifiuti. Terzo, recuperare energia da ciò che non si può riciclare: bruciando le frazioni combustibili residue, in impianti che possono anche non essere inceneritori; e gassificando la frazione organica); quarto, portare in discarica solo ciò che avanza.
Ciò premesso diffido chiunque dal dire che Napoli e la Campania sono “fuori” dall’Italia, sono altro da noi. Sono rappresentative ed emblematiche di noi, della nazione, dell’Italia. La collera dei napoletani disillusi e rabbiosi è la nostra e anche la loro accidiosa rassegnazione, che culmina nella fuga dalla città disgraziata, come noi che sogniamo l’isola caraibica e nelle dimissioni dalla democrazia. Non resta che lavorare per trasformare quella collera in quattro giornate mille giornate cento anni di ripristino della legalità, di recupero della bellezza, di emancipazione della buona politica.