Quando ho letto la notizia dell’esercito a Napoli per uno sgombero di rifiuti pre-elettorale, più che dall’indignazione sono stato preso da un senso di noia: sempre le stesse cose e le stesse parole, tutto così scontato, così meccanico, così triste e così falso.

Poi mi è venuta la nausea sapendo che l’invio di 160 soldati, senza i mezzi adeguati per lo sgombero dell’immondizia non era nemmeno un tentativo di sfruttare l’ennesima emergenza per chiedere il voto, un modo per fingere un’ efficienza che non esiste, ma proprio solo uno spot.  Con la città annegata nella spazzatura si sono presentati 8 camion dell’esercito, con 60 tonnellate di rifiuti giusto per uno speciale del Tg1. E sono stati fatti passare davanti ai 52 camion dell’Asìa (l’Azienda di igiene ambientale napoletana) in attesa di scaricare il loro carico nell’impianto di Gugliano.

Insomma un’operazione coordinata fra truppe e troupe televisiva in maniera da mandare a tutta Italia il messaggio, zona di Napoli esclusa,  che il premier, pur  alle prese con il cancro dei Pm, era ancora una volta intervenuto con la sua salvifica mano. Un teatrino di uno squallore mortale e certo più fetido dei rifiuti che ne sono stati il canovaccio.

Tuttavia la scena ha avuto un merito: quello di saldare realtà e metafora in uno spettacolo che in fondo una verità la contiene: la sintesi tra spazzatura e informazione spazzatura.  Con una differenza, la prima si può riciclare, la seconda può andare solo nell’inceneritore di un’epoca sordida.