Anna Lombroso per Il Simplicissimus

C’è un presidente, un uomo giovane, che pur impersonando una dirompente discontinuità con il passato riconferma sempre il suo legame strettissimo, morale e politico, con la tradizione di democrazia e di partecipazione del suo paese. Obama, per annunciare ieri la sua ri-candidatura alla presidenza si è rivolto ai suoi elettori attraverso la rete, con migliaia e migliaia di mail e mediante i suoi profili nei social nerwork, che nella prima elezione hanno costituito una delle chiavi del suo successo.
E c’è un presidente del Consiglio di un Paese immaginario, un imprenditore anziano e ricco che è sceso in politica per sottrarsi a innumerevoli processi intentati oltre che per illeciti commessi nel contesto delle sue attività anche per reati comuni e odiosi. Reazionario, misoneista, corrotto e corruttore, incline alla menzogna mostra lo stesso irrispetto per le regole democratiche, per il parlamentarismo e per la carta costituzionale che riserva ai cittadini, compresi i suoi elettori, cui si rivolge attraverso video messaggi, videoconferenze, messaggi registrati, evitando confronti e dialogo diretto.
Sono due “caratteri” che rappresentano il grande paradosso di questa contemporaneità. Lo spazio politico e quello statale si restringono non solo per il primato nel primo caso del personalismo, della volontà di percorrere un cammino autoritario e riduttivi della democrazia, e della partecipazione, ma anche per via della velocità di ogni azione e comunicazione prossime ormai al traguardo della istantaneità.
Si è creato e si estende sempre di più un vasto spazio virtuale, un tecno spazio planetario, dove le notizie, le informazioni, i movimenti di denaro, le relazioni tra le persone, saperi e conoscenze, hanno assunto la cifra dell’immediatezza aprendo davanti a noi l’era della prossimità totale. Che ha peraltro la sua negazione se non l’antitesi della crescente distanza che invece all’interno degli Stati e anche delle democrazie più mature si determina tra centro e periferie tra cittadini e processi decisionali. Così paradossalmente in uno spazio dominato quasi in egual misura dall’immediatezza e dalla lontananza, leader governi e perfino regimi democratici vedono rarefatte le antiche possibilità di controllo.
Ed è in questa contraddizione che si gioca una grande straordinaria partita. Che cioè i margini della democrazia che minacciano di assottigliarsi non siano quelli sostanziali dei diritti individuali e collettivi, ma semmai quelli formali della sovranità di un governo, per non dire di un regime.
La rete e le altre tecnologie che ne derivano, molte delle quali funzionali alla comunicazione dal basso in alto. Egualitarie quasi per definizione rispetto ai media tradizionali controllati da palinsesti centralisti, sono il vero terreno di uguaglianza e democrazia; superando il digital devide sociale e di istruzione nell’accesso al web, universale, anarchico, gratuito ampliano a dismisura le possibilità almeno teoriche di discussione pubblica, ponendo le basi per nuove forme di partecipazione.
E spaventano i tiranni, che da subito hanno reagito per limitare e controllare rivelando la loro natura dispotica e dimostrando che il riconoscimento del diritto da parte di una democrazia prevede e non segue l’estensione dell’eguaglianza di opportunità.
Poi ci sono tiranni – in stato letargico per bagordi e addiction farmacologici – talmente innamorati del loro impero di cartapesta da perdere occasioni di business. Non si accorgono, per nostra fortuna che esistono possibilità di mercato nel vendere l’accesso alla rete e alle sue risorse tra le quali potranno esserci informazioni pregiate utili alla loro propaganda..
Meglio così. Paradossalmente è meglio che un regime del passato paralizzi il futuro se questo significa sottrarsi ad un’ulteriore esuberanza del sistema di controllo e persuasione, meglio che il padrone delle tv abbia coerentemente scelto il digitale terrestre e non la banda larga. È meglio se permette il disvelamento degli arcana spazzati dal “cablegate” di Assange, se nel Nord Africa, come in Iran o in Cina, ì il web, unito alla grande diffusione dei cellulari, ha avuto una enorme capacità di unificare i fermenti di opposizione e di far identificare tutti i cittadini nel movimento contro il regime. Ed è meglio se investe i media tradizionali e i loro addetti, cambiando i documenti i modi e i luoghi di produzione trascinando percezioni e giudizi fuori dagli organismi deputati di formazione legittimazione e stravolgendo con dinamismo e vitalità lo spazio dell’”opinione pubblica” nella tumultuosa Babele del web-
Gli illuminato lo sanno: Amartya Sen in modo molto elementare dice che la fame si batte con le democrazie e ingredienti irrinunciabili della democrazia sono equità, alternanza di governo e informazione che circola liberamente.
Il web sta accreditandosi sempre di più nella funzione di aiutare i cittadini a svolgere quel monitoraggio costante sulle scelte di chi governa, aiuta le minoranze a trovare una voce e una platea, libera le informazioni, aumenta la trasparenza, rifugge il controllo e effettuando una sorta di potere sostituivo di altre strutture di mediazione largamente inadempienti, come i partiti, in Italia democraticamente deboli e, storicamente, poco disposti ad essere reale tramite della cittadinanza.
Ma non basta riconoscersi in rete per appartenere a una comunità, non basta esercitare una critica sul web per contare, non basta ciccare mi piace per partecipare. Forse bisogna ripensare alla rete applicando le tradizionali distinzioni tra società e comunità, la prima luogo delle norme astratte e delle regole, la seconda invece luogo del destino comune, di valori condivisi trasmessi attraverso la regola di vita. E intervenire per farne un cantiere della democrazia e non uno spazio artificiale in alternativa d esse. E che integri le due dimensioni e quindi il buono e il bene e l’utile e il giusto, mobilitando intorno a una solidarietà vissuta anche senza conoscersi, nel progetto di una ritrovata moralità di doveri, responsabilità e compiuto godimento dei diritti.