L'albero dell'egoismo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi il Simplicissimus ha scritto con accorata lucidità dell’ inettitudine alla democrazia che la società italiana rivela nella vicenda libica. Una combinazione di inadeguatezza ed impotenza a agire politicamente insieme, all’assunzione di responsabilità e collettive, alla partecipazione ragionevole e solidale alle decisioni. Il nostro codice genetico in materia di democrazia e probabilmente della libertà necessaria ad esercitarla e goderne doveva essere debole, ma poi ci si è messo uno dei governi più autoritari, disinteressati all’interesse generale, lesivo dei diritti e sprezzante di cultura, sapere e bellezza a farci dimenticare che la democrazia è faticosa ma bella quanto il nostro paesaggio le nostre poesie, la nostra arte, le nostre leggi, la nostra Carta e la nostra storia. E è riuscito a mortificarli tutti insieme questi beni, in quanto interessato ad altri beni, quelli suoi, dei tiranni affini, dei suoi famigli e delle varie clientele che ha alimentato, più forti dei legami di clientela, ancorchè il presidente indulga nel farsi chiamare papi.
Qualcuno ha detto che “tengo famiglia” e “me ne frego” , concetti in verità spesso intrecciati indissolubilmente, sono i pilastri più longevi e tenaci del carattere nazionale: resistono a mutamenti di regime e sopravvivono inossidabili alle più diverse stagioni politiche.
E sono l’immutabile cifra dell’egoismo, un sentimento forte che ha progressivamente sostituito il senso comune e che si è consolidato anche grazie a una cultura di governo personalistica e prevaricatrice che ha fatto coincidere modernità con individualismo e ha esaltato la prepotenza e l’isolamento in difesa dei propri interessi e dei propri privilegi, trasformando le opportunità in opportunismo e i diritti in sopraffazione. Tocqueville nel 1847 poco prima della pubblicazione dle Manifesto scriveva: “ben presto la lotta politica si svolgerà tra coloro che possiedono e tra coloro che non possiedono: il grande campo di battaglia sarà la proprietà”.
Da quella profezia ad oggi il terreno di quella guerra si è dilatato, popolandosi qui da noi di altre forze: l’acceso familismo, il clientelismo organizzato come sistema di potere, un sistema politico sbilanciato dall’evanescenza delle opposizioni; una invadente supplenza della chiesa di fronte a un atteggiamento dimissionario delle forze laiche; la criminalità che dilaga; le disuguaglianze territoriali.
Si tratta di terribili ingredienti che erodono la democrazia e alimentano l’accidioso egoismo di un ceto medio sempre più povero e sempre più piccolo borghese incline alla diffidenza, alla paura, alla difesa misoneista di privilegi sempre più miseri e minacciati, anticamere di xenofobia e razzismo.
Si dice che chi non sa usare la libertà non dovrebbe averci a che fare. Non mi piace questa ipotesi di studio e non mi piace applicare questo principio alla democrazia. Ma intanto pare siamo invece adatti a perpetuare egoismo se con alcuni principi costituzionali di libertà e uguaglianza è evaporata anche la solidarietà, che in questa nazione “mite” e riflessiva aveva costituito un caposaldo della nostra democrazia in corso d’opera.
Un partito di governo interpreta rappresenta e al tempo stesso nutre con la paura i sentimenti più infami appunto di quel ceto medio che ha perso insieme alla mitezza, esercizio della coesione sociale e all’appartenenza a una comunità, con uguali diritti e responsabilità. E gioca con gli uffici di un terzetto di ministri della Paura di stato riducendo alla disperazione un’isola che ha dimostrato un istinto alla pacifica accoglienza e, visto che a loro la guerra piace soprattutto in patria, indicendo una lotta fratricida tra poveri presto ancora più affini nella desolazione dei diseredati.
Trova terreno fertile la Lega in territori che per tradizione e cultura preferiscono la poetà e la carità alla solidarietà. Sono i territori del volontariato pubblico e dell’esclusione privata, nei quali si fa no profit per gli extracomunitari, ma si elegge chi lede i loro elementari diritti, in una ipocrita e perbenista cittadinanza che organizza e esercita emarginazione e discriminazione.
Il presidente del Consiglio nel voler favorire il suo invadente alleato (oltre che rispondendo ai moti di un affetto che ci ha resi invisi a tutti i paesi democratici e dotati di ironia) ha espresso il suo personale dolore per il tiranno cui ha baciato le mani lorde di sangue. È questa la solidarietà della quali è capace questa classe dirigente, forte con gli umili e umili coi forti. È questa la loro pietà. Alla quale invece dobbiamo opporre la nostra compassione, quella forma d’amore mossa a capire il dolore degli altri attraverso il proprio dolore. Perché solo attraverso il sentire comune si esprime giustizia a con essa il coraggio di perseguire dignità e libertà. E perché c’è da temere che ci aspettino tempi nei quali si allagherà ai nostri figli la cerchia di coloro che dovranno con piglio eroico lottare per quella libertà, parte di un futuro diventato ormai una minaccia più che una aspettativa, e ai quali dobbiamo proprio quella amorosa compassione.