Un calendario in memoria di Sarah Scazzi, uno sfruttamento post mortem della ragazzina ammazzata in famiglia, ufficialmente per aprire un canile ad Avetrana . E una presentazione dell’iniziativa da parte di un tronista. Un ennesimo tassello di barbarie.

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A volte per parlare di certi argomenti si vorrebbero indossare maschera e guanti per proteggersi da certi miasmi, da certe brutte frattaglie esposte senza vergogna.
Spesso penso che ci vorrebbero almeno le buone maniere. Perché è proprio vero che l’etichetta, l’osservanza di regole di buon gusto, sono la cifra non dell’ipocrisia ma della civilizzazione. E infatti è bene guardarsi da quei compulsivi della perentorietà sgangherata, che tirano giù la zip e ostentano brutture, magagne come fossero virtù. Quelli che dopo secoli di lavoro instancabile e di progressivo e operoso processo indirizzato a rimuovere, anche da noi stessi, la barbarie, con voluttà scannano maiali in sala da pranzo, strappano brani di carne masticandoli a fauci aperte, esibiscono letti sfatti, consuetudini e frequentazioni condannabili.
Così tutto si confonde e i peggiori istinti nel fumoso clima di tolleranza e dietro l’ancora più disdicevole cortina di indifferenza vengono visti come esuberanze quasi incolpevoli dal perorare le ragioni della nipotina di Mubarak al chiedere aiuto all’eunuco del premier per “commemorare” una sorella macellata in famiglia.
Tronisti, calendari, raccolta fondi, cani abbandonati: dietro tutta questa infame paccottiglia che raccoglie i topoi più orrendi della nostra contemporaneità, dalla carità pelosa al commercio dei corpi di donne o uomini che siano, nel primato della visibilità che ha preso il posto della reputazione, della spettacolarizzazione che ha usurpato la funzione catartica della compassione, c’è una ragazzina che ha gli occhi trepidi e spauriti in tutte le foto anche in quelle in cui sorride. Una ragazzina sempre più sola.
Non ho seguito le sequenze a raffica del film horror delle confessioni versioni smentite rivisitazioni di una verità che forse non si saprà mai.
Dal primo momento non so bene perché o forse lo so fin troppo bene, ho pensato alla spaventosa solitudine di una quasi bambina indifesa di fronte a una rabbia funesta e devastante, al silenzio terribile, rotto solo da lamenti soffocati, nel quale è morta.
Quel silenzio poi è stato occupato da un gran fragore ininterrotto che nulla ha a che fare con le cerimonie del lutto e molto invece ha a che fare con macabri esercizi di protagonismo, con ignobili affarucci da pochi soldi, con comparsate in discoteca, con quegli stramaledetti cinque minuti di celebrità cui tutti aspirano e cui pensano di aver diritto.
Ma nulla credo abbia riempito e riempia quella solitudine. Oggi ancora più forte perché nel popoloso contesto celebrativo commemorativo di parenti amici e spettatori quella ragazzina sola è stata dimenticata, come uno straccetto abbandonato a terra in un angolo di quel garage.