Anna Lombroso per il Simplicissimus

Finisce oggi lo sciopero della fame che un gruppo di creature belle e coraggiose ha indetto per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media sul caso dei profughi eritrei nel deserto del Sinai.
Da tempo dubito che esista l’opinione pubblica. Da tempo mi interrogo sulle priorità che agitano e muovono l’interesse della stampa. Da tempo mi chiedo quali casi che avvengono negli ormai sconfinati territori della neo barbarie abbiano ancora la forza di scuotere coscienze letargiche. Che non solo professano con protervia accidia e indifferenza, ma che esercitano aggressività e spirito critico secondo le consolidate modalità e gli argomenti rituali del “benaltrismo”.
Chi si occupa di “altrove” dai nostri suoli ancora privilegiati viene di volta in volta invitato ad occuparsi di ben più legittimi localismi, le politiche economiche del governo, la foca monaca, i morti sul lavoro, i combattimenti di cani, la foresta pluviale, le abitudini erotiche del premier, cause tutte nobilissime, per carità, e gli si raccomanda in modi a volte anche inurbani ( ma si sa la vis polemica dei veri combattenti non può essere condizionata dal bon ton) ad uscire dai loro opulenti polverosi e ipocriti salotti per scendere per strada a confrontarsi coi problemi della gente e perché no in piazza.
Piazze magari piene di operai e studenti ma invece clamorosamente vuote dei nostri benpensanti/ benaltristi occupati a lottare rumorosamente e coraggiosamente davanti al Pc, nella solipsistica contemplazione della loro disillusione o nell’altrettanto sterile rimpianto delle loro utopie –erano anche le nostre, peraltro- travolte dall’irruenza dei carri del Faraone.
Anch’io soffro perché si sono rarefatti e confusi i contorni delle mie radiose visioni.
Mantengo arcaicamente qualche convinzione, qualche punto di vista irrinunciabile: la lotta per l’equità (l’antica uguaglianza?) la solidarietà, la libertà, la dignità. E proprio in nome di queste piccole domestiche persuasioni sono convinta, come mi viene di ripetere stancamente da tempo, che l’anima e la militanza sono una casa che ha molte stanze e ci possono stare dentro tanti amori, tante battaglie, tante passioni.
Sono quelle che mi dicono che in un mondo globale anche la libertà dovrebbe esserlo, che se in un luogo qualunque dell’altrove è ferita la dignità di qualcuno altro da me, anche la mia fierezza di essere umano è lesa. Sono quelle che mi mostrano quanto siano minacciati i diritti nel nostro paese, quanto sia compromessa la coesione sociale, erosi i vincoli di solidarietà e questo è affar mio, ma proprio come quelli – offesi più cruentemente – di quei profughi, dei dissidenti cinesi, magari anche premi nobel, degli uomini e delle donne dell’Iran. In quanto appartenenti all’unica razza al mondo, quella umana appunto. E gli affari miei sono gli affari loro e viceversa. Quelle che mi dicono che chi si abbandona a questa triste polemica è un infelice.
Uscire dalla proprio solitudine per partecipare delle vite e dei dolori e delle lotte degli altri è una grande cura contro le “passioni tristi”.
Dice Aristotele: sono i malvagi incapaci di sopportare la loro compagnia e nutrono rabbia.. sono soli con se stessi e si ricordano dei molto eventi che li rendono inquieti.. i loro rapporti con se stessi non sono d’amicizia. Meglio invece sta chi agisce con gli altri indirizzando la sua azione al bene.
Aristotele mi ha convinto della bontà del mio “egoismo”: partecipo di tante battaglie, che si svolgano qui o altrove, anche perché come tutti gli uomini indistintamente cerco la felicità credo che la felicità sia la sua “eudaimonia”, il “vivere bene”. E credo che anche per aspirare a questo stato, sia meglio la condivisione, l’appartenenza ad una “comunità”, l’abbandono della proterva e solpististica indifferenza.
Nessuno sceglie di essere felice, ma può decidere di arricchirsi o di correre rischi allo scopo di essere felice…. Quello di non piacere a tutti, di subire delle critiche, di apparire ingenuo e patetico mi sembra davvero trascurabile. Mentre quello di essere isolati e in guerra con se stessi deve essere orribile come una oscura e invincibile minaccia.