Bé, nell'indecisione, ci ho messo il simbolo della mia università

Confesso che sono allibito e deluso. Oggi si può parlare con meno cuore in gola di questa cosiddetta riforma universitaria che qualcuno anche a sinistra ha preso seriamente, magari criticandone alcuni aspetti, ma trovandovi delle “cose buone”.

Ora però il testo che esce dalla Camera si mostra nella sua nudità: un collage di bugie, una insostenibile vacuità per il presente e insieme il suo scopo nascosto e futuro. Perché la riforma che porta il nome della donna chiamata cavallo, ossia la Gelmini, ha come obbiettivo ultimo quello di eliminare l’università pubblica, sostituendola con un insieme di istituzioni private e, paradossalmente conservando il sistema baronale.

Proprio lo slogan del ministro non tiene, è solo il tentativo di dare a bere qualcosa di facile che i fans del Pdl possano ripetere a pappagallo, anche senza comprenderne il significato. In realtà non esiste alcun meccanismo che contrasti la realtà baronale, anzi ce ne sono molti che la esaltano.

Infatti la legge delega prevede che le borse di studio non siano più in numero tale da poter coprire la metà dottorandi. E questo significa due cose: che siamo di fronte  a un provvedimento classista che favorisce chi si può permettersi di aspettare e nello stesso tempo aumenta il potere  dei baroni e dei rettori che potranno di anno in anno stabilire il numero delle borse di studio in ragione dei loro protetti. Senza parlare della discrezionalità per ciò che riguarda dottorati di ricerca e congedi.

E non basta perché la cosa che introduce la riforma  è il precariato de lege: dopo sei o otto anni un ricercatore o diventa associato o va a casa. Cervelli brillanti, ma non dotati di consistenti appoggi familiari non possono nemmeno pensare di buttarsi in questa avventura. Ma i parenti, i figli, i nipote le zie dei baroni e dei loro amici lo potranno fare senz’altro e in tutta sicurezza.

Il merito dov’è finito? Semplicemente non esiste, è affidato a una riga nell’articolo 4 che per le borse di studio parla di  ” previa valutazione comparativa del merito”. Che naturalmente saranno gli stessi baroni a stabilire, loro che hanno in mano anche la chiave delle pubblicazioni.

Per non parlare del fatto per diventare docente non ci sarà più il concorso, ma una non ben determinata  “abilitazione scientifica nazionale” che indovinate da chi sarà ancora una volta guidata nei suoi criteri? Avete indovinato: dai baroni.

Il cuore del disegno della destra non consiste però solo in questa distruzione della ricerca, bensì nell’articolo 2, dove compare la frase magica, quando si dice che i consigli di amministrazione delle università possono essere inserite (leggi devono) : ““personalità italiane o straniere in possesso di comprovata competenza in campo gestionale ovvero di un’esperienza professionale di alto livello con una necessaria attenzione alla qualificazione scientifica culturale”.

Frase molto vaga che permette l’arrivo di manager o di politici di qualsiasi risma, compreso il Trota o gli ad di grandi aziende. Con buona pace dell’autonomia degli atenei, della ricerca, della stessa libertà di orientamento dei docenti. E’ il primo passo, ma bello lungo, verso la privatizzazione che procederà spedita, man mano che verranno strozzate le risorse finanziarie.

La Gelmini di certo non lo sa, ma sembra che in Italia nessuno sia al corrente del fatto che se nelle università private americane, così amate dalla destra e dalle capre diplomate a pagamento, la didattica è a carico degli studenti e dei privati,  il grosso della ricerca viene finanziato con fondi statali e federali. Ed è proprio per questo che il sistema funziona: perché esiste una concorrenza e un conflitto sul merito e un occhio più lungo rispetto alle utilità immediate.

Illudersi che con l’abracadrabra del privato, tutto si risolva è solo una stupida, desolante illusione.