Lo stato in cui versa il Paese non potrebbe essere illustrato meglio dalla cattura di “o ninno”, al secolo Antonio Iovine, accreditato di essere il capo del clan dei casalesi.

A parte la straordinaria coincidenza tra le polemiche sull’assalto della criminalità organizzata nel nord  e la cattura di Iovine, il fatto che si possa considerare un successo aver preso un boss dopo 15 anni di latitanza, svoltasi tutta non in Amazzonia, ma nello stesso comune di residenza  (21 mila abitanti in tutto), è davvero il colmo.

D’accordo, meglio tardi che mai. Però l’arresto ci dice che una latitanza così prolungata praticamente in casa propria, invece di indurre a festeggiamenti, dovrebbe suscitare angosciosi interrogativi sul radicamento delle cosche, sull’estensione della loro influenza, sulla stessa capacità di indagine, sulle coperture evidentemente molto ampie e “alte” di cui questi criminali dispongono.

E last but not least, dovrebbe far pensare che prendere uno dopo tanti anni di straordinaria e casalinga clandestinità, potrebbe significare soltanto che è ormai ai margini del gioco.

Anche la coincidenza polemiche /cattura dovrebbe far riflettere, perché induce a pensare che ci siano dei “catturandi” lasciati in santa pace e spesi o sacrificati a fini di propaganda politica.  La probabilità che nell’arco di 14 anni i due eventi si verifichino a così poca distanza di tempo è di circa 1 su 13.056.050, un numero, ricavato per difetto, che designa avvenimenti  pressoché impossibili nel corso della vita umana. Ma evidentemente possibili a Maroni e in questa Italia.