Leggo con sconcerto, ma anche con rassegnata ironia che si moltiplicano le richieste di pena di morte per lo zio di Sara Scazzi. E permettemi di omettere l’ “h” finale per far uscire questa povera ragazza, almeno da morta,  dalla coltre di soap e novelas da cui è uscita quella lettera incongrua e tuttavia grondante di tanta vita provinciale italiana.

Addirittura  la madre di due compagne di scuola di Sara ha esposto uno striscione con questa scritta: “Pena di morte per lo ‘zio’ animale”.

E’ così questa Italia, come quella sventurata “h”, emotiva, irrazionale e quasi incapace di reazioni che non siano primitive. Perché a me la prima cosa che verrebbe in mente non è di condannare a morte lo zio della ragazza, ma di chiedermi se anche nella mia famiglia non si nascondano insidie.

Ma questo sarebbe esaminare con occhio critico un modello di vita, mettere in crisi mentalità radicate, rapporti che non si possono e non si vogliono discutere. Perciò  la vendetta offre una facile uscita da qualsiasi domanda, scarica su qualcuno l’ansia nascosta e mette le premesse perché altra Sara vengano sacrificate a insospettabili zii, cugini, figliocci, padrini, nonni.

Solo con la cattiva coscienza si è tolleranti e magari la si alimenta con la morte altrui.