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Media: monopolio delle bugie senza rete

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

La stampa scende in campo per proteggere l’informazione veritiera contro manipolazioni e manomissioni. Stupidini, ma cosa avete capito? Mica si parla di autocritica, di applicazione tenace di codici deontologici, di rispetto dei doveri della professione giornalistica, no.  Le reprimende insieme alla manifesta volontà di imporre regole di comportamento vigilate da occhiute autorità di sorveglianza e controllo riguardano l’odiata rete, contesto nel quale di consuma e si sublima il male, la menzogna, la falsificazione e dove la polemica si trasforma in violenza e la critica in odio.

Troppo facile dire che si tratta della reazione comprensibile alla concorrenza sleale in materia di informazione artefatta, di ripetizione e amplificazione di bugie. Il fatto è invece che i media convenzionali sono così autoreferenziali per tradizione da sentirsi davvero investiti di un obbligo morale. Che non consiste nell’informarci, macché, bensì nel formarci, nell’orientare l’opinione pubblica, uniformandola secondo criteri di appartenenza e fidelizzazione all’ideologia e al pensiero corrente, quello del “regime”, assecondando e accreditando bugie, sostituendo la propaganda alla somministrazione di notizie e dati, la persuasione, nemmeno tanto occulta, all’analisi della realtà.

Così oggi il Corriere, nei cui confronti capita ormai di provare una delicata commiserazione che si riserva ai alle statue dei grandi abbattute e ai miti auto-infranti,  fa sua la perorazione del presidente dell’Antitrust per  la indilazionabile necessità di imporre un filtro per contrastare “le notizie false sul web”, gestito da soggetti terzi, istituzioni specializzate e indipendenti, perché il fatto che circolino “informazioni infondate non è un bene per la democrazia”. E non basterebbe “l’autoregolamentazione  come fa Facebook”, occorre proprio un’autorità abilitata a distinguere verità da menzogna e incaricata di “rimuovere” in tempo reale i contenuti falsi e lesivi. Insomma, pare di capire, serve l’ufficializzazione nell’antico istituto mai morto della censura insieme a quell’altro della repressione, e non solo virtuale.

Per una volta viene da essere d’accordo. La vorremmo anche noi una autorità “terza, autonoma e indipendente” contro le bugie e anche, potendo, contro le post verità (ne abbiamo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2016/11/20/laccademia-delle-post-cazzate/),  quelle che eroga  tutti i giorni  il rubinetto sempre aperto della fabbrica del falso, del raggiro e della mistificazione consumati molto spesso proprio grazie ai ripetitori della rete, abusati perché ritenuti ancora più effimeri di quella carta da giornale la cui traccia durava un giorno, pronta poi per incartare le scarpe quando ancora c‘erano i ciabattini e non imperavano i voucher.

Ci piacerebbe imporre delle sanzioni per chi manipola fatti e eventi, sostenuto proprio dai tradizionali “porta acqua”  dotati di memoria ancora più corta delle gambe delle loro bugie. Per chi dopo aver rivendicato la paternità del più infame degli attrezzi nella cassetta della rottamazione del lavoro, la rinnega che non li ha certo inventati lui, anzi si è assunto il compito di regolarne l’abuso. Vorremmo la gogna e non solo mediatica per chi pensava di turlupinarci  con la dfesa della democrazia tramite chiusura dell’inutile Cnel, meno funzionale dell’altrettanto superfluo Istat, incaricato istituzionale della adulterazione dei numeri  e delle statistiche in modo da dare alla plebe l’illusione che avrà diritto a mezzo pollo. Ci piacerebbero delle frustate e non simboliche per ministre reiterate con onore che si fregiano della loro ignoranza come virtù del politico, riconfermata, come loro d’altra parte, dalle bocciature dell’Alta Corte. O per quella che per difendersi dall’accusa di aver falsificato il curriculum, falsifica e offende il ruolo che si accinge a ricoprire, esaltando proprio come i cultori di Facebook, la scuola della vita rispetto a sapere, conoscenza e istruzione. O per chi soffia sulla paura per far divampare l’incendio della censura, della repressione, della ineluttabile limitazione delle libertà. O per chi si approfitta di credulità indotta da nuove miserie per favorire il gioco d’azzardo, a cominciare da quello bancario di dinastie improvvisate e feudi familiari che gestiscono fondi e azionariati criminali.

E sarebbe gradita una lunga detenzione per quelli che in conferenza stampa, missione pastorale, Twitter, Porta a Porta, comunicano la fine delle emergenze con periodica soddisfazione, annunciando rapide ricostruzioni, l’uscita dalla crisi, ripresa  delle produzioni, posti di lavoro, guarigioni miracolose dal cancro e da malattie altrettanto perniciose come il maturare una opinione libera, esprimere una critica, dare una informazione indipendente, mostrare una verità nascosta.

Speriamo che queste invece siano patologie contagiose e che la rete  le propaghi. Anche se non basta la verità disarmata quando loro possiedono tutte le armi, quelle della propaganda, quelle delle leggi promulgate per demolire la democrazia e immiserire la partecipazione, quelle del profitto dispiegate per legittimare guerra, sopraffazione, ruberia, quelle del mercato per persuadere che tutto e tutti sono merci da comprare e svendere, quelle della religione impugnate per dare copertura morale a sfruttamento, conformismo, oscurantismo.

La verità è come l’onestà, non basta, ma è necessaria. Non è sufficiente, ma senza non saremo mai liberi.

 


Figli di Trojan

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

E cosa dovevano fare? Troppi ostacoli si erano frapposti alla realizzazione del sogno ereditato dal Cavaliere, quello di mettere un definitivo bavaglio che impedisse la rivelazione delle magagne,  alzando una rete di protezione  che desse riparo da una conoscenza diffusa di  fenomeni di corruzione, conflitti d’interessi, evasione fiscale, sopraffazioni privatistiche. Così si sono accontentati di un bavaglino, più consono alla salvaguardia delle macchie, evidente riprova delle marachelle di un ceto di governo di bulli e pupe continuamente sorpreso con le dita nel barattolo della marmellata.

Così abbandonata l’ipotesi di un provvedimento organico che “disciplinasse” la materia delle intercettazioni telefoniche, telematiche, ambientali,  della comunicazione e del connesso rispetto della privacy dei cittadini – chiamata in causa solo per meglio esaltare le doverose differenze tra noi e i cosiddetti detentori di “guarentigie”, secondo l’arcaica semantica del privilegio.

Dismessa per un po’  la  determinazione ad infliggere un’altra ferita a morte esemplare alla Costituzione con la modifica dell’articolo 68, grazie a una serie di proposte presentate da fiancheggiatori spavaldi, da associati a ministri preoccupati per intemperanze domestiche,  da qualcuna di quelle vezzose gregarie sempre pronte  a porgere la borraccia   ai campioni del liberticidio, hanno furbescamente infilato   i captatori informatici – definizione usata quando i trojan, software malevoli che infettano un pc o uno smartphone e lo controllano da remoto, sono usati dall’autorità giudiziaria a fini investigativi –  nel provvedimento di modifica del processo penale, durante una letargica seduta notturna della commissione Giustizia di Palazzo Madama. Come? ma  grazie a un proditorio emendamento, presentato, indovinate un po’, dal Pd. Cosa che poco ci meraviglia: si chiamasse Pds, Ds, o Pd nulla aveva fatto di concreto per ribattere alle richieste pressanti contro le invasioni della privacy nei vizi dell’utilizzatore finale, proprio come nulla era stato fatto per risolvere la questione del conflitto d’interesse, della corruzione, del malaffare, anche quelli ereditati e esercitati con l’entusiasmo di chi vuol battere il maestro.

Preferendo allora lasciar correre, o meglio ancora godere di descrizioni pruriginose, di cronache di cene eleganti, travestimenti combinati con lo stesso esibizionistico uso di mondo nello sbrigare affari sporchi, stringere patti osceni e scellerati. E figuriamoci adesso che sono toccati nelle loro prerogative, nei loro privilegi, nelle loro guarentigie e nei loro loschi traffici, adesso che grazie a intercettazioni sappiamo delle manovre per far fuori Letta, delle trattative premier-guardia di Finanza, dell’occupazione mafiosa della Capitale, tramite Coop, delle baruffe domestiche di una ministra e del suo prestigioso quanto avido gigolò, figuriamoci se adesso non partivano alla carica.

Così, fatti salvi i reati di mafia e terrorismo le intercettazioni  tramite  programma-virus saranno “consentite soltanto qualora ivi si stia svolgendo l’attività criminosa”. Inoltre non saranno divulgabili – la pena prevista è 4 anni – e sarà un decreto ministeriale a decidere gli strumenti per poterle eseguire

È un bel risultato: con  un colpo solo si limitano le funzioni della magistratura e il diritto a “sapere” dei cittadini. E fa davvero sorridere l’esibizione vanitosa, l’ostensione narcisistica di un ceto che comunica in rete, su Facebook, con i Tweet preferendoli agli strumenti della comunicazione istituzionali, che annuncia nel web leggi e provvedimenti, che dice e disdice tramite post, sentiment e sms, mentre appena l’informazione esula dall’ambito di quello che si vuol far conoscere, per accreditare l’immagine benevole e domestica di “uomini qualunque”, di gente comune, allora scattano restrizioni, censure, rivendicazioni dei diritti di riservatezza.

Quella riservatezza negata a gente comune di serie B, a uomini qualunque di fibra sintetica, ai lavoratori, la cui privacy è stata cancellata autorizzando la raccolta di dati relativi all’uso di computer, telefoni cellulari, iPhone, iPad, permettendo  una sorveglianza continua su ogni mossa del singolo lavoratore,  legato da una sorta di guinzaglio elettronico a chi vuole controllarlo. Quella preclusa a noi, spiati perennemente da telecamere, monitorati a ogni transazione commerciale e a ogni operazione bancaria, sotto  osservazione continua per quanto riguarda gusti, inclinazioni, scelte, consumi, credo religioso o comportamento alimentare, grazie all’invadenza insostenibile esercitata da chi sovrintende alle nostre vite con il commercio insano di mailing list, estratti conto delle carte di credito, perché  nulla sfugga al dio mercato e ai suoi sacerdoti.

E non a caso la squallida acrobazia dei funamboli del Pd è affidata a un emendamento, a confermare la volontà di un ulteriore accentramento di poteri nelle mani del partito del premier, che così si libera del Parlamento di cui viene certificata l’irrilevanza, all’insegna di una totale perdita di trasparenza del processo legislativo nel suo insieme, con il passaggio dalla sede parlamentare, comunque controllabile dall’opinione pubblica, alle opache stanze del governo.

È che a loro si addicono le disuguaglianze, le gerarchie, le graduatorie, le differenze, così devono essere disuguali anche le libertà, le loro, perché sono “loro”, le nostre controllate, represse,  sorvegliate, ridotte, controllate, perché siamo “noi”.

 

 


Dopo Casaleggio il traffico d’orfani

o-GIANROBERTO-CASALEGGIO-OPERATO-facebookNon ho mai avuto simpatia per il personaggio Casaleggio che in fondo rappresentava tutto quanto odio: l’aziendalismo manovriero, la confusione che si nobilita ad enigma e l’utopia politico – sociale  che si trasforma in fantascienza secondo un modulo tipico della cultura americana che appunto in questo genere narrativo trova spesso il suo meglio. Con tutto questo era una spalla più in altro rispetto al banale, grossolano , twittante e ipocrita discorso pubblico del milieu politico in ogni sua area perché almeno ci si poteva incazzare o si poteva sorridere per qualcosa e non per il nulla delle frasi fatte, per l’infingimento palese, per la contorta bugia. La stessa che oggi ispira alati messaggi di cordoglio a chi fino a ieri riteneva Casaleggio, con ontologica stupidità, un pericolo per la democrazia formale.  Ed è per questo che il guru da stanza così diverso da quello di piazza pesava enormemente nella diarchia dei Cinque stelle, non tanto per le strategie a volte clamorosamente sbagliate che imponeva con rete di velluto, quando per ciò che rappresentava, ossia una boa di riferimento in un oceano sconosciuto.

E infatti la sua morte ha avuto l’immediato effetto di svelare lo smarrimento del movimento e della sua pattuglia parlamentare che ha pensato bene di onorare la scomparsa di uno dei suoi fondatori lasciando passare senza difficoltà, nemmeno di testimonianza, la riforma costituzionale, ossia il passaggio chiave della svolta oligarchica. Casaleggio non è ancora nella tomba, ma già ci si rivolta.  Le migliaia di messaggi che giungono dalla base, che promettono di proseguire la battaglia e di essere più forti di prima sono comprensibili, ma esprimono un profondo smarrimento perché tutti sentono che l’ora è drammatica e che la vita del M5S è appesa a un filo. L’altro padre padrone del movimento Beppe Grillo è palesemente stanco della sua avventura politica tanto che adesso è tornato agli spettacoli, ma comunque manca di quella visione, sia pure contestabile e bizzarra, che gli aveva portato Casaleggio: il fatto che i due si siano conosciuti dopo uno spettacolo nel quale il comico distruggeva un computer in segno di rifiuto per la tecnologia della rete, la dice lunga sul  ruolo decisivo se non predominante nella creazione del movimento avuto dallo “sciamano” del web. E’ quasi certo che senza di lui i Cinquestelle non sarebbero mai nati.

Tutto del resto si è costruito intorno a loro al di là degli statuti, erano il filo che cuciva assieme i meetup, cioè gli attivisti, il movimento di opinione e una pattuglia di parlamentare “garantita”, certamente di buona volontà, ma raccogliticcia, spesso priva di radici territoriali, di erratica appartenenza ideologica e sconosciuta  ai cittadini a parte i rivali Di Maio, Fico e Di Battista. Il fatto è che ora il movimento è di fatto senza guida e privo di strumenti istituzionali  e organizzativi per crearne una, magari collegiale, universalmente riconosciuta : non si fa fatica a preconizzare che la pressione per spaccare il gruppo e intestarsene le spoglie sarà fortissima e sinergica alle rivalità interne , come del resto sarà enorme la spinta a normalizzare il M5S per farne al massimo un episodico e blando oppositore. Se anche Grillo scendesse di nuovo in campo non semplicemente come  padre nobile, ma come capo effettivo, sarebbe difficile contrastare le forse centrifughe: sarebbe comunque un Grillo dimezzato senza Casaleggio.

La scelta di abbandonare l’aula prima del voto sulla riforma costituzionale, invece di rimanere e votare no, come avrebbe suggerito la volontà di ricordare Casaleggio con  un atto forte e non con la consueta resilienza parlamentare, è il segno che dimostra il disorientamento e testimonia di una “normalizzazione interiore” prima ancora che compaiano le borse dei trenta denari.

 


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