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Sardine in scatola

acciugheSinceramente mi sarei astenuto dal parlare delle sardine bolognesi e poi pure modenesi, sia perché mi sta antipatico Salvini  sia perché non è sempre utile tagliare le gambe alle illusioni. Ma quando esse diventano ostaggi della malafede e di disegni volti alla creazione di un nemico a tavolino, non si può traccheggiare. La goccia che fatto traboccare il mio vaso, sempre più piccolo man mano che avanzano gli anni, è stato l’articolo di Flores d’Arcais su Micromega  in cui si dà credito al fenomeno con queste parole: “Intanto l’exploit di Bologna ha dimostrato una verità politica, o meglio l’ha ribadita in forma perentoria: per dar vita a una mobilitazione democratica (di “sinistra”, insomma) bisogna prescindere dai partiti. Quattro amici e un appello progressista sul web possono creare un’iniziativa, se avessero voluto coinvolgere un partito (il Pd, ormai) immaginando di avere il valore aggiunto di una forza organizzata, si sarebbero assicurati un flop”. Ma andiamo, davvero vogliamo credere o far credere che quattro tra giovanotti e giovanotte (la parola non è scelta a caso) praticamente sconosciuti raccolgano migliaia di persone in piazza solo con qualche messaggio sul web? Provateci voi e se vengono una ventina di persone potrete star certi di essere dei leader di opinione.

Si sa che in rete queste operazioni sono possibili, ma solo attraverso un uso massiccio e direzionato, per esempio a sostegno del golpe in Bolivia nei giorni immediatamente successivi alle elezioni sono sorti dal nulla 70.000 nuovi account twitter e altre decine di migliaia tra gli altri social, una enormità per un Paese di dieci milioni di abitanti e un fatto che dimostra come in rete non ci sia nulla di spontaneo e contemporaneamente di massivo senza una spinta e una direzionalità che viene dall’esterno: il comportamento di gruppo sul web obbedisce in parte alle regole dinamiche dello stormo, ma in parte a quello della mandria che ha bisogno dei suoi butteri.  Quindi per carità, vendere come spontaneo e auto organizzato questo giro giro tondo  è come credere all’esistenza  di Babbo Natale. Cionondimeno Flores d’Arcais scrive la sua letterina al carismatico folletto barbuto e addirittura sembra voler dire che il fenomeno è in qualche modo alternativo al Pd il cui nome sarebbe una “macina al collo”  per ogni mobilitazione. Insomma le sardine sarebbero una sorta di sinistra sommersa, in qualche modo autonoma dal Pd, anche se mostra parecchio scetticismo sulla incisività presente o futura di queste forme di lotta politica.

Invece temo che non sia così: non posso sapere quali siano le opinioni e le visioni dei singoli partecipanti, ma di sicuro la macchina complessiva del Pd non è affatto estranea  a tutto questo. Basta prendere il leader dei sardinisti, ovvero Mattia Santori per accertarsi che egli è uno dei 7 ricercatori del Rie con responsabilità sul settore  Sostenibilità e Comunicazione Sociale. E il Rie cos’è? Una una società privata che opera nel mondo dell’energia attraverso attività di consulenza, ricerca, informazione e in quanto tale ha un rapporto privilegiato non solo con aziende, cooperative, istituzioni, autorità di regolazione, enti pubblici, banche e fondi d’Investimento, associazioni di categoria, ma anche in via diretta con le agenzie giornalistiche Agi e Adn Kronos di cui cura i notiziari in materia di energia. Nulla da dire, ma siamo molto lontano dall’immagine della manifestazione per caso e invece completamente dentro il mondo del potere piddino. Infatti il Rie è stato fondato a Bologna nel 1983 da due professori economia di nome Alberto Clò e Romano Prodi (nella casa del primo avvenne la finta seduta spiritica di Gradoli , vedi Gli uomini dei misteri buffi ) e ancora oggi Clò coordina la ricerca della società ed è direttore responsabile  della rivista Energia ovvero l’espressione pubblica  del Rie, oltre ad essere Consigliere di Amministrazione  del Gruppo Editoriale Gedi S.p.A , quello che detiene Repubblica, La Stampa, il Secolo XIX, il Tirreno e un’altra decina di altre testate nel nord Italia, tutte con l’orientamento che sappiamo, oltre a L’Espresso, a Limes e alla stessa Micromega. 

Andando ad esplorare questo retroterra ci verrebbe da dire, spontaneo un cazzo, poiché non siamo lontano dai metodi di mobilitazione delle madamine Si Tav, anche se in questo caso non è escluso che parecchi partecipanti non abbiano idea del retroterra, ma è del tutto pacifico che movimenti con fili così visibili non hanno alcuna speranza di spezzarli e che c’è una bella differenza tra fondare nuovi marchi politici in grado di agire in piena autonomia, di sviluppare un proprio progetto e invece mettere insieme una sottomarca  con scopi puramente tattico  – elettorali. E per giunta con il pericolo di svuotare ancora di più quel poco di sinistra non neo liberista residuale che rimane.


Operazione Berlino: tequila e neoliberismo

GettyImages_110977810Il nome potrebbe indurre in errore: qui la capitale tedesca e la Germania non c’entrano nulla, almeno direttamente, si tratta invece del nome in codice con la quale i reazionari messicani hanno tentato di impedire in ogni modo l’elezione a presidente di Andrés López Obrador. E con ottime  ragioni, visto che el presidiente proprio qualche giorno fa, mentre il suo omologo brasiliano Bolsonaro visitava la sede della Cia, forse per vedere da dove vengono tirati i suoi fili,  ha fatto una pubblica dichiarazione che non lascia spazio ad interpretazioni: “E’ il momento di dichiarare formalmente da Palazzo Nazionale che per noi si è concluso l’incubo delle politiche neoliberiste assieme alle politiche economiche di saccheggio e antipopolari”. Proprio per evitare questo che fin dal 2016 la razza padrona messicana aveva messo a punto un piano per sabotare la possibile elezione di Obrador che aveva la sua centrale al numero 245 di Calle Berlin ( da cui il nome dell’operazione) a Città del Messico ed era guidata dal noto storico conservatore Enrique Krauze che aveva già fatto stampare un libro nel quale il candidato Obrador veniva descritto come un individuo rozzo e pericoloso. Chi pagava questa organizzazione erano Francisco Coppel Luken, presidente dell’omonimo gruppo che possiede centinaia di negozi di abbigliamento in tutto il Messico e 100 mila dipendenti, Alejandro Ramírez, direttore generale di Cinépolis, una enorme catena di cinema e teatri e Germán Mota-Velasco, padrone del maggior gruppo minerario del Paese.

Fin qui non ci sarebbe niente di straordinario, nulla che ci possa stupire più di tanto visto che viviamo in un Paese ipnotizzato per vent’anni da un palazzinaro senza scrupoli e proprietario di televisioni dedite alla volgarità cognitiva in tutte le sue possibili declinazioni, ma la cosa interessante è che per la prima volta questo piano è stato interamente incardinato sul web e in particolare sui social. Sono stati creati dei siti ad hoc perché non sembrassero di propaganda, ma solo luoghi di discussione che poi ovviamente veniva orientata dagli amministratori – il più noto è  PejeLeaks.org, oggi chiuso ed operante solo su Twitter – e si è investito decisamente su Facebook, Instagram, Twitter con la produzione centralizzata di immagini, video, interventi, discussioni, lancio di false notizie, vignette, insomma tutto quanto fa social. La cosa pareva così importante che per la diffusione di contenuti, i cosiddetti influencer venivano pagati anche 50 mila pesos a intervento. Si tratta di una cifra enorme, quasi 2300 euro, che testimonia l’importanza di attribuita alla creazione di una corrente di pensiero in rete, anche attraverso la costante pratica della menzogna o della più evidente propaganda.

Certo a tutto c’è un limite e l’operazione Berlino è fallita miseramente in tanto perché i padroni del vapore avevano ben poca merce di riflessione da vendere e soprattutto perché è stata condotta in maniera eccessivamente scoperta, la “necessità di mettere López Obrador sotto i riflettori, attraverso indagini giornalistiche, nei suoi aspetti più oscuri e più sconosciuti” si è tradotta in trollerismo d’accatto con foto truccate e notizie di fantasia che alla fine hanno perso di mordente com’è testimoniato da un libro che parla di tutta questa campagna, “Juntos Hicimos Historia” (uniti facciamo la storia) della deputata Tatiana Clouthier. Di fronte a questo viene da chiedersi da chiedersi come mai da noi abbiano tanta risonanza influencer così interessanti e intelligenti che le chiacchiere del barbiere sembrano al confronto la Stoà di Atene o impazzino professorini “privati” che sembrano appena usciti dallo stesso barbiere veneziano di von Aschenbach, sempre pronti a far marcia indietro quando squilla la tromba dell’adunata, marginali dello strillo, banaloni per tutte le stagioni o sitacci di infimo pettegolezzo che vicino alle elezioni si risvegliano dal sogno fighetto danno le loro indicazioni di voto. Da dove viene tutta l’audience?  E’ una domanda che ci dovremmo fare costantemente di fronte a certi fenomeni inspiegabili, invece di darli per scontati o di partecipare sempre e comunque come pazza folla. L’operazione Berlino non finisce mai e ricomincia sempre.


Sessismo progressista

fatto Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare che da mesi e mesi abbiano libera circolazione sul web le immagini piccanti dell’attività erotica di una giovane parlamentare che riveste importanti incarichi, “valorizzate” in questi giorni in qualità di rappresentazione plastica di un’indole trasgressiva da una sciagurata trasmissione di “denuncia” e da un ancora più sciagurato programma di  intrattenimento politico, condotto da una paladina delle figure istituzionali oltraggiate, purché donne appartenenti alla sua cerchia di riferimento.

È in voga una nuova pruderie, si vede, che promuove a illecito il sesso privato, in modo da attribuire la stessa natura indebita a un altro atto privato, la violazione di un patto non legale alienando o permettendo al fidanzato di alienare parte del fondo che i militanti sono tenuti a erogare alla loro organizzazione, atto scriteriato e al massimo inopportuno  e per il quale incorrerà in sanzioni disciplinari, niente di paragonabile, quindi, con l’attività di lobby condotta in nome  e per conto di ingombranti partner o familiari da autorevoli ministri del passato. Ma c’è di peggio a carico della improvvida,  immagini e video “rubati” e divulgati sarebbero stati ripresi con delle apparecchiature di videosorveglianza pagate appunto con quei fondi e utilizzate dallo scapestrato boy friend, non si sa se per infiammare una stanca relazione o a scopo di ricatto. Insomma una vicenda intima che diventa deplorevole solo in virtù dalla inappropriata pubblicità che ha  avuto.

Il privato è politico, recitava uno dei più potenti slogan del femminismo.

C’è poco da stare allegri da quando l’ostensione di attitudini, inclinazioni, comportamenti personali e soprattutto vizi, è diventata l’arma del confronto per eccellenza per ricattare e condizionare, oggetti di congiure e macchine del fango azionate per screditare, soggetti a manipolazioni e intimidazioni. E da quando  pettegolezzi pruriginosi, intercettazioni tanto licenziose quanto inutili a stabilire la verità, vengono  offerti alla stampa dagli stessi protagonisti di volta in volta vittime o  carnefici,  grazie alla somministrazione orchestrata di  rivelazioni mostrate sollevando i tendaggi delle alcove, sicché il giornalismo investigativo si limita a annusare lenzuola prima che diventino materia processuale.

E c’è poco da stare allegri se il privato è politico, e dunque va tutelato e trattato con cura prudente come insostituibile componente della democrazia, solo quando a essere oltraggiato è un membro autorevole delle cerchie dell’oligarchia o comunque unte dall’olio divino della stampa ufficiale, e soprattutto se l’offesa è donna, abilitata a sfoggiare tutto il repertorio del vittimismo istituzionale anche quando la blanda critica viene mossa a scelte e comportamenti lesivi dell’interesse generale e ancora di più di quello di genere: misure che cancellano diritti e valori del lavoro, impoverimento dello stato sociale,  privatizzazioni dell’assistenza, contributo all’indebitamento delle famiglie anche grazie a infami salvataggi di banche criminali e degli altrettanto criminali dirigenti, condanna a morte dell’istruzione pubblica e massacro di una delle professioni strategiche per la qualità sociale del Paese.

Perché anche la privacy appartiene alla sfera dei privilegi meritati grazie alla fidelizzazione al pensiero unico  che non spetta ai cittadini invasi e pervasi da un controllo che investe ogni angolo, anche i più riposti, investigato a fini commerciali, tanto che i consigli per gli acquisti di pannolini arrivano in mail insieme agli auguri delle compagne di scuola della puerpera,  e, ultimamente, le offerte di esequie a prezzi scontati pervengono ai dolenti insieme ai messaggi di condoglianze, e tanto che attraverso la rintracciabilità di consumi, acquisti e di operazioni  bancarie siamo assediati da call center implacabili, come anche dall’agenzia delle entrate che pare chiudere invece un occhio, meglio tutti e due, su grandi evasioni, elusioni e riciclaggi. Perché, si sa,  l’uomo della strada non ha il diritto di accesso all’attrezzatura di garanzie a difesa  dei “personaggi” pubblici –  benché spetterebbe a loro un superiore obbligo di trasparenza, e nemmeno la tribuna e la visibilità di cui dispongono e che impiegano largamente per denunciare l’affronto, preferendo di solito i canali della comunicazione a quelli giudiziari.

E infatti a sporgere timidamente la testolina ben pettinata per esprimere cauta solidarietà, sono delle pari dell’onorevole Giulia Sarti perlopiù con superiore profilo istituzionale e maggiore autorevolezza riconosciuta dai media,  che invece a guardare le bacheche delle militanti e delle professioniste del femminismo addomesticato dal bon ton liberista, non c’è traccia della  sorellanza, mica se la merita quella grullina, spesa a profusione per mogli contrite di espliciti pervertiti, carnefici lacrimose, irriducibili figlie di bancari sbrigativi tolti dall’imbarazzo con espedienti opachi, igieniste dentali prestate al governo di importanti regioni, ragazzotte infilate in letti influenti con la fruttuosa intermediazione di altre donne, della mamma o spontaneamente e così via.

Stavolta no, tutte zitte, per via, è ovvio, dell’appartenenza della reietta alla maggioranza governativa imputata di aver mostrato alle scopritrici recenti dell’antifascismo, la vera natura del totalitarismo incarnato dal Ddl Pillon, che evidentemente non erano bastati loro il riformismo e il progressismo che avevano ricacciato in casa le lavoratrici, che le ha condannate a sostituire l’assistenza privatizzata due volte, con il sostegno alle cliniche e delegando la cura a mamme, sorelle, spose, figlie,  che ha retrocesso l’insegnamento a compiti formativi per futuri schiavi, retrocedendo l’incarico pedagogico alla sorveglianza sulle necessarie qualità richieste: ubbidienza e conformismo, dichiarando la famiglia depositaria degli obblighi un tempo dello Stato, e dei doveri che ne conseguono, sulla cui conservazione è chiamata a vigilare come una sacerdotessa la donna.

Non c’era da aspettarsi di meglio da un certo  femminismo in salsa liberale, incentrato sulle libertà formali, intento all’eliminazione delle diseguaglianze di genere, purché  con strumenti accessibili solo alle donne che appartengono all’élite, preoccupato di separare l’uguaglianza  e l’emancipazione dalla necessità di trasformare la società e le relazioni sociali nella loro totalità, e che ritiene secondario superare lo sfruttamento del lavoro, il saccheggio delle risorse naturali, il razzismo, la guerra e l’imperialismo.

E d’altra parte non c’era molto da sperare da chi per anni  ha mosso battaglie contro il puttaniere  utilizzatore finale di ragazze  con lo scopo essenziale di condannarne le incresciose abitudini sessuali, gli osceni commerci carnali, lasciando sapientemente in ombra l’intoccabile conflitto di interessi, la indole criminale, le amicizie con mafiosi più rischiose di quelle con le olgettine, le velleità golpiste ben interpretate dal bonapartismo arruffone del successore.

Ancora una volta si è interpretato al peggio il valore politico dei comportamenti personali, utilizzando i pregiudizi negativi e positivi per contribuire all’accreditamento o alla penalizzazione delle tifoserie che occupano gli spazi della politica, sputando sul web maleducato per riservare benevolenza ai media cui si riconosce un ruolo di garanzia e di credibilità anche quando corre dietro alla rete per imbastire ad arte scandali e scalpore. E così tocca, ed è giusto, difendere la reputazione di una sciocchina per il cui reato di imprevidenza e imprudenza non esiste disposizione del codice penale, per difendere i diritti di tutti, donne e uomini, a essere sconsiderati dentro le mura di casa, se sono riusciti a conservarsele.

 

 

 


Macron non aveva le prove: la Francia trascina nel ridicolo i bombardieri pseudo umanitari

692683_img650x420_img650x420_cropSembra incredibile, una storia di pessima fantapolitica da serie Tv della Fox, una canagliata senza uguali, ma è purtroppo la verità e per una volta quella ufficiale, rivelata potenzialmente a tutto il mondo, ma tenuta per quanto più possibile nascosta dall’informazione mainstream per preservare Macron dalla vergogna che lo dovrebbe ricoprire come una frana di fango: dopo che l’inqualificabile presidente francese aveva detto di avere le prove certe dell’ uso del gas in Siria e sulla base di queste informazioni aveva fatto decollare i mirage e buttato qualche missile contro il crudele Assad, accreditato una favola miserabile, si scopre che non era vero nulla. Come potete leggere qui il giorno dopo il bombardamento il governo di Parigi, per bocca del ministro degli esteri  Jean-Yves Le Drian e di quello della difesa  Florence Parly, ha dichiarato che le sue infallibili prove non erano altro che ” le foto e i video che sono apparsi spontaneamente su siti Web specializzati, sulla stampa e sui social media nelle ore e nei giorni successivi all’attacco”.  Ci si riferisce ovviamente al presunto attacco coi gas del 7 aprile  e il tutto viene condito da assurdità prive di senso e imbarazzanti come ad esempio il fatto che “La circolazione spontanea di queste immagini su tutti i social network conferma che non erano montaggi video o immagini riciclate”. 

Strano davvero che quando circolano spontaneamente notizie contrarie alle tesi di queste medesime canaglie esse si trasformino in fake news e non dimostrino invece la loro credibilità. Si può pensare a una giustificazione più cretina di questa? Ma si può soprattutto pensare un potere che considera così stupidi i suoi cittadini? E c’è di più perché il Ministero della difesa russo ieri ha detto di avere le prove che è stato il governo di sua Maestà britannica ad aver preparato la sceneggiata del gas nervino, tramite i famosi elmetti bianchi che sono del resto guidati da un ex spione inglese e pagati dalla pessima albione della May. La sensazione globale che se ne trae è che alcuni scalzacani europei in forte crisi di consenso assieme a parte dei servizi americani abbiano teso una trappola a Trump, notoriamente intenzionato a lasciare la Siria, il quale vista la sua vivacità intellettuale ci è cascato tutto intero e invece di smorzare le fiamme prima che divampassero, ha manovrato in maniera così sconsiderata da dover dare una risposta di forza, almeno in apparenza. Oddio 107 missili lanciati su edifici abbandonati o su basi militari deserte perché russi e siriani, avvisati per tempo dell’azione, le avevano sgombrate e i 71 missili abbattuti dai soli siriani dotati di armi di vecchia generazione prima che raggiungessero l’obiettivo, sono semmai una straordinaria dimostrazione di debolezza, oltre che di criminalità politica dal momento che l’attacco è stato portato 24 ore prima che il ministero della difesa russo diffondesse le prove della complicità britannica e che arrivassero i tecnici dell’Organizzazione per le armi chimiche a esaminare le prove con la certezza che avrebbero smontato.  Come del resto hanno fatto i video stessi che mostrano persone camminare tranquillamente vicini a edifici colpiti e fatti passare per fabbriche di gas nervino.

Ma non è questo il punto: quello centrale è che  questa palese violazione della legalità internazionale, questo mettersi sotto i piedi i reperti dell’Onu, che  passa attraverso le mille manipolazioni prodotte da un’informazione di servizio volta a suscitare ondate emotive prive di senso e a confondere la ragione, che nemmeno si fa mancare debunker prezzolati da governi e servizi, servono alla politica delle oligarchie per tenere in scacco quei cambiamenti di sistema che proprio queste orribili vicende rendono ormai imprescindibili. Se Macron si è precipitato in Siria sulla base del nulla come alla fine è stato costretto ad ammettere, per cercare di superare la gravissima crisi sociale in Francia spostando il baricentro dell’attenzione di qualche migliaio di chilometri, se la May tenta di creare in diversivi per impedire il proprio sprofondamento e la crescita dei laburisti di Corbyn che tanto spaventa l’economia dei ricchi, in Italia dove è scomparsa ogni traccia di politica estera e si lascia che siano i vicini e i “superiori” della Nato a dettare l’agenda anche quando va in collisione diretta con gli interessi specifici del Paese, questa mascalzonata siriana serve a lor signori sconfitti nelle urne, buoni a nulla e capaci di tutto, per spingere verso la necessità di un “governo responsabile” che consenta alla razza padrona di mantenere la guida del saccheggio dell’Italia. Proprio per questo è doppiamente importante segnalare la furfanteria con la quale è sta messa in piedi la commedia bellica siriana che alla fine dei conti serve più alle dinamiche interne che a cacciar via Assad: nulla di responsabile anche a voler credere a questa retorica rituale, può nascere dalla massima irresponsabilità possibile. Magari qualcuno pensa che la Siria sia troppo lontana per preoccuparsene, ma quei missili erano in realtà diretti contro di noi e al contrario di quanto accede in Medio Oriente l’unica difesa è la consapevolezza del gioco e delle sue regole.


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