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Le tre sconfitte di Siria

8840525Dalle latitudini boreali fino alla terra del fuoco l’informazione ufficiale tenta di convincerci che se il bombardamento siriano si basa su fatti tutti da provare come ormai persino i coscritti del mainstream sono costretti ad ammettere, esso è stato comunque una vittoria sia contro Assad, ma anche contro la Russia che si è in qualche modo piegata a questo assalto. E’ tipico di un sistema preso alla gola dalle proprie contraddizioni e per questo ormai in preda all’isteria, non riuscire a distinguere chiaramente tra vittoria e sconfitta e non parlo soltanto del potere, ma assieme delle opinioni pubbliche regolarmente stordite da gragnuole di bugie, e in gran parte allevate da quello stesso potere, dunque inclini a correggere inconsciamente le deformazioni sullo specchio della vita, per percepire come dritto ciò che è storto.

E in effetti altro che vittoria: l’attacco inconsulto e comunque ingiustificato, costituisce invece una gravissima sconfitta da ogni punto di vista dell’occidente e dell’impero che lo tiene sotto i calcagni, appare come le botte che l’orbo tira ormai a casaccio  per pura vendetta ogni volta che la sua prepotenza o i suoi disegni incontrano un ostacolo. Si è trattato innanzitutto di una grave sconfitta di strategia sul campo perché se analizziamo il bombardamento separandolo per un attimo dalla commedia del gas nervino, probabilmente allestita per altri scopi, possiamo chiaramente vedere come esso abbia origine dalla rabbia di aver visto andare in fumo i propri piani. Approfittando dell’offensiva che l’esercito siriano stava conducendo nella regione di Idlib, sguarnendo altre aree, gli Usa avevano cominciato ad ammassare tagliagole mercenari addestrati in Iraq nella base di Al Tanf con l’intenzione di trasferirli nel Guta (questa è la dizione esatta ) dove avrebbero dovuto collegarsi con i 30 mila jihadisti presenti nella regione e marciare su Damasco sfruttando la relativa scarsità di truppe visto che il grosso era a Nord. I servizi segreti russi, grazie a intercettazioni satellitari e agli informatori hanno capito la mossa, fermato l’offensiva su Idlib e rischierato le truppe nel Guta, intensificando l’offensiva aerea nella regione e rispedendo i mercenari  verso nord. Il piano Usa si è frantumato nelle mani degli ideatori lasciando nei comandi un desiderio di vendetta.

Ma si tratta pure di una clamorosa sconfitta sul piano tecnologico militare che probabilmente avrà pesanti conseguenze in futuro: Trump una volta convinto a preparare l’operazione di rappresaglia su pressione degli apparati di comando e trascinatovi comunque dalla farsa del gas attivamente realizzata dalla Gran Bretagna e dai suoi teatranti, si è lasciato andare e alle proteste della Russia che minacciava di intervenire direttamente e abbattere i missili lanciati contro la Siria, ha voluto fare lo sborone e ha detto “Preparati, Russia, perché arriveranno, belli, nuovi e intelligenti”. Ora sappiamo che dietro le quinte Washington si è premurata di far conoscere alla Russia fli obiettivi obiettivi dei missili di nuova generazione per evitare una risposta diretta. Ma il fatto è che il 70 per cento di questi missili belli nuovi e intelligenti sono stati abbattuti (come è dimostrato dai tracciati radar e satellitari)  dalle batterie siriane di S100  ed S200 ovvero razzi a guida radar più che antiquata, progettati e costruiti negli anni ’60 del secolo scorso, gli stessi peraltro che hanno danneggiato nell’ottobre 2017 un F35 israeliano notoriamente “invisibile”. Si tratta della confutazione più convincente del fatto che la superiorità militare occidentale esiste più che altro sulla carta, anche se i comandi americani con patetico spirito di menzogna sostengono che nessun missile è stato abbattuto perché se i loro concittadini sapessero di essere in reale pericolo molte cose  cambierebbero per questi topi nel formaggio.  Intanto però la Russia si è detta non più disposta ad aderire alle richieste occidentali di non vendere alla Siria e ad altri Paesi sistemi anti missile e antiaerei S300 molto più efficaci dei vecchi missili in possesso dei siriani, anche se largamente inferiori agli S400 comprati dalla Turchia e dell’India e dei molto più sofisticati S500 che stanno entrando in linea proprio in questi mesi.

Infine il palese inganno grazie al quale è stata giustificata questa insensata vendetta, il  mettere sotto i tacchi l’Onu, il disprezzo per qualsiasi forma di di diritto internazionale, l’uscirsene fuori con il fatto che le prove dell’uso dei gas deriverebbero dall’esame di filmati di you tube come ha fatto vergognosamente il governo francese “sacrificatosi” alla retroguardia di una menzogna, ha esaurito ogni residuo della credibilità occidentale: ormai tutti conoscono il modus operandi del gatto e della volpe ossia di Usa e Gran Bretagna, attrezzandosi per sterilizzare le quinte colonne piazzate all’interno dei vari Paesi sotto diverse forme, per rifiutare di aderire alle sanzioni e per riorganizzarsi militarmente. Difficile immaginare una sconfitta più completa, ma evidentemente è facile chiudere gli occhi di fronte a una realtà che non funziona più come una volta.

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Venezuela, perseverare è diabolico

1490896916189_1490896977.jpg--La notizia come avviene sempre più spesso è che manca la notizia: tutti i buoni giornaloni e le ottime televisioni democratiche che sbattevano il dittatore Maduro (con più di una tornata elettorale all’anno) in prima pagina, ora che ha stravinto le elezioni regionali, dopo aver vinto quelle per la costituente, hanno fatto sparire il Venezuela dall’orbe terraqueo o quanto meno dal piccolo e ingobile mondo della comunicazione occiendentale. Come conciliare una campagna quotidiana, ossessiva, pretestuosa e spesso clamorosamente bugiarda contro il chavismo che impedirebbe manu militari la libertà con  la dimostrazione palese che la maggioranza del popolo sta con Maduro e con il chiavismo? Di certo gli spacciatori di democrazia fasulla, di propaganda mediatica, di guerra economica, di accaparramento illegale di derrate alimentare e di medicinali in modo da simulare la massima penuria, di violenza prezzolata dagli sfruttatori locali oltre che da Washington, non sono di certo contenti del risultato elettorale e cercano di far passare sotto silenzio il tutto, di non farlo sapere alle future vittime dei loro spot spacciati per informazione. Purtroppo per loro non è andata bene come in Guatemala.

Ma il silenzio è in un certo senso dovuto perché è ferma intenzione della governance multinazionale,  non saprei come meglio definirla. perseverare diabolicamente con la guerriglia nelle strade e sui mezzi di comunicazione di massa visto che di idee nell’opposizione non ne compaiono, salvo due che purtroppo non possono essere chiaramente enunciate e rimangono nel sottofondo opaco e melmoso:  quella  di “regalare” il controllo del petrolio agli Usa e a una minoranza di ricca borghesia parassitaria annidata nei quartieri bene, scenario unico dove si svolgono le manifestazioni “democratiche” e abbattere tutte le faticosissime conquiste di questi anni per redistribuire il più possibile alla popolazione i proventi dell’oro nero, cosa che al neo liberismo suona come una bestemmia. In questa lotta ideologica non esiste alcun riguardo per la realtà e la verità tanto che l’eurodeputato Javier Couso Permuy, che fa parte della Delegazione Ue all’Assemblea parlamentare euro-latinoamericana, ha denunciato nei giorni scorsi l’esistenza di un documento preventivo dell’Unione europea per non riconoscere a priori il risultato delle elezioni venezuelane. Su quali basi non è dato sapere, anche perché la correttezza della tornata elettorale è stata promossa persino dagli osservatori dell’America latina, ma probabilmente in base a una nuova strategia paradossalmente contraria a quella adottata sul nostro continente, ossia l’istigazione alla separazione di alcuni di stati, in particolare i due più ricchi di petrolio, una macchinazione che ha già le sue truppe pagate, rifocillate e mediaticamente coperte che  potrebbe più facilmente portare anche un intervento diretto in nome del diritto all’autodeterminazione, favorito o negato a seconda dei casi, in quel kafkiano mondo alla rovescia del diritto neoliberista che coincide con la legge della giungla. Nel quale si pretende ad esempio la testa della dirigenza indipendentista catalana e si licenziano i giornalisti che ne hanno parlato: un vero paradiso della libertà.

In ogni caso le elezioni non porteranno a uno smantellamento delle sanzioni che secondo la Ue dovrebbero servire a favorire un dialogo tra governo e opposizione: un degradante pasticcio intellettuale, degno della suprema finezza di un Trump e per giunta  condito di menzogne perché in una democrazia questo confronto lo si fa con le elezioni e non lo si fa con chi non riconoscendole, almeno quando le perde, si pone in una situazione eversiva. Come dovrebbe ben sapere chi non a stento tollera una manifestazione di piazza, la demonizza come populismo e la reprime a suon di manganelli. Ma pazienza vedrete che Bruxelles in compenso non muoverà un dito  sull’assassinio a Malta di una blogger che aveva scoperto i legami del governo con pasticci petroliferi attuati tramite il regime azero, pappa e ciccia con l’occidente, lo stato di corruzione totale di questo membro dell’Ue, il coinvolgimento dell’esecutivo nei Panama Papers e in generale nella volontà di fare dell’isola un paradiso fiscale mediterraneo alla faccia del fiscal compact che i signori di Bruxelles vogliono imporrre ai poveracci. Ma per carità non parliamone, siamo democratici.

Francamente quando sento parlare dell’Europa, non come continente, come complesso di culture e di lingue che s’intrecciano, come crocevia di civiltà, ma come unione politico – elitaria che impone agli stati di uniformarsi al diritto privato, c’è da farsi venire i brividi. E non bastano certo il golfini sdruciti della retorica corrente a farli passare.


E adesso povero sorcio

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando penso agli italiani che ogni giorno si sentono minacciati nella loro identità e nella loro appartenenza a una civiltà con annesso stile di vita superiore, da etnie, abitudini e tradizioni incompatibili a loro dire con democrazia, libertà individuale, progresso, invece di prendersela con i loro carnefici, me li immagino come topini di laboratorio costretti a arrampicarsi su e giù per le scalette delle loro gabbie sempre meno dorate, pungolati nella loro dissennata corsa da rate, mutui, bollette e i mille capestri pensati per avvilirli, annientarne forza e indipendenza, ricattarli e impoverirli per farne sudditi annichiliti e animali spossati dal loro inutile affannarsi.

Adesso mi succede di vederne una nuova di cavia che si agita, corre su e giù, lancia squittii ormai inascoltati pensando siano ruggiti.  Perché non si tratta di un leone ferito e nemmeno di un cinghialone morente, è un sorcio che non ha conosciuto nobiltà nella vittoria e che mostra la sua miseria nella disfatta.

Non dirò povero Renzi nel vedere la sua ricerca di prove della sua esistenza, della possibilità, ormai remota, di resurrezione mentre insegue l’aborrito populismo, lancia risibili editti e scomuniche, invoca misure poliziesche, repressione e respingimento, o  cerca tribune e platee sempre meno influenti e sempre più ridotte, che, doveva saperlo, altri topi che aveva intorno hanno abbandonato da tempo la nave, fossero famigli per loro natura sleali, compagni di merende che ritengono di non aver mangiato abbastanza, affini e quindi come lui dediti a tradimento e abiura, celebrati censori a mezzo servizio e augusti giustizieri che si accorgono solo ora della trama oscura di misfatti nella quale agivano l’illustre babbo e l’acclamato amichetto del cuore.

Non dirò povero Renzi! di uno dei peggiori prodotti commerciali ridotto a esibirsi sugli scaffali dell’outlet della politica. Troppo dobbiamo imputargli: essere stato l’esecutore solerte di quella strategia che ha combinato debito pubblico sempre più ingente e impoverimento sempre più diffuso e devastante per esercitare un controllo sociale definitivo, con l’aiuto di misure e leggi speciali, il rafforzamento artificiale dell’esecutivo, lo smantellamento della rete dei controlli e l’esautoramento del parlamento, mentre diventavamo sempre più labili influenza e autorevolezza degli stadi intermedi, sindacati, stampa, organismi rappresentativi e partecipativi. A lui e alla sua cerchia di ministri si deve la poderosa ripresa in grande stile del sacco del territorio grazie al miserabile impegno investito nella difesa e protezione (dei 9 miliardi venduti ai giornali dallo sfrontato dittatorello due anni fa, sono stati trasferiti alle regioni solo 110 milioni), in virtù della priorità data sulla carta e non solo a megalomani progetti, già costosi nella fase di annuncio perché mettono in moto spese e  appetiti, perché promuovono alleanze scellerate tra imprese e amministratori creando le condizioni per corruzione e voto di scambio, mediante leggi che prevedono l’alienazione del bene comune attribuendo rilevanza alla rendita e alla proprietà privata. A lui dobbiamo la riforma  che ha mostrato inequivocabilmente  l’intento di cancellare  il lavoro per ripristinare le condizioni della schiavitù, con i suoi ricatti, l’intimidazione, la fine di valori legati a aspirazioni, talenti, vocazione e il volontariato obbligatorio  per  consolidare l’unico diritto sopravvissuto quello alla fatica, ma precaria, incerta, condizionata da racket e caporalato.  È stato lui il “demiurgo corrotto” che ha soffiato vita in banche intossicate, le stesse che mentre derubano i risparmiatori, riciclano indisturbate il “denaro sporco”, di cui droga, prostituzione, caporalato, traffico di esseri umani sono l’alimento, nell’intreccio velenoso di capitale finanziario e malavita.

Non dirò povero Renzi! Per carità. Se lo meritava di restare solo da quando, come avviene per i caratteri naturalmente distruttivi, ha messo in piedi la recita del guerriero solitario in lotta contro il male, del cavaliere senza paura che agisce per il bene rappresentato dal cambiamento e si attende il giusto riconoscimento tramite incoronazione referendaria, dell’avventuriero che sfida regole e leggi per far trionfare il suo progetto.

E mai vorrei cadere nella trappola di quei fini osservatori del costume nazionale già molto attivi, che a ogni caduta di despota, quando la testa rotola giù dal busto marmoreo ne approfitta non per denunciarne le colpe, ma per metterci sul lettino dello psicoanalista esprimendo schizzinosa deplorazione per la plebe ingrata, per il popolo incline per natura a omaggiare il potente e denigrarne la figura postuma, per la massa infida e la sua indole a servilismo e conformismo, che le stesse alate penne hanno alimentato e consolidato, contribuendo a creare l’icona positiva del vincente che si batte contro velleità e critiche di frustrati, parrucconi, disfattisti. È che bisogna guardarsi da chi trasforma le responsabilità del potere in colpe collettive, in chi manovra la livella in modo che criminali e vittime si mescolino, corruttori e comprati, imbonitori e creduloni accomunati dagli stessi vizi che una angusta antropologia attribuisce alla nostra identità nazionale.

Su un sentimento provo una lontana affinità con Renzi e i suoi: se ci hanno odiato tanto, è legittimo che lo stesso odio lo riserviamo a loro.

 


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