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L’Europa rimasta col cerino in mano

fiammifero-1Fra i due litiganti il terzo non gode, ma crepa. L’incontro fra Putin e Trump che tanto allarme aveva suscitato fra l’establishment globalista per il quale paradossalmente qualsiasi allentamento delle tensioni e dello stato di conflitto è una iattura, ha partorito un topolino o meglio una pantegana, un ratto di fogna. Perché a Trump è stato possibile un relativo avvicinamento a Putin che non suonasse come un tradimento solo dando piena soddisfazione alla lobby sionista interna e dunque facendo capire al leader russo che tutto è possibile purché non si aiuti l’Iran, si partecipi con diligenza al suo isolamento e si dia perciò una spinta decisiva a un cambio di regime a favore dei filoamericani locali, riccamente foraggiati ormai da 40 anni sia pure senza troppo successo. Ora è evidente che Teheran non è una posta così importante per Washington da condizionare tutto il gioco planetario e lo dimostra chiaramente il trattato sull’armamento nucleare siglato in pompa magna per poi venire sconfessato: è  sì al centro di un’ area nevralgica, possiede le più grandi riserve di idrocarburi dopo la Russia, è il Paese di rifermento degli Sciiti, ma chiaramente il peso globale è limitato alla regione del golfo. Tuttavia è di vitale importanza per Trump che nella sua lotta contro il deep state si appoggia ai gruppi di pressione sionista, è vitale per Israele e per il suo progetto di Medio Oriente e lo anche per la nuova governance saudita allevata interamente negli Usa e priva di qualsiasi retroterra culturale originale che vede in Teheran uno scoglio insuperabile per la propria egemonia regionale.

Così uno scambio è stato inevitabile. Ma non è soltanto Teheran a fare le spese di tutto questo, perché anche l’Europa ha avuto il suo come ricompensa per aver sempre e da sempre appoggiato ogni mossa degli Usa, anche la più canagliesca cosi da determinare la situazione attuale: la frase di Trump, “l’Unione europea è nemica degli Stati Uniti” non si riferisce solo al 150 miliardi di deficit commerciale di Washington o ai prossimi dazi che nella peggiore delle ipotesi colpiranno i profitti dei grandi ricchi, ma soprattutto al timore che il vecchio continente coltivi in proprio relazioni con la Russia e con la Cina, capaci di spostare ulteriormente il piatto della bilancia del potere mondiale. Gli accenni al North stream che interessa direttamente la Germania, alla via della seta cinese, alla circostanza che molti non rispettano integralmente le sanzioni imposte da Washington fanno intendere fin troppo bene che in realtà Trump non parli propriamente dell’Ue, perfettamente controllabile tramite il lobbismo delle multinazionali e con dirigenti completamente burattinati e dunque di sicuro affidamento, ma dei singoli Paesi che esprimono propri interessi e che spesso sono in rotta di collisione con gli Usa. A questo proposito va detto che l’idea di collegare fra di loro le nazioni del vecchio continente per dar loro più forza e maggiore peso è completamente naufragato, che mai l’Europa e i suoi singoli componenti hanno contato meno di oggi in termini mondiali.

La cosa grottesca è che fin dal tempo delle guerre iugoslave, una governance completamente accecata e non in grado di agire in autonomia dopo la stagione della guerra fredda ha messo in moto un perverso meccanismo grazie al quale oggi l’Europa vive con la Russia, ovvero col suo naturale retroterra di risorse, una situazione conflittuale più acuta di quella che si va instaurando tra Mosca e Washington: è rimasta insomma col cerino in mano dovendo ubbidire alle sanzioni, ma senza ricevere nulla in cambio, se non bastonate. L’immagine di Juncker giunto traballante e completamente ubriaco al vertice Nato della scorsa settimana, vale come allegoria di una situazione ormai impossibile.

Naturalmente non sappiamo se questi risultati del vertice di Helsinki sia stato solo un pour parler, una sorta di atto simbolico o avrà qualche effettiva ripercussione in futuro, soprattutto nella formazione di un ordine mondiale definito con cui Trump vorrebbe sostituire il caos creativo dei suoi predecessori: di certo Putin sa che abbandonare l’Iran sarebbe come regalarlo definitivamente all’influenza e all’economia cinese, quindi agirà con prudenza per non trovarsi a dover subire l’iniziativa altrui. Noi europei invece ubbidiremo: niente affari con l’Iran, pochi con la Russia e meno di prima con gli Usa. Forse tra i litiganti il terzo non è solo l’Iran.


Un amerikano a Bruxelles

Meeting of NATO Heads of State and Government in BrusselsDio ci conservi Trump, l’amerikano. Ancora una volta al vertice Nato il palazzinaro ha dato di matto e ha chiesto ai membri dell’alleanza di alzare il budget delle spese militari non fino al 2% del pil, che già incontrava grave scontento e forti resistenze, ma addirittura al 4%. In più ha fatto chiaramente capire, soprattutto alla Germania, che gli europei devono smetterla di comprare gas e petrolio russo e acquistare invece quello americano che tra estrazioni da fracking, trasporto e infrastrutture costerebbe il doppio. Solo a lui è concesso se del caso aprire alla Russia e a Putin, cosa che peraltro potrebbe accadere fra qualche giorno.

Trump ha recitato alla perfezione il ruolo dell’idiota americano rimasto al dopoguerra che pensa agli europei come parassiti dell’ombrello difensivo Usa e dunque impone loro di partecipare allo sforzo comune per la maggior gloria della Casa Bianca e contro un nemico inventato di sana pianta con l’affare ucraino per ragioni di pur imperialismo. In più pensa di usare questa specie di ricatto per ottenerne un enorme vantaggio economico. In fondo è ciò che è sempre avvenuto da 60 anni a questa parte, ma che non è mai stato detto apertamente. Molti analisti pensano che in realtà Trump e il suo staff non la pensino davvero così, che il presidente abbia fatto una memorabile sceneggiata in vista delle elezioni di medio termine, ma personalmente credo che in realtà l’inquilino della Casa Bianca incarni l’america profonda, ma senza gli infingimenti che ne nascondevano lo “spirito”.  Altri commentatori  meno banali nutrono l’illusione che con l’America First Trump voglia contestare la dottrina del Pentagono secondo cui il mondo è ormai diviso in due, da un lato gli Stati sviluppati e stabili, dall’altro gli Stati non ancora integrati nella globalizzazione imperiale dove la missione delle forze armate Usa è distruggere le strutture statali e sociali delle regioni non integrate.

Anche in questo caso temo che si tratti  di pure illusioni perché se Trump la pensa come i suoi elettori, dispone però di un punto di osservazione nel quale comincia a vedere che il suo progetto è assolutamente irrealizzabile rimanendo sul terreno del neoliberismo, visto che il mantenimento della posizione imperiale è una condizione sine qua non per il trasferimento dei capitali transnazionali nell’economia statunitense e che il progetto di riportare il lavoro in Usa , attraverso il ritiro dai trattati commerciali o commercial -politici è completamente insensato visti i costi stratosferici che hanno i servizi di base in Usa dopo 45 anni di dominio del capitalismo finanziario, nonché il livello assurdo di indebitamento privato: a questo punto il lavoro che non solleva dalla povertà anche quando non sia precario o effimero, è una realtà ineludibile e un ritorno alla produzione con salari da fame finirebbe persino per peggiorare la situazione. Solo con una sorta di neo socialismo keynesiano che torni a una massiccia redistribuzione degli utili si può pensare di attuare un progetto del genere, ma questo non è nemmeno pensabile da uno come Trump. Certo può fare le sparate, capelli al vento, appoggiandosi alle grottesche contraddizioni idei partner europei che da una parte hanno voluto essere protagonisti nell’avventura ucraina e nella successiva, delirante demonizzazione sanzionatoria della Russia, chiedendo però di poter fare affari con Mosca quasi intendessero lo scontro come una sorta di commedia a favore del pubblico. In realtà però si trova in un vicolo cieco il cui risultato finale potrebbe essere l’alienazione dell’Europa  intendendo con essa i suoi Paesi e non certo le oligarchie di Bruxelles, e con essa anche un retroterra vitale per l’esistenza stessa degli Usa.

Nell’insieme Trump sta cercando di tenere insieme i cocci di un sogno americano, ma anche di un’idea di democrazia e di libertà che esiste solo nei telefilm: l’oligarchia Usa è ormai padrona della scena e del retroscena, il Paese è di fatto in mano alle multinazionali e ai ricchi che sono  immuni dalle leggi e anzi le fanno attraverso le lobby, attraversato da una violenza nichilistica e dalle droghe, afflitto dall’elefantiasi dell’apparato militare, dipendente dall’imperialismo, afflitto da una gigantesca sotto occupazione, privo di una reale dialettica politica e dotato di strumenti puramente formali di partecipazione: basti pensare  che solo 40 seggi sui 435 della Camera dei Rappresentanti derivano da una vera e propria competizione elettorale: il resto è di fatto assegnato grazie a un accorto disegno delle circoscrizioni che in un paese assai meno complicato di quelli europei, è un gioco da ragazzi. Insomma Mr Smith scappa da Washington e Trump si agita dando l’impressione di voler colpire la globalizzazione di cui ha bisogno, simulando un ira che non può permettersi, cercando di smorzare l’imperialismo facendo l’imperialista al quadrato: chi meglio di lui può rappresentare il declino di un sistema?


Il guappo dà spettacolo per il Sì e il Ttip

3b51f50671ac9f9b6ee53237b4ba2430-0024-k5ge-u43220957314444syd-593x443corriere-web-sezioniViviamo nel Paese di Matteo delle meraviglie, nel quale il popolo è diventato Alice e si accompagna al cappellaio matto. Di certo non vi è più alcun collegamento con la realtà, né politica, né economica, né razionale: a leggere, guardare e sentire i media italiani sembra che il guappo di Rignano  abbia scatenato una furia epocale al vertice europeo di Bratislava mettendosi in rotta di collisione con i suoi tutori che gli vorrebbero dare solo dei contentini. Certo è difficile estrapolare da un vocabolario che è rimasto infantile e da boy scout qualcosa di concreto, però possiamo immaginare la scena: ma come vi ho servito un referendum che manda a hahare la Hostituzione e impedirà per sempre qualsiasi forma di legittima difesa dagli strapoteri europei e finanziari e voi ve la volete cavare con qualche mancia come se non sapeste che mi sono occupato personalmente di distruggere il lavoro e l’economia. Ci vogliono aiuti massicci, mi ci vuole qualcosa da portare a casa per avere una speranza di vincere il referendum. E’ anche nel vostro interesse, hoglioni.”

Ma di tutto questo non vi è alcuna traccia nei media europei, solo qualche accenno di sfuggita su Le Monde et pour cause. Innanzitutto il vertice era dedicato a ricucire lo strappo con Paesi dell’Est sul problema dei migranti, dunque la questua di Renzi era del tutto fuori contesto e non interessava a nessuno, men che meno a Merkel e Hollande che il giorno prima avevano avuto un vertice a due e non si sono sognati di invitare Renzi alla conferenza stampa che il prode Matteo ha sostenuto di aver disertato non essendo “soddisfatto delle conclusioni su crescita e immigrazione”. Come è perché è chiedere troppo alle facoltà del premier, ma ci ha pensato subito Juncker a conciarlo per le feste: “Non sono il portavoce di Renzi, ma credo che sull’essenziale appoggi il discorso che ho fatto al Parlamento europeo sullo stato dell’Unione. Era molto positivo quando si è espresso sugli elementi principali di quel discorso. Era completamente a favore”. Quindi non c’è alcun dubbio che la ribellione di Matteo è puramente strumentale, ad uso interno per spalmare un po’ delle sue colpe e apparire come un difensore del popolo da nemico qual è  in vista del referendum costituzionale. Anzi è una ribellione inventata di sana pianta facendo supporre un protagonismo che nessuno gli attribuisce nemmeno lontanamente: la sua partecipazione alle decisioni è solo fotografica, quando appare in mezzo a chi conta per lo scatto ricordo.

Però come dice un proverbio macedone, l’asino bugiardo raglia di giorno, ma scalcia di notte. E così alle sceneggiate apparenti mese a punto con gli amici dei media, al riparo delle telecamere Renzi si rivela ciò che è davvero, ovvero l’incarnazione del proverbio  balcanico: 24 ore prima del teatrino di Bratislava, di cui molti, tranne i clientes della stampa a seguito, nemmeno si sono accorti, Renzi ha partecipato all’atto di rinascita del Ttip, troppo presto dato per morto, facendo firmare a Padoan un documento in cui si chiede la ripresa delle trattative sul trattato transatlantico. In compagnia dei rappresentanti delle vecchie colonie Usa, ovvero Gran Bretagna e Irlanda, delle nuove, Finlandia, Repubblica ceca, Estonia, Lettonia, Lituania e dei poveri marmittoni di Italia, Spagna, Portogallo. Tutto si tiene nella fattoria degli animali: Ttip e referendum, autoritarismo incontinente ogni giorno più evidente come nel caso dell’operaio ucciso a Piacenza e servilismo senza limiti. Un insieme malamente  nascosto da penose e patetiche sceneggiate da miles gloriosus. Sarebbe arduo dire che animale è: ma di certo la sua presenza si sente dall’odore.


Aspettando l’armageddon

armageddonDevo chiedere scusa ai lettori di questo blog se sento la necessità sempre più forte di parlare dei fondamentali smarriti, anche trattando delle tristi cronache siano esse politiche o giudiziarie, dando l’impressione di una certa astrattezza. Ma non voglio rimanere impigliato nel chiasso, nel rumore di fondo, nei twitter dei neo politici realissimi quanto a potere, virtuali quanto alle azioni e inesistenti quanto alle idee, insomma nella strategia della disinformazione e dell’inganno, dei silenzi e delle chiacchiere che appunto servono a far guardare da un’altra parte, a non far capire la direzione nella quale si sta andando.

La situazione in cui stiamo entrando somiglia molto a quella scena del Giro del mondo in 80 giorni in cui Phileas Fogg, esaurito il carbone cannibalizza la nave in legno per tenere le caldaie in pressione e continuare la navigazione. Solo che manca l’ happy end perché ciò che viene bruciato in questo caso sono le tutele delle persone, dell’ambiente, del lavoro, del salario dignitoso e della stessa democrazia per “ridurre i costi delle imprese”: una via senza uscita perché ad ogni riduzione di costi così ottenuta corrisponde a una diminuzione della domanda aggregata e la nave fa un gran fracasso, ma arretra invece di andare avanti . E’ fin troppo evidente che le tesi e le pratiche neo liberiste stanno spiaggiandosi di fronte alla realtà: la visione medioevale e oligarchica della società che è stata tradotta e ingannevolmente divulgata sotto forma di tesi economiche sta lentamente gettando la maschera di fronte alle continue smentite che le vengono dalla vita reale e dunque tende sempre di più a mostrarsi per ciò che è, un modello politico reazionario, reso ancor più necessario agli occhi dei potenti sia dalle nuove situazioni geopolitiche, sia dall’armageddon che attende al varco il capitalismo finanziario e che potrebbe sovvertire le narrazioni e le oligarchie imposte con tanto successo. Così accade che alcune stimate ( è ironico, s’intende) organizzazioni internazionali come l’Fmi, siano entrate in una apparente crisi schizofrenica, imponendo ricette che i loro stessi staff economici considerano errate.

Su questo il vertice del G20 australiano è stato fin troppo esplicito e fin troppo coperto da una coltre di silenzio da parte dei media. Il premier inglese Cameron non ha nascosto di temere una nuova e ancora più dura crisi generalizzata e per tutta risposta ha detto di voler “rottamare la burocrazia” ( le parole d’ordine sono sempre le stesse) che nella espressione inglese significa nuove deregolamentazioni, ulteriori tagli al welfare e diminuzione della spesa pubblica, dimostrando come le elite politiche occidentali non siano più in grado di elaborare idee e si limitano per carenza intellettuale e per subalternità a ripetere gli errori, a ripercorrere sempre la stessa strada nonostante esse abbiano portato al disastro. Così in vista dell’ostacolo invece di rallentare e sterzare, premono sull’acceleratore.

Una dimostrazione viene dall’affanno e dalla segretezza con cui le elite europee stanno cercando di far passare il Trattato Transatlantico che viene presentato come un’ancora di salvezza, mentre il documento economico in assoluto più ottimista, quello del Cepr (Centre for Economic policy reserach) , parla di vantaggi  tanto straordinari da tradursi in un aumento dello 0,43% del Pil nel corso di 13 anni e questo senza nemmeno affrontare il discorso degli svantaggi destinati a colpire le piccole produzioni europee e in particolare quelle italiane. Significa svendersi non per un piatto di lenticchie, ma per una lenticchia sola e per di più anche cruda con il pericolo di strozzarsi. Ma si deve premere sull’acceleratore per un trattato che in realtà serve alle multinazionali finanziarie e di ogni altro tipo per sovrapporsi alle legislazioni nazionali e alle Costituzioni per completare l’opera di smantellamento dello stato sociale e della cittadinanza democratica già iniziata dalla politica complice. Per difendersi dalle reazioni sociali nella fortezza del fatto compiuto. E che sia così lo dimostra lo stesso Cameron che si è rifiutato di consegnare al governo scozzese quando quest’ultimo ha chiesto “garanzie inequivocabili” sul fatto che il servizio sanitario non sarebbe stato travolto e distrutto dal Ttip. Giusto silenzio, visto che il mandato negoziale della Ue non contempla alcuna sottrazione dei servizi pubblici alle logiche privatistiche del trattato

Certo bisogna fare abbastanza in fretta perché l’atmosfera di attesa del peggio ha pervaso tutto il vertice di Brisbane, il quale è iniziato con i dati sotto la cattiva stella dei dati di settembre che parlano di un debito globale salito al  212% del pil mondiale mentre nel 2008 era del 178%, di una zona euro è di nuovo in profondissima crisi, di una locomotiva cinese, che sembra nelle stesse condizioni in cui erano gli Usa nel 2007 con un aumento dei prestiti bancari del 40% in sei anni, ma con una diminuzione del 60% della capacità di far loro fronte. Ciò nonostante tutta la comunicazione ufficiale del summit è stata vacua ed edulcorata: che il pubblico non sappia. E che creda nelle meravigliose capacità di autoregolazione del mercato che è poi il comandamento base del catechismo liberista. Il nucleo della sua santa messa.

Così possiamo davvero meravigliarci del fatto che un’azienda assassina, che continua ad assassinare, alla fine in un modo o nell’altro risulti colpevole, ma non punibile, mentre i pinocchietti dei partiti, già in campagna elettorale, annunciano (sempre dopo, naturalmente) una modifica del regime di prescrizioni in attesa che il clamore si dissolva e gli annunci vadano a farsi benedire? E’ davvero strano che il premier voglia depenalizzare ancor di più l’evasione e le false fatturazioni? O che voglia vendere come provvedimento per il lavoro qualcosa che umilia il lavoro? Tutto questo è perfettamente coerente con le politiche messe in atto nell’ultimo decennio con o senza i diktat della troika, è in linea con la lieta novella del trattato transatlantico che ribalta il contratto sociale facendolo diventare privato, è in armonia con la società della diseguaglianza.


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