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Coscienze sporche, per fortuna che c’è Trump

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma che arcaico, ma che misoneista, ma che incivile, ma che retrogrado, ma che selvaggio quel Trump che minaccia di ergere muri per  ostacolare la libera circolazione dell’acqua Perrier e della San Pellegrino, peraltro svizzera, molto amate da sofisticati gourmet di Filadelfia, contro la Vespa che ha popolato l’immaginario delle wasp in partenza per delle vacanze romane, e prossimamente contro le orecchiette di Puglia, le olive di Gaeta,  i pistacchi di Bronte, i ciliegini di Pachino, imbanditi sulle tavole di Manhattan grazie al generoso e ingegnoso spendersi del mecenate di Eataly, oggi penalizzato là dalla distopia del presidente Usa e qua dall’eclissi del suo protettore che minaccia l’impero di norcino regale.

Sono certamente innominabili i moventi che hanno spinto Trump a questa decisione. L’uomo si sa è troppo trucido per schierarsi in favore delle produzioni Km zero, per tutelare i doc, i dop, i stg, gli igp che stanno tanto a cuore all’Europa, ai buongustai nostrani tirati su a suon di Masterchef, ai numi tutelari della nostra biodiversità che hanno chiuso un occhio sulla conversione della Campania Felix nella discarica avvelenata della Terra dei Fuochi, agli amministratori che si sono prestati alla cementificazione e alla svendita di interi territori agricoli e pure a quelli che hanno concesso l’ospitalità in piazze e vie prestigiose alle catene degli hamburger, ai governanti che hanno protetto, favorito, coperto svariate operazioni di festosa cessione di aziende pubbliche e beni comuni, aerei, latterie, acque, autostrade, coste, palazzi, marchi storici, brevetti.

Per fortuna che c’è lui a interpretare la parte del cattivo, la parte del promoter di ingiuste carognate, di operoso muratore che tira su barriere contro gli straccioni, permettendoci di tacere, non vedere, non sentire e far finta di non sapere quello che succede a casa nostra, dove l’Austria sguinzaglia armigeri per setacciare i treni che arrivano dall’Italia, per favorire controlli e retate di immigrati, dove a Ventimiglia si criminalizza e punisce la solidarietà militante esercitata da   volontari francesi e italiani che distribuiscono cibi e bevande ai profughi accampati da mesi dentro e fuori la città, dove la commissione territoriale  per le richieste di asilo di Padova ha l’uso di disporre il 78 per cento di dinieghi alle domande e quando sono presenti esponenti della Lega, il 90 per cento, dove amministratori e governatori, Zaia per l’appunto, reclamano leggi speciali sul modello francese, per contrastare il rischio che tra le file degli immigrati si celino pericolosi terroristi.

E dove pare ormai unanime il consenso per il decisionismo del ministro di ferro e per i suoi decreti, che piacciono in forma bipartisan in Italia e ben si addicono all’indole rivelata della fortezza europea. Reca l’anodino titolo di «Accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, e per il contrasto dell’immigrazione illegale», il decreto firmato congiuntamente da Minniti e dal candidato che vuole restituire il volto umano al Pd, Orlando, e che ipotizza una giustizia parallela ma disuguale ad uso degli stranieri, sancendo l’adozione  nel nostro ordinamento di norme grazie alle quali agli extracomunitari è “dedicato” un percorso giudiziario speciale, giustificato come al solito dalle condizioni di emergenza e dalla opportunità di introdurre le necessarie  e desiderabili semplificazioni all’iter previsto dai trattati di protezione internazionale, in deroga alle garanzie processuali delle quali godono i cittadini italiani.

Così non viene previsto l’appello per il richiedente asilo che ha ricevuto un rifiuto alla domanda di protezione: l’impugnazione dei pronunciamenti delle Commissioni territoriali è limitata al primo grado e  la sua portata è limitata visto che in assenza del contraddittorio  il richiedente asilo perde la prerogativa della “difesa”, un diritto che abbiamo tutti, noi,  in tutti i casi, in presenza, di reati gravi, contenziosi lievi, furti o assassinii. Loro, invece, no.

Non so come non si voglia comprendere che questo atto di ossequio agli imperativi immorali dell’Europa, alla sua ideologia del rifiuto e alla sua ottusa indole all’arroccamento intorno alla parvenza ormai obsoleta di cancellerie forti e indipendenti, suoni beffardo, estemporaneo,  contrastante  con il ruolo che ci è stato assegnato come un destino antropologico, quello di diventare un grande lager a cielo aperto, con una popolazione divisa tra kapò ubbidienti all’impero e straccioni di vari livelli e gerarchie, indigeni cui viene fatta balenare una pelosa superiorità caritatevole e stranieri, ridotti a vite nude, espropriate di tutto, che nessuno vuole e è disposto a tollerare.

Che poi anche quel diritto alla difesa, prerogativa dei nativi, è soggetto a profonde disuguaglianza, come dimostra la sempiterna attualità della differenza tra chi ruba la famosa mela al supermercato e i Riva, gli imprenditori delle cordate del cemento, gli industriali che hanno prodotto silicosi, cancro, veleni e disoccupazione, i banchieri criminali e i loro protettori.


I piazzisti del cattivismo

capanamurAnna Lombroso per il Simplicissimus

Tensioni e conflitti si risolvono «con il dialogo» e «il rispetto delle identità». Respingere i migranti è «guerra, significa uccidere». Così Papa Francesco, ricordando che respingere chi lascia la propria terra via mare in cerca di una vita dignitosa è un atto criminoso: «Questo si chiama violenza»,

“Piazzisti da quattro soldi che pur di prendere voti, di raccattare voti, dicono cose straordinariamente insulse!”. Il segretario generale della Cei (Conferenza episcopale italiana), Nunzio Galantino,  definisce così i leader politici che in questi giorni hanno affermato la necessità di più efficaci  restrizioni all’ingresso in Italia di nuovi immigrati e profughi.

Inveterati baciapile, democristiani di ritorno ben collocati sotto l’ombrello ospitale del Pd, neofascisti e arcaici fascistelli folgorati da aneliti di autonomia ideologica hanno criticato l’ingerenza della chiesa sul tema dei profughi, come se fosse una sorpresa riservata da un papa popolare quanto anticonformista, come se fosse una novità rispetto a secoli di invadenza e condizionamenti esercitati imponendo una morale confessionale e di parte promossa ad etica pubblica, grazie al sostegno di poteri feudali, ceti dirigenti, classi politiche.

Personalmente i moniti papali non mi colpiscono. Perché non sono cattolica, perché sono agnostica, perché sono laica, perché sono una cittadina che paga le tasse e pretendo che le soluzioni a quella che insieme alla pioggia, alla corruzione, alla disoccupazione, viene definita – e sappiamo perché – l’emergenza immigrazione, debbano essere politiche, democratiche, pubbliche e statali, mentre come succede in tutti questi casi sono delegate a poteri “occulti”, a organismi opachi, a speculatori e a profittatori particolarmente infami.

Mentre invece sono ragionevolmente rivolti a chi fa dell’appartenenza  alla comunità dei fedeli un certificato di garanzia del rispetto delle convenzioni, una patente di probità irrinunciabile in campagne elettorali perenni, un marchio di “conformismo” necessario a assicurare l’adesione ai dogmi della normalità per chi teme l’impopolarità di inclinazioni e comportamenti irrituali, una manifesta dichiarazione di accettazione di una morale comune, espressa palesando virtù pubbliche e celando vizi privati, o, peggio ancora, convertendo  trasgressioni, costumi e pratiche eterodosse quando non illecite e illegali, in innocenti evasioni, in cene eleganti, in inevitabili cedimenti a pragmatiche necessità politiche, economiche, mondane, tutti peccati che si possono lavare  partecipando a una messa domenicale, facendosi immortalare con la famiglia regolare quindi sacra, presenziando a eventi che quella famiglia la celebrano, dichiarando fuori legge e fuori dalla norma qualsiasi altro vincolo sia pure basato su amore,  sostegno reciproco , affetto, intesa su progetti comuni. Sono gli stessi che preferiscono la visibilità alla reputazione, la beneficenza alla solidarietà, l’ora di religione a quella di educazione civica, e quindi, per estensione, le scuole private all’istruzione pubblica, le cliniche agli ospedali, le onlus e qualche cooperativa particolarmente profittevole all’impegno dello stato e delle sue istituzioni per garantire il rispetto della Costituzione e dei suoi principi per tutti, italiani o ospiti sul nostro suolo.

E sono sempre loro che presenti in parlamento e al governo in passato e contigui oggi, hanno potuto suscitare in una collettività che soffre di un diffuso senso di perdita: di beni, di sicurezza, di garanzie, di diritti, di lavoro, di prospettive, un rancore, una diffidenza, una paura fino all’odio nei confronti dell’oggetto più facile e riconoscibile, lo straniero, il diverso. Sono quelli che hanno operato una poderosa distrazione generalizzata dalle ragioni e dai responsabili interni del nostro malessere dirottandolo verso la minaccia esterna, il pericolo che viene da fuori e usurpa, sottrae, ruba, viola leggi e usanze, allenandoci alla tolleranza dei loro furti, dei loro delitti, delle loro incompetenze, delle loro bugie, ma esortandoci all’intolleranza di chi ha un altro colore, parla altre lingue, mangia altri cibi, venera altri dei.

E sono quelli i generali di una guerra con le sue fosse comuni nel Mediterraneo, con la sua tortuosa semantica puntigliosa che dovrebbe farci distinguere  tra rifugiati, profughi, immigrati, clandestini, irregolari come se non fossero tutti disperati che fuggono da missioni esportatrici di democrazia, da spedizioni punitive a scopo commerciale, da antiche e nuove lotte intestine armate con i nostri fucili, da povertà suscitate da razzie, saccheggi, predazioni di ricchezze,  risorse, territori condotti in nome e per conto della nostra civiltà. Come se fossero state scritte delle gerarchie della disperazione: al primo posto chi fugge dalla guerra, poi dalle catastrofi naturali, poi dalla fame e dalla sete, infine dalla mancanza di futuro e come se tutte queste orrende, tremende cause non ci avessero mai riguardato e non potessero mai più riguardarci. Come se respingendoli, confinandoli, accatastandoli a Calais, a Ventimiglia, mettendogli davanti il lungo muro d’odio dell’Ungheria o rendendoli visibili, e quindi oggetto di ostilità sempre più  diffusa, sulle nostre panchine, nelle nostre stazioni, nei nostri giardinetti, persuadessimo loro e tanti altri che è meglio restare sulla propria terra, non esporsi alla nostra “legittima” inimicizia. Come se la scelta europea, facciamone naufragare qualcuno così gli altri desistono, non somigliasse alla lezione impartita ai greci per dissuadere altre ribellioni, altri referendum, altri sussulti di democrazia. Come se la soluzione politica non fosse che stabilire una volta per tutte il nuovo dogma, che nessuno li vuole, che nessuno se li deve prendere in carico, che non hanno diritti umani né là da dove vengono né ovunque vadano, che sono comunque oggetto di rifiuto, quandi rifiuti, sopportabili se affondano, se stanno nascosti a cucire pantaloni, a fare la raccolta della frutta sotto il sole cocente, a arrampicarsi sulle impalcature senza protezione, inammissibili se si vedono, se ci sfiorano, se pretendono per il solo fatto di essere rimasti in vita dopo odissee e naufragi.

Mai avrei pensato di essere annoverata tra i “buonisti” insieme a un papa. E mai avrei pensato che i cattivisti riuscissero dopo un secolo troppo lungo segnato da due guerre mondiali e dalle più cruente manifestazioni di violenza, discriminazione, a legittimare il razzismo come pragmatica esigenza di soluzioni, magari finali, come doverosa difesa di interessi nazionali, come strumento indispensabile  di classificazione doverosa e ragionevole graduatoria di bisogni, diritti, prerogative da erogare preliminarmente se non unicamente ai nativi. O che fosse così facile alimentare la grande menzogna. Sono troppi: la Lombardia ospita nei centri di accoglienza (o in altre strutture temporanee) 60 profughi ogni 100 mila abitanti, il Veneto 50, la Liguria 80, la Valle d’Aosta 50. Mentre  la Sicilia, prima in valore assoluto, ha nei centri di accoglienza 270 profughi ogni 100 mila abitanti, la Calabria 240, il Lazio 140. Si piazzano qui da noi e ci sottraggono beni e servizi: l’Italia è più facilmente raggiungibile, ma è evidente perfino a Salvini che le destinazioni desiderate sono altre e il nostro Paese è un passaggio sempre meno gradito. Arrivano qui e ammazzano, rubano, si mettono al servizio della malavita: è l’Italia che affronta il pro­blema consegnadoli a mala­vita, mafia e mal­go­verno, gli stru­menti tra­di­zio­nali di gestione di tutte le emer­genze vere o inven­tate: Expò, Mose, rifiuti, ter­re­moti, allu­vioni, ele­zioni, sanità, lavoro nero, in questo caso con il “valore” aggiunto di    sfrut­ta­mento, umi­lia­zione e degrado di chi arriva e di malcontento, ribellione, richiesta di poteri forti e repressione  nelle popolazioni locali.

Il fatto è che le soluzioni, difficili, ardue, impervie, ci sarebbero. Ma come si diceva una volta, manca la volontà politica, anche per via della rinuncia, interpretata come necessaria, a immaginare modelli di vita, civiltà e cittadinanza “altri” da quelli degradati che ci vengono imposti come inevitabili e doverosi: corridoi umanitari, finanziamento degli interventi di ricerca e soccorso lungo le coste europee ma anche in mare aperto come faceva l’operazione Mare nostrum, e dovrebbe fare l’operazione Triton; revisione degli accordi di Dublino; rinegoziazione in Europa dei vincoli di bilancio per i Paesi, Italia e Grecia, dove si registrano gli arrivi di massa e dove l’omissione di soccorso è un crimine che deve pesare sulle coscienze del mondo.  Certo prima di ogni altro  atto, prima di ogni altra misura bisognerebbe imporre la pace, quella cancellata  da guerre, occupazioni, devastazioni e contese per accaparrarsi risorse delle quali  l’Europa è stata complice,  partecipe o tollerante. Ma ormai la salvezza della ragione, dell’umanità, della democrazia è confinata al regno di Utopia.

 

 

 


Le carni tremule dell’Europa

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mi perdonerete se sarò lombrosiana di nome e di fatto. Ma Monsieur Hollande possiede proprio la fisiognomica del coniglio borioso, molle coi forti e prepotente coi deboli, carne tremula con la Merkel e tallone di ferro con i disperati.

Così non credo che sia stato intimorito più di tanto dalla minaccia burbanzosa del gradasso di Palazzo Chigi: se l’Europa non ci aiuta, facciamo da soli.  Che vuol dire – secondo l’inveterato sistema di governo adottato  negli anni da impresari della paura e del rifiuto, imprenditori della speculazioni alle spalle dei sommersi, produttori di muri e esclusione –  facciano gli italiani brava gente, con gli aiuti e i pacchi doni, le ruspe e le coop sfruttatrici,  i sindaci salviniani e quella di Lampedusa, i “non sono razzista, ma..” e quelli che hanno sperimentato il bello dell’aprirsi agli altri,  in una combinazione di ignavia e pietà, razzismo e umanità, come si addice a un Paese in evidente stato confusionale.

C’è stato un tempo nel quale pensatori e osservatori, da Aron a Servan Schreiber, da Girard a Revel, hanno motivato l’accoglienza sia pure “pelosa” degli immigrati in Francia, come la naturale evoluzione della cattiva coscienza occidentale e del senso di colpa per i colonialismi del passato, checché ne dica tal Bruckner  autore de “La tirannia della penitenza” nel quale denuncia la “valanga penitenziale”, quella indole all’auto flagellazione dell’Occidente e della sua cultura, considerati come gli unici responsabili   di qualsiasi conflitto, crimine dell’umanità, genocidio messo in scena sul palcoscenico della storia. E che è molto piaciuto in patria. E c’è da crederci perché pare proprio che la resa dei conti con trascorsi lontani, ma soprattutto recenti, e con interventi contemporanei, se era cominciata ora pare si sia festosamente interrotta.

Per carità non spetta certo a noi scagliare la prima pietra, a noi, che, immemori di Faccetta Nera e Graziani, di imprese scalcagnate ma sanguinarie, di annessioni e impero sgangherati ma cruenti, abbiamo proseguito sotto tutti i governi e le bandiere a perseguire il brand dello sfruttamento delle antiche colonie, dell’export di armi e dell’import di risorse e beni, stringendo e consolidando alleanze di ferro con despoti e tiranni, secondo quello stile all’americana per il quale gli stessi dittatori più o meno trucibaldi,  più o meno ritinti, più o meno temperamentali erano di volta in volta amici o nemici, soci o pericoli pubblici da annientare in buona compagnia.

Così oggi gli smemorati di antichi o recenti torti si trovano a ingurgitare i frutti velenosi di conflitti irrisolti e  guerre che hanno prodotto   circa 200.000 saharawi accampati nel deserto algerino, oltre 4 milioni di profughi palestinesi, 9 milioni di siriani tra sfollati e profughi, 2 milioni di iracheni in fuga e un incalcolabile  flusso di uomini e donne dall’Afghanistan, dall’inferno della Libia,  dalla Somalia, dall’Eritrea, dal Sudan e da altri paesi africani. E non si può dire sia una sorpresa

I due tracotanti inadeguati, ambedue dimentichi di storia, valori e ideali dei quali i loro partiti dovrebbero essere depositari – per non dire del mandato – hanno a vario titolo e in vari modi contribuito a nutrire quella percezione del pericolo che viene da oltremare, dell’invasione del nemico in casa, hanno sottovalutato i vecchi e nuovi fascismi interni, hanno alimentato diffidenza e paura, antichi e sempre attuali oppi dei popoli, utilissimi a distrarre da colpe e responsabilità di chi sta nei posti di comando.  Mentre invece nei paesi mem­bri dell’Ue, alla fine del 2013, si erano insediati un numero di immi­grati di prima gene­ra­zione (cioè nati all’estero), rego­lar­mente regi­strati ed attivi nelle rispet­tive eco­no­mie in numero di oltre 50 milioni, di cui circa 34 milioni nati in un paese non euro­peo. E tutti, come gli altri che li hanno pre­ce­duti, hanno contribuito diret­ta­mente alla pro­du­zione e alla ric­chezza di quei paesi.

Ora però nella Francia che ha accolto più di un milione di francesi di Algeria e che oggi deve fronteggiare il malcontento  di oltre  tre milioni di disoccupati che vivono con i sussidi, un premier dà la stessa risposta che venne data ad Evian.

E come lui, Renzi ad un tempo insegue un “sentimento popolare”, interpretato da Salvini, da Calderoli con la scabbia, da Maroni governatore così scisso da non ricordare il Maroni ministro, ma anche dalla Serracchiani «Si scordino che prendiamo nella nostra Regione gli immigrati che loro non vogliono», perfino da Casson «Venezia ha già dato», per via di prevedibili ansie da prestazione elettorale. E al tempo stesso fa la voce grossa vantando un fantasioso Piano, B, come il lato,  annunciato e immateriale nel timore di scontentare l’Europa matrigna e impazientire la fortezza Ue, cui non ha il coraggio fare l’unica cosa sensata: ridiscutere i trattati, ridiscutere gli obblighi del fiscal compact, ridiscutere cravatte e gioghi imposti e oggi più che mai insopportabili, nemmeno se fossimo il Paese di Bengodi dal quale in forma bipartisan tutti vorrebbero cacciare gli ingombranti Altri, gli Estranei, i Clandestini.

Che poi molto ci sarebbe da dire sui numeri. I vivi –  dall’inizio del 2015 nel Mediterraneo i morti accertati sono più di 1700 persone –  dall’inizio dell’anno al 7 giu­gno sarebbero  52.671,  poco più dei 47.708 regi­strati nello stesso periodo dell’anno scorso. Su questa base potremmo aspettarci  un numero di 190.000 a fine anno, lontano dalla tremenda massa di pressione di un “esodo biblico”, piaga e minaccia insostenibile per gli equi­li­bri eco­no­mici e sociali di un gruppo di paesi tra i più ric­chi del mondo. Mentre sarebbero oltre 5 milioni i profughi fuggiti dai tanti troppi focolai di guerra (Afgha­ni­stan, Siria, Soma­lia, Sudan, Repub­blica demo­cra­tica del Congo, Myan­mar, Iraq,  Colom­bia, Viet­nam, Eritrea, Mali, repubblica Centrafricana, etc) che hanno trovato rifugio nei paesi vicini, perfino quelli  con un Pil  pro capite così basso da variare tra i 300 e i 1.500 dol­lari l’anno:   Paki­stan, Kenya,  Ciad,  Etio­pia,  Libano, Gior­da­nia,  Tur­chia.

A conferma di quanto sia strumentale lo stato di emergenza che si è creato e che potrebbe – oggi – trovare soluzione alternativa a confinare chi arriva dove si vive già esclusione sociale, a farli pesare su popolazioni dove ancora alberga coesione e civiltà, il Sud, o peggio ancora, come è successo,  consegnando il “problema”  a mala­vita, mafia e mal­go­verno,  i depositari tra­di­zio­nali di gestione di tutte le emer­genze vere o artificiali: Expo, Mose, rifiuti, ter­re­moti, allu­vioni,   epidemie, che, si sa,  con i “migranti”  il business malavitoso e criminale si declina in profittevole sfrut­ta­mento, umi­lia­zione e degrado, nutrendo quello tutto p0olitico  del timore, del mal­essere, della rivolta aperta che invocano e favoriscono  poteri forti e solu­zioni finali.

Ci permettiamo di fornire qualche suggerimento al fattore del Piano B: se proprio si vuole restare in società con la frigida Europa, impegnata nella  bel­li­ge­ranza ende­mica ai suoi con­fini, nelle sue  derive auto­ri­ta­rie, nazio­na­li­sti­che e raz­zi­ste al suo interno, occorre aprire immediatamente  canali umanitari e vie d’accesso legali al territorio europeo,  favorendo l’attuazione della Direttiva 55/2001, che garantirebbe   uno strumento europeo di protezione che consenta la gestione dei flussi straordinari e la circolazione dei profughi nell’UE. Sospendere il regolamento di Dublino, in modo da permettere  ai profughi di scegliere il Paese dove andare sostenendo economicamente, con un fondo comunitario, l’accoglienza in quei Paesi in proporzione alla   ripartizione dei profughi.  Rinegoziare   debiti pubblici ed annullare quelli non esigibili o prodotti da accordi e gestioni clientelari o di corruzione.

E al tempo stesso ridare fiducia e tranquillità ai cit­ta­dini ita­liani, in modo che non temano   che a loro siano riser­vate meno beni, meno oppor­tu­nità di lavoro, assistenza e futuro di quelle concesse a  chi arriva qui:  red­dito di cittadinanza,  piani per il lavoro garantito in salario, condizioni e diritti, solu­zioni abi­ta­tive  dignitose, fine dei vincoli del pareggio di bilancio e del fiscal compact.

E nel caso avesse nostalgia oltre che della missione di rottamatore,  della funzione di sindaco, gli consigliamo di seguire l’esempio di uno in particolare, si chiama Giusi Nicolini e sta ostinatamente a Lampedusa.

 

 

 


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