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Questione giudiziaria, questione settentrionale

fedAnna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se la rivendicazione “federalista” della Regione Lombardia, avanzata insieme a Piemonte e Veneto, tutte e tre in testa alle classifiche di rendimento in occasione del Covid, non nasconda anche qualche pretesa non ancora rivelata in tema di amministrazione della giustizia, in modo che si possa effettuare un graduatoria della legalità tra meritevoli, in testa quelli che possono vantare più dinamismo, maggiore produttività confermata dai procedimenti giudiziari in corso, e immeritevoli, e giù quelli che sono affetti dagli stessi mali di sempre, meno competitivi nella gara da quando camorra, ‘ndrangheta e Cosa Nostra hanno trovato più vantaggiosi contesti da infiltrare e occupare.

Fosse così la Lombardia si meriterebbe dei tribunali speciali, autonomi e con la collaborazione di soggetti privati proverbialmente più efficienti. Può esibire infatti  cinque inchieste, quelle  che riguardano la  fornitura dei test sierologici appaltatai in affidamento esclusivo alla Diasorin e il conflitto di interesse relativo alla fornitura dei camici, che interessa direttamente il presidente indagato per frode in forniture pubbliche. Altre che concernono gli eventi verificatisi durante  l’emergenza coronavirus:  la mancata chiusura della Val Seriana e la diffusione del virus nelle residenze per anziani. Poi ci sono i filoni “conoscitivi”   sulla realizzazione  dell’ospedale negli ex padiglioni della ex Fiera di Milano, per il quale il nucleo Tributario della Gdf sta indagando su  spese e consulenze.

Ma i guai per Fontana non finiscono qui: sempre nell’ambito dello scandalo dei camici, ci sarebbe un tentato versamento di denaro, segnalato come Sos-Segnalazione sospetta,  proveniente da un suo conto svizzero precedentemente intestato alla madre, per il quale nel 2015 aveva eseguito uno scudo fiscale per 5,3 milioni.

Gli indicatori e i criteri per definire e valutare l’onestà  non dovrebbero dar luogo a gerarchie e graduatorie: o lo sei o non lo sei, soprattutto quando i comportamenti di pubblici ufficiali, rappresentanti eletti, uomini delle istituzioni ledono i beni comuni e l’interesse generale. Senza rifarsi all’immancabile confronto tra il pensionato che ruba due mele per fame e, sempre per restare in Lombardia, Formigoni, dovrebbero suscitare la stessa ripugnanza i misfatti indecenti consumati all’ombra della pandemia  e i miserabili trucchi messi in atto all’ombra della legittimità per anni e anni, a suon di note spese spregiudicate (comprensive di lecca-lecca, pedalini, preservativi e sexy toys, crapule e dopocena in club a luci rosse), indennità discutibili, innocenti regali di elettori riconoscenti in cambio di accomodamenti.

E si potrebbe aggiungere in tema di micragnosa grettezza, la recente  pidocchiosa decisione unanime dei consiglieri regionali dal Piemonte alla Calabria fino alle regioni a statuto speciale,  di incassare il gettone di presenza e, in qualche caso, anche il rimborso di trasferimento relativi ai mesi di lockdown.

Mentre, a proposito dell’inazione che non sempre è migliore dello strafare, chissà come potremmo definire con il metro dell’onestà le prestazioni del presidente della Liguria Toti che ha lasciato nel cassetto 21 dei 27 milioni stanziati per il Ponte Morandi, come denunciato dal procuratore della Corte dei Conti Claudio Mori nella memoria riguardante il giudizio di parifica del bilancio regionale del 2019, che si interroga sul perché i fondi non siano stati spesi. Che poi non è l’unico record dell’amministrazione regionale:  la medesima indagine certifica  il bilancio della spesa sanitaria del 2019 è stato chiuso  con un disavanzo di 64 milioni, il peggior dato di tutta Italia appena un po’ meglio del Molise.

Fin troppo facile immaginare che dietro al secessionismo delle regioni che vantano primati di efficienza, redditività e produttività, leghiste e Pd a pari merito, non ci sia anche l’accesso morale e materiale a quelle forme di immunità e impunità che nascono dal riconoscimento a norma di legge di differenze discrezionali e discriminazioni arbitrarie. E che oggi suonano ancora più stonate per via delle performance disonorevoli delle regioni che hanno fatto pagare ai condannati a morte dal tribunale dell’austerità i tagli praticati al sistema sanitario e la sua riduzione a uno stato di emergenza prevedibile e  prevista in modo da promuovere la competitività fasulla dei privati,  con la distruzione delle strutture territoriali e preventive, grazie a troppe attività produttive mai interrotte per guadagnare il consenso di Confindustria.

Sono dati che dovrebbero indurre qualsiasi amministratore a dimettersi e qualsiasi governo a commissariare enti incapaci e corrotti che proseguono indisturbati nel solco politico venticinquennale tracciato da Formigoni, Maroni, Fontana e Trivelli. E che confermano  che  il chiacchiericcio istituzionale e comunicativo di questi mesi che doveva accreditare programmi strategie e misure in grado di mettere al centro del processo decisionale lo Stato, era un espediente per prendere tempo, lasciando spazio all’oblio impudico che sta sostituendo la censura e l’autocensura praticate in questi mesi nei confronti di qualsiasi critica.

Intanto, paradossalmente, a predicare la obbligatoria scissione dallo Stato padrone, è l’avanguardia rivendicata del sovranismo e del populismo  sponsorizzati da due presidenti della Lega e il testimonial delle sardine che aspira a interpretare il ruolo del partigiano dei valori progressisti, contro il neofascismo buzzurro e rozzo che i suoi partner della pretesa federalista incarnano.

A conferma che non è il sovranismo a preoccupare l’establishment impegnato a sostenere rinunce e resa incondizionata all’Europa, ma la possibilità sempre remota che si conservino scampoli di poteri e competenze, quelli rimasti dopo i tagli effettuati volontariamente con un voto del Parlamento  limitando  una serie di determinazioni giuridiche ed economiche e anche politiche, con l’adesione a trattati   internazionali, in virtù dell’appartenenza alla NATO o all’Onu  che ha privato la nazione dello Ius ad Bellum,  o con l’accettazione dei contratti capestro che istituiscono l’Euro privandoci della sovranità monetaria e del comando politico sulla moneta, cessato nel 1981 con il cosiddetto divorzio fra ministro del Tesoro e la Banca d’Italia, consegnando  lo Stato ai mercati.

In un sistema statale così indebolito le pretese secessioniste hanno gioco facile, tanto che sarebbe ora di parlare di una questione settentrionale, se si vuole replicare su scala la divisione che caratterizza l’Unione Europea, con territori che rivendicano saldezza e superiorità economica, sociale e perfino morale, quelli che un tempo riportavano all’iconografia del Belgio pingue e operoso e quelli meridionali, indolenti, parassitari, propaggini di un’Africa impura che batte cassa, attribuendo ai vizi del Sud le colpe e i danni di uno sviluppo disuguale.

Ci sarebbe da ringraziare il Covid che ha fatto giustizia rivelando i guasti di una crescita che ha dimostrato tutta la sua impotenza a governare i guasti che produce, dall’urbanizzazione scriteriata, all’inquinamento, dalla promiscuità insicura nei trasporti, per culminare nella demolizione del sistema sanitario pubblico operata dai governi della Baviera italiana  (Lombardia, Nordest, Emilia Romagna) nella quale si concentrava il 50% del Pil dell’intero paese e che vogliono imporre il loro credo in base al quale  le regioni che producono più reddito e pagano più tasse dovrebbero ricevere a copertura di identici servizi maggiori risorse delle regioni più povere, e che, quindi,  i diritti di cittadinanza debbano essere finanziati con risorse più abbondanti laddove la capacità fiscale è maggiore, contro il principio costituzionale  che  stabilisce che ogni italiano debba pagare le tasse in base al reddito e ricevere i servizi indipendentemente da dove risiede.

Siamo di fronte alla ripetizione del modello coloniale arcaico: su, un mondo industrializzato, ben nutrito e dinamico, giù periferia sottosviluppata condannata a rendere disponibili materie prime e riserve inesauribili di forza lavoro a basso costo.

Peccato deluderli, peccato che non sia più così, che un “su” più arrogante e assertivo stia brigando per spingerci verso un giù occupato e espropriato, dove l’unica forma di sopravvivenza dovrebbe essere l’unità nella resistenza per il riscatto.

 


Calenda? ha fatto il militare a Cuneo

toto Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come siamo caduti in basso, signora mia! direbbe il compianto Arbasino, nel vedere che dagli appelli degli intellettuali dalla A di Asor Rosa alla Z di Bauman con in calce, siamo precipitati giù, alla lettera aperta di una rosa di superbi sfrontati, da Calenda (che rivendica il ruolo di ispiratore) a Brugnaro, da Toti a Gori.

E par di sentirli, proprio come Totò e Peppino, mentre si rivolgono  a quella Malafemmina della Germania: Signorina, veniamo noi con questa mia a dirvi…., per raccomandarle  di prendere la «decisioni giuste», senza andare al seguito dei «piccoli egoismi nazionali», emersi a sorpresa con l’emergenza sanitaria.

Il Sole 24 Ore che si fa proprio pescare all’amo come il pesce boccalone, è talmente entusiasta dell’iniziativa, che lascia correre sul fatto che i firmatari invece di acquistare uno spazio in casa confindustriale, si siano addirittura tassati per comprare una pagina della Frankfurter Allgemeine Zeitung, per la  pubblicazione della fiera e dolente invocazione.

È proprio una supplica la loro,  e viene definita spericolatamente “bipartisan”, come se ci fossero delle differenze di fronti tra Toti e Bonaccini, tra Brugnaro e Sala, come se Bonaccini non fosse a pieno titolo nel terzetto di punta che pretende l’autonomia supplementare in materia sanitaria proprio come uno Zaia o un Fontana qualunque perfino adesso, o tra i propugnatori delle Triv e delle Tav, come se  i sindaci in calce non fossero primi cittadini del cemento, autori delle più proterve operazioni di “gentrificazione” tramite l’espulsione dei residenti dalle città per favorire le speculazioni dei predoni immobiliari.

Eppure con una improntitudine insolente il promotore, da ricordare più per le sue candide e infantili interpretazioni televisive, che per le performance manageriali, tutte segnate da proverbiali flop, o per quelle di ministro, firmatario già allora, ma di infami patti stipulati con aziende criminali, insieme all’augusta accolita di marpioni, sigla l’ennesima pretesa di innocenza per il passato e il presente, in qualità di crociati per un’Europa equa e solidale, che a loro quelli di Ventotene gli spicciano casa, rammentando ai tedeschi e agli olandesi,  accusati di boicottare i cosiddetti «coronabond», come dovrebbero comportarsi “i grandi Paesi in occasione di una emergenza”.

Così grazie a un veloce ripasso su Wikipedia (non sono più i tempi del Bignami), alla voce Ue,  hanno fatto una scoperta eccezionali: partner favoriti, come l’Olanda – “un esempio di mancanza di etica e solidarietà”, e la Germania, che pure  anche grazie all’Italia ha potuto evitare il default con il dimezzamento dei debiti di guerra, starebbero  “sottraendo da anni risorse fiscali a tutti i Paesi europei….e a farne le spese sono i nostri sistemi di welfare e dunque i nostri cittadini più deboli, quelli che oggi sono più colpiti dalla crisi”, costringendo gli Stati membri alla rinuncia “a costruire istituzioni forti e politiche sociali e di sicurezza comuni

E dire che qualcuno ha pensato che l’epidemia avrebbe lasciato solo macerie, miseria, indigenza e costi economici e morali, dopo il passaggio dei suoi cavalieri dell’apocalisse, che sarebbe servita ai soliti noti, speculatori, accaparratori e borsaneristi, quelli insomma che dichiarano guerra per poi profittare dei benefits della ricostruzione. Macché ecco qua che come un’araba fenice risorge un’utopia europea che potrebbe appagare l’aspirazione ideale di far convergere in un’unica entità etica e organizzativa, equa e solidale come il cacao, le diverse sovranità statali, alla pari.

A essere maliziosi ci sarebbe da sospettare che sia solo per la sua proverbiale mancanza del più elementare bon ton che in calce all’appello, dietro il quale si intuisce l’immancabile fantasma della Bonino, non ci sia anche la firma di Salvini, a conferma che perfino il sovranismo più bieco e il populismo più ignorante possono essere sdoganati quando arriva l’ora di dare una mano al sistema bancario, alle imprese che si fregano le mani, dopo essersele lavate, in attesa di spartirsi la beneficenza compassionevole dello Stato, alla finanza post creativa che si accinge a nuove bolle, nuovi fondi,  a cominciare da quelli sanitari promossi perlopiù dalle aziende multinazionali che così sfruttano due volte i dipendenti in qualità di lavoratori e di assicurati.

Ci sta bene un po’ di linguaggio bellico per questi signorini della guerra mossa contro di noi, dei molti in trincea obbligata e oggetto di leggi marziali in caso di diserzione o sciopero, che anche così sperano di essere promossi da attendenti a colonnelli sotto la guida del generale della Provvidenza, indicato da tutta la politica italiana, dal Pd alla Lega agli esponenti della critica keynesiana, incantati dalle oscene baggianate esibite per accreditare il suo nuovo corso rooseveltiano.

Il new deal della ricostruzione (è stato nientepopodimeno che Franco Bernabè  a galvanizzarci promettendo che «il virus darà l’opportunità di fare l’Europa» invocando una nuova Bretton-Woods europea) che annovera ovviamente il lancio di “helicopter money”, senza dire che poi le banconote del loro Monopoli le dovremo restituire insieme al conto del carburante, del pilota, del noleggio dell’elicottero, inevitabilmente prevede lo Stato debba assorbire le perdite del settore privato – cancellandone i debiti – nei suoi bilanci, e incrementando il debito pubblico, mentre restano vigenti, o, bontà loro, temporaneamente sospesi, i vincoli dei trattati.

Come i prestigiatori delle fiere di paese credono di imbonirci con le gabole delle tre carte, con l’illusionismo dell’elargizione pelosa dell’aiuto condizionato, erogato eccezionalmente e subordinato a una restituzione maggiorata, pretesa con altri colpi di accetta alle garanzie e alle prerogative dei lavoratori, con altri tagli alle risorse disponibili per la spesa pubblica e le politiche sociali, con altri e più pesanti ricatti alla forza lavoro, sempre più intimorita e precaria per permettere l’ormai consolidata pratica del racket comunitario: la privatizzazione dei profitti a fronte della socializzazione delle perdite.

Alla stregua dei cravattari ci concedono generosamente il prestito.

Ma poi, sotto minaccia, lo dovremo restituire tutto. E con gli interessi della moneta in corso nell’impero, i soldi certo, ma anche i talleri della cessione definitiva dei poteri e della democrazia, della cancellazione dello stato sociale e di diritto, per garantire la salvezza dei rentiers, dei gamblers della finanza, dei croupier della roulette, delle banche assassine,  e la sommersione di chi non era ancora annegato e merita un salvagente già sgonfio.

Altro che helycopter money, sappiamo noi cosa e chi dovrebbe essere scaraventato giù. E, per favore, senza restituirli.


Vota Toti, u porcu cani

Licia Satirico per il Simplicissimus

Linneo sarebbe in difficoltà. Per definirlo è stata scomodata l’intera fauna ittica, insieme ad animali immaginari degni del bestiario di Borges: Toti Lombardo, erede designato di Don Raffaele all’Assemblea regionale siciliana, non vuole essere chiamato trota né tonno e nemmeno pescecane. Pare gli vada a genio il pescespada: pesce romantico, decisamente poco adatto alle campagne elettorali. A Catania il delfino, che insiste di non essere un pesce, è però già diventato “u porcu cani”.
La candidatura della creatura è stata presentata da Raffaele Lombardo in persona al cinema Odeon di Catania. Qui Toti ha pronunciato la storica frase “papà, porterò avanti il tuo sogno” davanti al padre, alla madre, alla nonna Saveria, allo zio Angelo (in odore in tradimento) e a Gianfranco Miccichè. Soprattutto, Lombardo jr ha ottenuto la sua solenne investitura politica davanti alla foltissima schiera di direttori sanitari e dirigenti regionali nominati dal padre prima, durante e dopo le dimissioni più lunghe della storia della Repubblica. Stiamo ovviamente parlando di quelli a piede libero, visto che Don Raffaele è riuscito a nominare anche un detenuto alla presidenza del collegio dei sindaci di Sicilia Servizi.

In verità don Raffaele ha fatto molto peggio, dato che la Regione Sicilia vanta un buco di 5,3 miliardi di euro di cui nessuno, in questo momento, pare curarsi. Adesso l’attenzione grava morbosa sull’elezione dei deputati regionali più pagati d’Italia, con una gratifica mensile oscillante tra i 15 e i 20 mila euro che include stipendio, diaria, spese per lo svolgimento del mandato e indennità di soggiorno. Mentre don Raffaele chiede a tutti di “dare una mano al picciriddu”, l’instancabile Toti, studente di giurisprudenza poco più che ventenne, passa da un incontro all’altro. Oggi, in un’intervista all’edizione palermitana di Repubblica, Lombardino annuncia una svolta storica: d’ora in avanti non avrà paura di fare comizi per mostrare di che pasta sia fatto. Pare che ne farà addirittura quattro o cinque da qui al 28 ottobre, recandosi a Caltagirone e a Grammichele, paese d’origine della famiglia Lombardo: «io non mi nascondo, non sono il Trota. Andrò incontro a qualche insulto, ma pazienza. Ho fatto il callo anche a sofferenze più grandi, in questi anni».

Fin qui Toti può persino dare l’impressione di essere ingenuo. In un altro passaggio dell’intervista, però, la sua vena di Viceré affiora sferzante. All’osservazione del cronista sul formidabile potere clientelare del padre, Lombardo jr replica che «papà è un grande politico che si è formato dentro una grande scuola come la Dc. Vedo troppa ipocrisia in giro: amministratori di destra e di sinistra, in questi anni, hanno nominato consulenti amici».

In sole tre righe il giovane Toti celebra un de profundis sulle speranze di riscatto morale dei siciliani, senza toccare il tema irrisolto dei rapporti tra la Dc isolana e Cosa Nostra: il clientelismo è la base storica della politica italiana, lo coltivano tutti e la famiglia Lombardo ha il pregio di esibirlo alla luce del sole insieme al più sfacciato familismo dinastico. L’understatement di Lombardo jr si condensa nella sua frase di congedo: «mi auguro di non arrivare primo, altrimenti passerei per raccomandato. Mi basta un terzo posto…».
Possiamo rassicurare il giovane Lombardo: non è raccomandato, ma designato da tempo immemorabile in una concezione del potere che si tramanda di padre in figlio, dove il figlio raccoglie i contatti del padre e li amplia con ulteriori ramificazioni. Toti è eletto, nel senso di scelto, dal padre e poi eletto, nel senso di votato, di conseguenza. Non era facile condensare in un solo volto, in un sol nome, i difetti genetici del nostro Paese: la tendenza a considerare la cosa pubblica come un fatto personale o familiare, la trasformazione dei diritti in privilegi e degli eletti in privilegiati, l’opacità amministrativa che diventa baratro, gli ammiccamenti maliziosi con tutte le forze politiche disponibili e pure con quelle improponibili.

Non può nemmeno dirsi che Toti sia il frutto di una morale a doppio binario, perché quella della famiglia Lombardo è dichiaratamente a senso unico (ispirata, semmai, al marchese del Grillo). Toti non fa errori di grammatica, misura le risposte, descrive il padre come un santo, incontra i suoi elettori e non compra lauree in Albania: per questo fa molta più paura del Trota, rappresentandone una versione quasi presentabile. Sempre che i comizi contumeliosi dell’ultimo pesce ereditario non dimostrino ancora, com’è accaduto per il Trota, che le colpe dei figli possono travolgere i padri.


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