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L’ultimo stadio del berlusconismo

stAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri è apparsa una notizia in non casuale coincidenza con gli esiti di due liturgie elettorali che hanno perso il loro significato di pronunciamento sul governo di vaste aree del Paese,  per assumerne uno puramente allegorico di rappresentazione di lodevoli “valori” morali, quelli di contrasto alla xenofobia, di sostegno alle buone maniere, di controllo sulle esternazioni in rete  concesse solo ai detentori del nuovo galateo del politicamente corretto, in modo da sancire il primato etico di una regione e invece la doverosa e meritata spinta verso le propaggini africane dell’altra, favorita tra l’altro dalla decisione della prima di associarsi a quella autonomia pensata proprio per allargare il divario tra Nord e Sud.

Si tratta di una notizia che ha tra l’altro ritratto esemplarmente la desiderata eclissi dei 5Stelle e del suo ceto dirigente di rappresentanti eletti: il quotidiano di proprietà di Caltagirone e altri organi di stampa hanno informato i lettori romani e romanisti che finalmente si potevano aggirare i tentennamenti e i dubbi ridicoli della Raggi, tornando a quel felice passato nel quale trionfavano i poteri forti della città di qua e di là del Tevere, quelli legali se non legittimi in allegre intese non tanto temporanee con il crimine organizzato del mondo di mezzo, quando, tanto per fare un esempio un sindaco uscente del partito che aveva lui stesso fondato,  il giorno del suo ritiro regalava all’influente costruttore un piano regolatore ad personam, con opportune varianti cucinate press an press per andare incontro ai suoi desiderata. Smentiti oggi come da tradizione, i quotidiani avevano ricostruito in modo credibile i contenuti di un accordo tra il futuro proprietario della Roma, Dan Friedkin, e Francesco Caltagirone per realizzare il nuovo stadio non più a Tor di Valle ma a Tor Vergata.

A dare conferma del proposito sarebbe stata l’apparizione ecumenica al derby delle squadre locali, in veste di santo protettore dello sport più amato degli italiani, del potente costruttore, del quale è nota la fumantina permalosità e una certa indole a rifarsi dei torti subiti con spirito vendicativo, commessi a suo danno prima di tutto da Marino che si fece promotore della costruzione dell’opera di primario interesse generale proprio là a Tor di Valle, e della Raggi, che dopo una campagna elettorale ostile all’iniziativa si piegò doverosamente alle pressioni dell’ottavo re di Roma, con maglia n.10, alla cordata di vari inquisiti e indagati, tra patron indebitati, finanziatori con le pezze al culo, spregiudicati affaristi.

Fin dall’inizio si sapeva che l’idea era improvvida, tanto da contribuire all’espulsione dalla giunta – la stessa che invece aveva tenuto fede al patto stretto con i romani di non far pesare sulle loro spalle megalomanie e audaci propositi scellerati sotto forma di giochi olimpici – dell’unico assessore che aveva dimostrato di avere a cuore, professionalmente e  politicamente, un assetto presente e futuro della città che non rispondesse solo alle esigenze bulimiche dei padroni che da sempre avevano steso le mani sulla città.

E che era scellerata per l’investimento oneroso che avrebbe comportato per le finanze comunali sotto forma di opere accessorie non solo stradali, di indirette “donazioni” di spazi offerti fuori dalle quotazioni di mercato, di interventi necessari per compensare l’impatto dell’opera realizzata di una vulnerabile area golenale.

Ma   anche perché è risaputo che ci sono progetti che assumono il carattere di cavalli di Troia, che vengono imposti alla cittadinanza come occasioni di sviluppo di attività e occupazione, mentre altro non sono che formidabili operazioni speculative spacciate per azioni di urgente e pubblico interesse, non nel rispetto di una strategia organica di realizzazione di infrastrutture sportive, bensì grazie a un comma inserito forzosamente all’ultimo momento nella legge di stabilità del 2014 (governo Letta) nell’ambito del tradizionale maxiemendamento e imposto con il voto di fiducia e che stabiliva   che un Comune, se d’accordo con il proponente, in quel caso l’allora presidente della Roma Pallotta, dichiarasse i “vantaggi” per la città della edificazione di un impianto privato.

È iniziato così l’avventuroso e avventurista percorso di  quello stadio che comprendeva una pluralità di volumi edilizi per un totale di circa un milione di metri cubi di cui solo un quinto riguardava lo stadio e altre funzioni connesse alle attività sportive, mentre prevedeva tre grattacieli alti più di 200 metri e altri edifici destinati ad attività direzionali, ricettive e commerciali privi di rapporto funzionale con lo stadio ma destinati a compensare il costo delle opere infrastrutturali necessarie all’utilizzo dell’arena,  su un’area in un’ansa del Tevere che il piano regolatore destinava a verde sportivo attrezzato. Nel tempo (ne abbiamo scritto più volte, anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/10/25/milano-roma-citta-allultimo-stadio/ ) la sindaca Raggi aveva rivendicato di aver ridotto le volumetrie ma non  l’insensatezza di un’opera la cui opposizione  in campagna elettorale aveva deciso del suo successo rispetto allo sbiadito competitor, tagliando  il 50% della cubatura che comunque restava di 550 mila metri cubi (il 60% solo sul Business Park, con eliminazione delle tre torri) rispetto ad un Piano Regolatore che ne autorizzava al massimo 330 mila, di cui lo stadio continua a rappresentare meno della metà.

L’ipotesi tratteggiata  di una nuova localizzazione a Tor Vergata sarebbe più praticabile: i nuovi sponsor che attraverso Caltagirone avrebbero offerto alla nuova proprietà texana l’opportunità di avere un prodotto completo “chiavi in mano”  e in tempi strettissimi, sono i rappresentanti del consorzio di imprese della Vianini Lavori e di altre 9 imprese proprietarie dei  terreni dell’Università di Tor Vergata,  e in questa veste non dovrebbero sottoporsi all’iter della Legge sugli Stadi,  della conferenza dei Servizi e della variante al Piano Regolatore, i collegamenti stradali e il trasporto pubblico sarebbero garantiti dalla Metro C e da un possibile prolungamento della Metro A da Anagnina, secondo “un progetto tra l’altro che risale al Giubileo del 2000 e mai realizzato per la ristrettezza dei tempi”.

E inoltre, si racconta,  l’area non registrerebbe le stesse problematiche ambientali del sito di Tor di Valle, anche se a nessuno può sfuggire la tremenda pressione della localizzazione di uno stadio in un posto già interessato da un traffico pesante e disorganico, quello della popolazione universitaria, dalla vicinanza con quartieri ad alta residenzialità e urbanizzazione, dove è andato già in scena il fallimento di un’altra visione altrettanto estemporanea, la Città dello Sport i cui lavori iniziati nel 2005 sono stati interrotti per mancanza di fondi.

L’ipotesi alternativa ha già avuto il consenso degli ultras del cemento e di quelli delle curve, laziali compresi che adesso possono aspirare a farsi il loro colosseo biancoazzurro.

Meno contenti devono essere i romani, quelli che sono costretti all’occupazione abusiva delle case, quando il patrimonio immobiliare è stato svenduto, offerto a basso prezzo a inquilini prestigiosi o donato con munifico spirito redentivo a cerchie “nere”, quelli che pagano quotidianamente le scelte improvvide di altre grandi opere a cominciare dalla Metro C, la madre di tutte le corruzioni secondo l’Anac, non solo inutili ma anche rischiose a vedere lo smottamento di una strada contigua al Colosseo quello vero e la messa in pericolo di un palazzo con 60 sfollati, quelli che ogni giorno sono prigionieri del traffico in una metropoli dove il trasporto pubblico è penalizzato da sempre, dove si tagliano le linee di superficie per alimentare tratte superflue di metropolitana, le cui stazioni si rivelano essere l’obiettivo di una pedonalizzazione che doveva restituire alla città e la mondo la più grande area archeologica urbana e che si mostra come un cantiere privo di incanto, quelli che continuano a pensare che altre sarebbero le priorità locali e nazionali, di fronte alla chiusura di ospedali, alla riduzione di servizi, alla espulsione di residenti costretti a cercare riparo nelle periferie cui si aggiunge altro squallore e altra disperazione.

E intanto tutti vogliono gli stadi: i progetti in lista d’attesa includono la Lazio, Firenze, Milano, Bologna, Napoli, Palermo, in piena attuazione del sogno berlusconiano stabilito per legge (era a sua firma una delle ultime proposte che dobbiamo alla sua era) secondo il quale era   «urgente e indifferibile » costruire  nuovi impianti, dotati di  zone residenziali e servizi,  semplificando e aggirando le necessarie varianti urbanistiche e commerciali, annullando  le garanzie di legge mediante il teatrino dell’istituto della conferenza dei servizi, cancellando i principi fondamentali di legalità e legittimità.

L’avranno vinta loro, i padroni delle città, la cui malattia è il cancro di una rapacità all’ultimo stadio.


Milano-Roma, città all’ultimo stadio

 

 

milan Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dopo l’hannus terribilis segnato dalla morte di Nerone e dalla guerra civile, l’anno dei  4 imperatori, eletti ai quattro capi dell’impero,  Vespasiano (cui dobbiamo tra l’altro l’Anfiteatro Flavio) era salito al trono  per acclamazione delle legioni d’Egitto, Giudea, Siria e Danubio. Una volta tornato a Roma il senato gli riconobbe  con un decreto tutti i poteri che erano stati propri di Augusto, Tiberio e Claudio, addirittura rafforzandoli in modo che potesse stringere accordi con altri popoli esterni ai confini, convocare il senato e far approvare disposizioni eccezionali senza essere limitato da leggi e plebisciti.

Pensate quanto piacerebbe poter godere delle stesse facoltà eccezionali alla Roma di Pallotta, anche grazie agli uffici del suo ottavo re in campo mai davvero detronizzato e che tanto si è speso in veste di non disinteressato testimonial: si deve a lui lo storico grido di riscossa  “vogliamo il nostro Colosseo moderno!”, che si disse abbia fatto  cadere sorprendentemente tutte le riserve sulla realizzazione del nuovo stadio da parte della stessa amministrazione che aveva ricevuto inattesi consensi elettorali proprio per quel no a grandi opere speculative, simboleggiato dal ritiro della candidatura alle Olimpiadi e dai ragionevoli dubbi sollevati in merito a localizzazione, impatto ambientale e pressione infrastrutturale dell’impianto a Tor di Valle.

Ma adesso pare che l’affarone sia quasi in porto, grazie alle 59 pagine della  Convenzione Urbanistica, frutto dell’ennesima performance di quell’urbanistica negoziata e concordata che fa delle città e dei suoi abitanti ostaggi nelle mani dei privati,  che il Comune di Roma ha proposto alla As Roma nella quale sono contenute le clausole per la futura cessione dei terreni dalla Eurnova del troppo discusso Luca Parnasi alla più presentabile TdV Real Estate, la società creata appositamente dalla Roma per gestire la costruzione dello Stadio e che diventerà “soggetto attuatore” dell’intervento in qualità di stazione appaltante di tutte le opere, sia pubbliche che private. Insomma si cambia la carte intestata dell’ingombrante investitore che resterà dietro le quinte e si fa finta di ridurre le concessioni alle cordate ingorde degli immobiliaristi: il gentlemen – si fa per dire – agreement infatti  esibisce come una conquista irrinunciabile in nome del bene della collettività   il divieto di trasformare gli uffici e le superfici  destinate al commercio, previste dal progetto, in edilizia residenziale.

Sgombrato il campo dal pericolo che qualche irriguardoso senza tetto possa trovare ricovero  là dove  devono sorgere stabili “compensativi” quelli che servono a far fruttare l’impresa e che è legittimo sospettare che  faranno la fine dei scheletrici falansteri della Colombo o della Tiburtina o centri commerciali di quelli in crisi in tutto il mondo ma che invece da noi vengono riproposti come templi della modernità,  l’impresa va avanti infischiandosene del parere del Politecnico di Torino incaricato dallo stesso Comune che ha messo in guardia dal concreto pericolo che l’incremento della viabilità nella rete primaria della “marco-area” possa provocare un “blocco pressoché totale della rete principale di connessione con la location Stadio”,  anche se il 50% del traffico fosse gestito dal mezzo pubblico. Anche l’ipotesi di intervenire per consolidare la linea ferroviaria  potenziando la fermata Tor di Valle della “Roma-Lido” non basterebbe di certo, a conferma che in mancanza di opere strutturali di “implementazione” del trasporto multimodale, il sito prescelto è sbagliato. Altro che sbagliato, sbagliatissimo,   a cominciare dall’imponente impatto ambientale su un’area golenale quanto mai vulnerabile, tanto che i pareri espressi dalle autorità addette alla valutazione del rischio idrogeologico raccomandavano estrema cautela.

E questo si sapeva bene, (sulla Tor-ta di Valle ho scritto tante volte, anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/01/19/stadio-tor-ta-di-valle/) fin da quando a ridosso della famosa Legge sugli Stadi il sindaco Marino rilancia il progetto dello stadio da realizzare nei terreni dell’ex ippodromo acquistati a prezzi scontati dalla società di costruzione di Luca Parnasi. Già allora l’arena rappresentava  solo il 14% del volume a fronte di circa  un milione di metri cubi risarcirebbero sotto forma di compensazione le spese dei privati: i soli oneri di urbanizzazione ammonterebbero a  360 milioni e dovevano essere previsti anche 63 ettari di verde pubblico.  Via via nel lungo iter segnato da indagini, incriminazioni, scandali resta ancora parecchio delle invereconde frattaglie del sogno di Marino: rivendica la sindaca Raggi di aver tagliato il 50% della cubatura che comunque resta di 550 mila metri cubi (il 60% solo sul Business Park, con eliminazione delle tre torri di Libeskind) rispetto ad un Piano Regolatore che ne autorizzava al massimo 330mila (di cui lo stadio rappresenta meno della metà).

Ormai  Roma e Milano fanno a gara sulle buche come sul consumo di suolo (la Capitale Morale vince la tenzone) e infatti anche il capoluogo lombardo vuole che le sue notti magiche abbiano un nuovo palcoscenico, come preteso da  Milan e Inter  (lunedì è al voto a Palazzo Marino) e per il quale archi star prestigiose hanno già presentato alcune ipotesi visionarie: un impianto trasparente  di Populous, un eco-stadio di Boeri, gli “Anelli doppi” di  Manica-Cmr.

Grazie allo stesso incantesimo (la Legge sugli Stadi) un’area di 250 mila metri quadrati con una precisa destinazione  ad attività sportive diventa area edificabile con un indice di possibile edificabilità dello 0,70, il doppio di 0,35, quanto cioè è concesso a qualsiasi cittadino nel resto di Milano, per dar vita a un’operazione immobiliare da 1,2 miliardi di euro. Così si capisce perché a sfamare le varie tipologie dei proponenti, società sportive, costruttori, studi di progettazione, immobiliaristi, (basta pensare a Milan e Inter che non dichiarano i propri titolari effettivi grazie a “catene di comando che si perdono nei paradisi fiscali delle Cayman, del Delaware, del Lussemburgo” come hanno denunciato la Commissione comunale antimafia e l’Anac) non basta il restauro del vecchio glorioso Meazza se invece intorno all’arena della quale viene accreditato l’interesse pubblico e l’utilità generale malgrado il Comune si ostini a non indire una gara, che sarebbe doverosa nel caso di  un’operazione immobiliare privata su terreni pubblici,  si possono collocare 180 mila metri quadrati di spazi commerciali, 66 mila di uffici, 15 mila di hotel, 13 mila per intrattenimento, 5 mila di spazio fitness, 4 mila di centro congressi.

Possiamo anche star tranquilli, a Firenze l’immaginifico sindaco Nardella ha detto no alla “tecnica del carciofo”, prendendo un pezzo alla volta: “I nostri uffici stanno andando avanti sul progetto Mercafir, ha detto, mettendo  tutto dentro, termovalorizzatore, pista dell’aeroporto, stadio e infrastrutture e allora si fa un ragionamento serio, da classe dirigente della Piana!”, ben determinato aCostruire un tempio sopraelevato che ci permetterà di superare i nostri limiti”, un’opera rinascimentale che vuole inaugurare nel 2021 malgrado preveda la demolizione, la bonifica e lo smaltimento di milioni di metri cubi di costruzioni esistenti, l’acquisto dell’area di proprietà Unipol e lo spostamento del mercato all’ingrosso e la costruzione della sede che dovrebbe ospitarlo.

Ma si faranno, eccome se si faranno, con buona pace degli onesti convertiti alla realpolitik del cemento, pronti a prendere i voti religiosi avendo perso quelli dell’elettorato abbracciando la fede  costruttivista che predica come i grandi eventi sportivi rappresentino l’occasione per realizzare opere e infrastrutture necessarie alla collettività, di andarsi a vedere i resti di archeologia agonistica, l’opportunità per formidabili ricadute occupazionali, dimentichi che hanno poco a che fare con il lavoro quel precariato che sconfina nel volontariato, saggiato in occasione dell’Expo o quello sotto forma di caporalato dei cantieri delle grandi opere. O che la Città dello sport a Tor Vergata, i due relitti che dovevano essere finiti per i Mondiali di nuoto del 2009, sono i monumenti in rovina, l’archeologia industriale o sportiva prima di essere terminati, a imperitura memoria di boria, corruzione, malaffare, consumo di suolo e risorse, esito imprescindibile di quei fasti effimeri, se non c’è stata Olimpiade o mondiale negli ultimi anni che non sia stato un clamoroso flop, tanto che paesi meno indebitati e corrotti del nostro fuggono queste “opportunità” come la peste, mentre noi festeggiamo la valanga di debiti che rotolerà impietosamente su Cortina e Milano.


Stadi, questione De Vito o de morte

stadiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Lo sapevamo già che la storia non insegna niente, figuriamoci la cronaca, compresa quella nera. E infatti pare che malgrado tutti i segnali negativi e le catastrofi penali annunciate, che indicavano come lo stadio della Roma fosse un barattolo di marmellata  avvelenato, come bambini golosi tutti a intingerci  le dita.

E’ che nella nella gerarchia di reati e di annessi malfattori, quelli di mafia capitale con ammazzatine e incendi, minacce e intimidazioni nel contesto delle operazioni di profitto e occupazione militare della città sono n.1  nella classifica, mentre a quelli che manomettono le leggi, speculano sui beni comuni, inquinano l’ambiente, dissipano risorse pubbliche, corrompono e si fanno corrompere si riserva l’indulgenza dovuta a chi è nella norma, che così fan tutti, contribuendo a crescita e occupazione indotta.   Si può quindi immaginare che De Vito dopo la disavventura per la quale è adesso a Regina Coeli (accusato nel corso dell’inchiesta che ha fatto luce su una serie di operazioni corruttive realizzate dagli imprenditori attraverso l’intermediazione di un avvocato e un uomo d’affari, che avrebbero interagito con De Vito al fine di ottenere provvedimenti favorevoli alla realizzazione di importanti progetti immobiliari ), troverà comode sistemazioni, come dovuto a persona esperta e collaudata, adusa a entrare e uscire dalla porta girevole dei tribunali, movimento che costituisce ormai elemento favorevole nel curriculum molto propizio alla progressione di  carriera.

E pare anche che il suo arresta sia un intoppo sgradevole ma che non comprometterà la realizzazione dell’opera del cui  “interesse generale” si è convinta la sindaca un tempo ostile,  tanto che sia Raggi: “io e la mia maggioranza andiamo avanti determinati e compatti. C’è un programma da portare a termine”, che  il DG giallorosso, Mauro Baldissoni, che ha dichiarato che “sullo stadio non ci possono e non ci devono essere dubbi. Non è una aspettativa, ma è un diritto acquisito a vederlo realizzato nel più breve tempo possibile”, tranquillizzano cittadini e tifosi.

Sentir dire “diritto acquisito” la realizzazione di una macchina del malaffare, fa tremare le vene dei polsi. E dovrebbe preoccuparci ancora di più che a tutti i livelli, governativo, amministrativo, territoriale, di vigilanza e controllo uno stadio rivesta il carattere di intervento di interesse primario e di pubblica utilità prioritaria, che può sottostare alle regole di urgenza e indilazionabilità, prerogativa di ben altre opere. Ma che nel tempo è stata autorizzata largamente in modo che grandi eventi inutili e dannosi venissero sdoganati per consentire, grazie all’impiego di fondi pubblici e all’aggiramento di disposizioni urbanistiche, la creazione di  infrastrutture di servizio e interventi viari,  alcuni dei quali  diventati, ancor prima di essere completati,  templi della contemporaneità in rovina e monumenti archeologici.

Roma come Firenze avrebbe insomma bisogno più del pane dei circenses, per dar lustro a due città che necessitano di colossei contemporanei, nuvole, centri commerciali, grattacieli di uffici, neanche fossero Dubai o Las Vegas. A Roma il primo zelante promoter fu il sindaco Marino (Il M5S allora si era tenacemente battuto contro, presentando addirittura una denuncia penale per fermare lo scempio) con un progetto megalomane di improrogabile “anfiteatro”,   con  annessi business park, centinaia di negozi e attività commerciali, reti di collegamento fattibili grazie alla più accreditata fake degli ultimi trent’anni, il sodalizio pubblico-privato chiamato Project Financing, del quale la BreBeMi è la efficace allegoria, un progetto megalomane  mai abbastanza ridimensionato dalla Giunta Raggi (ne ho scritto anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/01/19/stadio-tor-ta-di-valle/ ). A Firenze la proposta dello stadio voluto da un Della Valle è stata salutata dalla stampa con giubilo:  “le morbide volute gareggeranno con le guglie aguzze del Palazzo di Giustizia in una gara ideale di architetture contemporanee” , davanti alle quali  i turisti che “visiteranno la periferia nord fiorentina” avranno “lo stesso sguardo sognante che indossano quando passano su Ponte Vecchio”, grazie al carattere “molto sexy”  di un’arena “che non avrà nulla da invidiare a quelli di Monaco, Bilbao, Bordeaux, Nizza”.

In realtà anche in questo caso lo stadio è un accessorio della  “Cittadella Viola”, un compound con outlet, alberghi e varie attività commerciali, che dovrebbe sorgere su un’area di circa 30-40 ettari attualmente occupata da Mercafir, i mercati all’ingrosso della città comportando la demolizione, la bonifica e lo smaltimento di milioni di metri cubi di costruzioni esistenti e  l’acquisto dell’area di Unipol a Castelli per costruirvi il nuovo mercato all’ingrosso, gravando sul nodo di Peretola, giò congestionato e nel quale  insisteranno anche  il nuovo aeroporto, il Polo universitario, il costruendo inceneritore di Case Passerini, più le attività e i supermercati esistenti o di progetto, ognuno dei quali grande attrattore di traffico. Chi ci metta i quattrini, anche in questo caso non si sa bene ( meglio si sa benissimo), dando per improbabile che se ne faccia carico Della Valle, sia pure adorno della corona d’alloro di mecenate dell’Anfiteatro Flavio per regalare al Giglio  e alla cerchia magica uno  “stadio da Rinascimento”.

Deve essere successo qualcosa di tremendo se i diritti sono stati stravolti, se abbiamo creduto che quelli fondamentali (lavoro, salute, casa, istruzione) sono stati conquistati e sono inalienabili e adesso possiamo farci offrire quelli accessori e “personali”, come se non fossero tutti preminenti, basilari e imprescindibili. E qualcosa di inquietante se vale anche per i bisogni, se hanno voluto convincerci che conseguiti quelli che Agnes Heller definiva “alienanti” e che hanno una natura quantitativa: il possesso di beni, soldi e potere, che non lascia mai appagati; adesso siamo pronti per quelli  “radicali”, che attengono alla più intima radice dell’uomo: l’introspezione, l’amicizia, l’amore, la convivialità. Ed il gioco.

È così che smantellato l’edificio dei diritti e minata l’aspettativa del benessere e della crescita a quelli con sempre meno pane, con sempre meno dignità per un lavoro e un salario svalutati, con cure e assistenze trattate come lussi, con la rivendicazione dell’ignoranza come atout per il successo, in cambio della fine dell’istruzione pubblica, quando anche i desideri devono essere censurati per far spazio alla necessità, ci elargiscono il gioco, che anche quello ce lo dobbiamo meritare e pagare. Una volta si diceva profumatamente, ma in questo caso “pecunia olet”, eccome, e di marcio.

 

 


Speculazione all’ultimo Stadio

  Anna Lombroso per il Simplicissimus

La notizia che il sindaco di un centro terremotato ha appreso dalla stampa che le casette di legno annunciate dal commissario emerito e dal governo diversamente Renzi, saranno “erogate” ai senzatetto nel prossimo autunno o forse addirittura nella primavera 2018 magari in felice coincidenza con le elezioni, ha avuto poca eco. Ritenuta secondaria rispetto alle rivelazioni di un assessore, molto apprezzato per competenza e per battaglie  generose contro speculazioni  e dissipazione del territorio, ma imprudentemente quanto inaspettatamente arreso alle leggi del Gossip in stile Dagospia, alle recriminazioni  di una sindaca più offesa dall’accusa di sciacquetta che perde la testa per er mejo gatto del Colosseo, che per quella di essersi concessa alle brame molto meno innocenti di palazzinari, signori del cemento e del calcio; allo sfrontato riscatto dopo lo schiaffo olimpico di chi ha come mission, purtroppo  possible,   combinare affarismo, sacco del suolo, alienazione del bene comune, con regalie a imprenditori targati Usa, secondo la ricetta Ttip de noantri.

Non c’è da stupirsi, giornali, talkshow, commentatori hanno pari affezione per le beghe cui dare dignità politica, per le contrapposizione che permettono di schierarsi subito col più potente, che per la magnificenza megalomane a spese nostre che dovrebbe restituire autorevolezza, prestigio, fiducia all’Italia tramite Grandi Eventi, Grandi Opere, Grandi Esposizioni, Grandi Giochi piuttosto che ridando le case ai terremotati, i quattrini ai risparmiatori, la scuola ai ragazzi, le cure ai malati.

Lo so, sono ovvietà, tanto che quando qualcuno dice che sarebbe meglio investire in tutela del territorio piuttosto che in Ponti, in sviluppo del trasporto su ferro in modo che i pendolari non siano beffati e derisi piuttosto che in alta velocità perfino sotto il selciato di Firenze, in  salvaguardia del patrimonio artistico e archeologico se è vero che la cultura, il paesaggio e la bellezza sono il nostro “petrolio”, in accoglienza e lavoro piuttosto che in F35, viene automaticamente tacciato di essere un’anima bella visionaria e arcaica, o peggio, colpa inqualificabile, un agit prop del più squallido e demagogico populismo.

Tant’è esserlo davvero populisti  e rispondere a chi osserva che i grandi eventi sportivi rappresentano l’occasione per realizzare opere e infrastrutture necessarie alla collettività, di andarsi a vedere i resti di archeologia agonistica, come la Città dello sport a Tor Vergata, con due relitti che dovevano essere finiti per i Mondiali di nuoto del 2009, i monumenti in rovina prima di essere terminati, a imperitura memoria di boria, corruzione, malaffare e consumo di suolo e risorse, esito imprescindibile di quei fasti effimeri, ma non per chi ha saputo approfittarne a spese nostre. O a chi ne esalta le ricadute occupazionali, che ha poco a che fare con il lavoro quel precariato che sconfina nel volontariato, saggiato in occasione dell’Expo. Così come quello sotto forma di caporalato con la benedizione delle cordate, cooperative comprese, dei cantieri delle grandi opere. Che non c’è stata Olimpiade o mondiale negli ultimi anni che non sia stato un clamoroso flop, tanto che paesi meno indebitati e corrotti del nostro fuggono queste “opportunità” come la peste.

Tant’è esserlo davvero demagogici per rispondere a chi si aspetta il dovuto attraverso un abbonamento in tribuna d’onore, che lo stadio della Roma non si deve fare perfino per motivi etici, perché le sue fondamenta sono bugiarde. È stato illegittimo attribuire a quell’opera la qualità di intervento di pubblica utilità come è stato fatto dalla Giunta Marino e come rivendica l’allora assessore Caudo, permettendo ai privati di decidere la collocazione di un servizio urbano importante anche se non prioritario, concedendo l’area gratuitamente e senza esigere un concorso internazionale di progettazione, aggirando corrette procedure di impatto ambientale e distruggendo per sempre la speranza di poter trasformare la valle del Tevere, ancora in gran parte intatta, in un parco fluviale.

Tant’è esserlo davvero rigoristi: si tratta dell’ennesimo caso di “urbanistica contrattata”  che riduce la politica di sviluppo di una città all’accoglimento supino di proposte imprenditoriali e ripropone il solito schema scellerato “cubature in cambio di opere che le casse pubbliche non possono affrontare”, una pratica che ha messo in mano all’iniziativa di privati e assoggettate  alla legge del profitto, scelte che avrebbero dovuto essere guidate da una regia mirata esclusivamente all’interesse pubblico. L’area di Tor di Valle nel Piano Regolatore è stata qualificata come R4, come zona cioè ad alto rischio idraulico:  si può trasformare solo dopo avere realizzato le opere idrauliche fondamentali a cominciare dalla messa in sicurezza  del Fosso di Vallerano, e non prima.   Lo stadio  metterebbe a rischio l’incolumità pubblica, in contrasto con l’art 41 della Costituzione “l’iniziativa privata è libera ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza , alla libertà e alla dignità umana”.

E tant’è, per una volta, essere anche realisti e domandarci cosa va al presidente della Roma  James Pallotta   e alla società Eurnova di proprietà dell’imprenditore Luca Parnasi  e cosa viene a noi dalla realizzazione su circa 90 ettari, che il piano regolatore destina a verde sportivo attrezzato (con un’edificabilità di circa 350 mila metri cubi) di due complessi immobiliari: quello destinato allo stadio (fino a 60 mila posti), impianti sportivi, spazi pubblici e attrezzature per il tempo libero; e quello formato da tre grattacieli alti fino a più di 200 metri e altri edifici destinati ad attività direzionali, ricettive e commerciali (non residenze, che la legge non permette). Il tutto pari a circa un milione di metri cubi, dei quali  quelli destinati allo stadio e ad attività connesse ammontano a circa il 20 per cento, il resto corrisponde agli interventi – privi di rapporto funzionale con lo stadio, un nuovo centro direzionale, cioè,  che costituisce la merce di scambio a compensazione del costo delle opere infrastrutturali necessarie per la fruibilità dell’impianto  che è comunque un intervento privato.  E cosa va all’allenatore Spalletti o al divo Totti che cinguetta: vogliamo il nostro Colosseo moderno e cosa viene ai tifosi di uno sport che in Italia ha perso costantemente spettatori con  una media di presenze  alle partite fra le più basse d’Europa, quando basterebbe attuare la legge sugli stadi e risanare i due già esistenti, impegnando i privati ad investire sui collegamenti su ferro  e sui parcheggi al servizio degli impianti.

È che davvero per essere realisti bisogna chiedere l’impossibile:  sottrarsi agli imperativi del profitto, pensare in bello anziché in grande.

 


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