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Abusati e sgomberati, sotto a chi tocca

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è una vecchia città, capitale di un paese, che fino a qualche tempo fa si sarebbe definito industrializzato e che è stato sede di governo di una superpotenza – niente a che fare con odierni imperi autonominatisi che si arrogano l’incarico di guardiania del mondo e di sacerdozio della civiltà – e che accoglieva i suoi barbari, li annetteva e infine li  integrava, dando loro status di cittadini, li faceva lavorare e combattere in suo nome, certa che era preferibile e ragionevole che facessero parte del popolo romano piuttosto che far lievitare e poi esplodere malanimo e rancore.

E ci sono partiti e movimenti allo sbando. All’inseguimento di fermenti razzisti  e xenofobi estratti da profondità  un tempo rimosse e vergognose, poi legittimati da soggetti politici e istituzionali presenti in un Parlamento che ha sempre di più perduto rappresentanza, occupato a interpretare e testimoniare di interessi privati e laddove gruppi dominanti, corporation, potentati finanziari e i loro sistemi regolatori hanno sostituito gli stati sovrani, servendosi di classi dirigenti sempre più assoggettate a profitto, rendite speculative, ricatti delle lobby.

Sicché eccoli proclamare gli stessi slogan, ostacolare le ruspe contro l’abusivismo ma autorizzare quelle non solo virtuali contro i profughi,  uguali al governo o all’opposizione,  nazionali o locali, nell’adeguarsi al nuovo modello di sicurezza – e della giustizia che ne conseguirebbe – imperniata sulle disuguaglianze e l’iniquità, agitata coi daspo contro immigrati e indigeni parimenti colpevoli di  offendere il comune senso del pudore che si vergogna della miseria e l’ostenta compromettendo decoro e ordine pubblico. Unanimi nel chiedere più militari, più agenti, più carabinieri e pronti alla rinuncia a prerogative e diritti, purché non vengano condizionati quelli al concerto rock, all’apericena, al pergolato della pizzeria.

Come hanno dimostrato di volere le new entry 5Stelle, che procedono a tentoni, a Roma, ma anche a Torino e in città che non godono di altrettanta luce dei riflettori, certamente malevola e viziata da pregiudizio, ma che illumina improvvisazione e inadeguatezza, e come non nasconde un Pd con una sindrome compulsiva di imitazione delle peggiori destre sovranazionali e trasversali alla ricerca di un malsano consenso e in vena di blandizie nei confronti di una plebaglia che ha umiliato e offeso e che ora viene buona per restare in sella in attesa di regole elettorali che ne cancellino definitivamente la volontà e il peso. E che usa come indicatori le esternazioni sugli stessi social che vuole censurare, le vignette e gli insulti che finge di deplorare, per indirizzare la comunicazione e le azioni di amministratori che tirano su muri parimenti abusivi e criminali, quelli delle case non autorizzate e quelli contro gli stranieri, pronti a condonarli tutti in nome di volere di popolo.

C’è un capo della polizia che nell’avviare la doverosa inchiesta disciplinare per una frase tossica ricorda che le forze dell’ordine non possono essere l’ultimo e più esposto anello di una catena di incompetenze, cattive gestioni, incapacità, frustrate e ricattate come sono da trattamenti economici avvilenti,  esposte a rischi e pure al malessere legittimo della gente che se li trova di fronte quando chiede giustizia. Ma dimentica che  se è vero che sono uomini come tutti, loro per primi, e lui che li dirige, dovrebbero esigere di poter essere messi in grado di garantirla la giustizia, di essere meglio degli altri, scevri da pregiudizi, liberi da intimidazioni in modo da non ritorcerle contro indifesi e vulnerabili.

E c’è una sindaca che è stata votata essenzialmente per regalarci quelle smorfie stupefatte, quelle facce livide  e livorose dei tanti sorpresi allora e qualche mese dopo dalla rivelazione di non essere immuni dallo scontento, che era forse finita la loro era, che in tanti non credevano più alle loro promesse, incapaci perfino di regalarci i sogni illusori del cavaliere, portatori solo di cancellazione di garanzie e diritti, che i regali e i premi per loro andavano solo a banche, cordate distruttive e corruttrici.

Che ha goduto di una sospensione del giudizio perché rompere la continuità con le catene di nefandezze del passato – che quello era il mandato che le era stato dato – era impresa ardua. Ma che ha dimostrato di non saperlo e volerlo fare: gli sgomberi di Piazza Indipendenza fanno parte di una tradizione cittadina che viene da lontano, che ricorda quelli dei campi rom prodotti in forma bi partisan da Veltroni e da Alemanno, l’indifferenza per i richiedenti asilo e i rifugiati mostrata da sindaci del centro sinistra, nel silenzio delle agenzie Onu e dei loro celebrati portavoce, quando erano kosovari o bosniaci, confinati per chissà che affinità etnica, nei campi del zingari ai margini della città, scenari avvelenati e implacabili per cruente guerre tra poveri. E pure di quella del probo Marino che ai senza tetto che occupavano le case, promettendo opportune commissioni di indagine, non sapeva far altri che togliere acqua e luce, perché c’è da temere che sia intermittente e arbitraria l’idea che su in alto di colli e palazzi hanno della legalità, come qualcosa che in basso va rispettata e su va negoziata secondo i comandi dell’opportunità, della necessità, dei vincoli di bilancio, dei diktat delle alleanze e delle clientele. E figuriamoci per la sindaca tirocinante in un influente studio legale, che ha fatto pratica di sgomberi al Baobab, all’Alexis, nei centri sociali troppo remoti rispetto ai cittadini del movimento che non vogliono essere né di destra né di sinistra, sprofondando in un  inequivocabile qualunquismo esposto a inevitabili rigurgiti fascisti, razzisti, xenofobi. Della stessa qualità di quelli che animano quel che resta del Pd di Goro, del reatino, di Capalbio, etc., ben nascosti dalla foglia di fico dello ius soli rinviato per ragioni di realpolitik, quelle chi ispirano la nuova forma assunta dall’ “aiutiamoli a casa loro”, con le oscene alleanze a fini colonialisti con dittatori e tiranni sanguinari, con la cooperazione a suon di sfruttamento e rapina.

Siamo sulla stessa barca, dicevano un tempo i precursori del Jobs Act, i sacerdoti del collaborazionismo tra aguzzini e vittime in nome di una pace sociale basata sulla tutela di uno status quo e della salvaguardia dei privilegi dell’establishment. Non è vero: adesso chi ha, ha tolto perfino i barconi e le scialuppe dei disperati, sperando di salvarsi dal naufragio che ha prodotto. E chi ha ancora un tetto, dovrebbe aiutare chi non ce l’ha, profughi o terremotati, occupante senza casa o ospite che dopo tre giorni puzza, perché tra poco sotto lo stesso cielo potrebbe capitare anche a lui.

 

 

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La funzione politica del pomodoro marcio

uova-marce-monti2L’era televisiva con i suoi artefatti e la scomparsa del giornalismo in grado di fare domande appropriate, ha messo in crisi la funzione politica degli ortaggi o della uova che costituivano da sempre l’antitesi reale alla tesi vacua e bugiarda del politico trombone. Sostituiti dal battipanni che serve a togliere la polvere dal giornalismo a tappetino e rinnovarlo dopo ogni caduta nel servilismo, stanno però ritornando ad essere strumento di lotta politica.

E’ accaduto ieri quando il premier in visita ai terremotati dell’Emilia si è preso una bordata di cibi scaduti quasi quanto lui per aver fatto mancare qualsiasi aiuto, anche il poco che poteva derivare da una moratoria dell’Imu su case diroccate. “Vergogna” e “buffone” gli hanno gridato, consolidando l’urlo con la tangibile rappresentazione allegorica di cosa pensano di lui. Ma bisogna dire che uova e pomodori marci, sono ben lontani dalla realtà, da quel sobrio populismo che spara bugie infantili come fossero nasi di Pinocchio sputati sulla folla.

Il signor  Monti infatti ieri ha detto agli emiliani che “Non è stato possibile posticipare il pagamento delle tasse. Non c’era la copertura finanziaria. Mi dispiace, abbiamo fatto tutto il possibile viste le limitatissime risorse dello Stato che stava per fallire”. Già salvo garantire sostanziosi prestiti (si fa per dire)a Mps e miliardarie operazioni di ritorno con J.P, Morgan per un totale di 8 miliardi. Ma nemmeno 24 ore più tardi aver fatto finta di sanguinare per  i sacrifici assolutamente necessari inflitti ai terremotati, lo stesso personaggio al sicuro degli studi televisivi del La 7 ha fatto la sua bella campagnuccia elettorale facendo sperare in detrazioni di Imu, Irap e Irpef.

Così mentre a metà dicembre l’ultima rata dell’Imu tra Modena e Reggio Emilia doveva essere assolutamente pagata, pena il fallimento dello stato, adesso ad appena un mese di distanza si fa intendere che le varie imposte possano essere limate e diminuite per tutti. E questo nonostante i maggiori impegni di bilancio dovuti al fiscal compact e le incerte entrate causate dalla recessione. In un Paese appena decente non ci sarebbe scampo: o quest’uomo non è in grado di pensare o ritiene che i suoi concittadini non siano in grado di farlo. Ma visto che siamo in Italia dove la razionalità assume una forma quantistica di indeterminazione e dove nessuno osa fare domande alle teste di legno quando hanno il potere, la proposizione “non è possibile diminuire le tasse, perciò diminuirò le tasse” trova la compiacenza di Heisenberg servili che non sembrano notare la stonatura lancinante in questa campagna elettorale da Mario nel Paese del meraviglie.

Ecco ma se dietro lo specchio ci fossero pomodori ultra maturi da spiaccicare sulla faccia del mentitore, fosse solo per amore del decoro e della dignità, forse ci verrebbero risparmiate queste deplorevoli bugie. Deplorevoli in quanto menzogne, ma ancor più per la loro sfacciata evidenza  nonostante costituiscano gli spari a salve per la triste e trita festa mediatica attorno ad ogni palese sciocchezza. Eh si mai la dieta mediterranea farebbe meglio.


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