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La vecchia Corrida e le generazioni della domenica

1453372629611corrida_640Ho appreso per puro caso, leggendo le scritte scorrevoli sotto un programma, che dopo molti anni la Rai si appresta a riproporre una nuova serie della Corrida e, sebbene sia stato un programma che ho sempre odiato, anche prima che si ibridasse con la volgarità del televisivo berlusconiano, sono rimasto piacevolmente colpito da questo ritorno che potrebbe anche suonare come un piccolo, minimo segno di rinsavimento. Rivedere finalmente allo sbaraglio dilettanti che orgogliosamente si dichiarano tali al posto di presuntuosi  e sedicenti talenti creati in studio con tutta la tecnologia disponibile per fare scena è una consolazione perché ammette il dilettantismo e non lo spaccia per capacità o creatività come per gli spettacoli di questo tipo. In realtà la trasmissione nata mezzo secolo fa in radio da un’idea che Corrado Mantoni aveva in qualche modo rubato a Cesare Zavattini, ha portato alla ribalta molta più capacità ed estro di non quanto non ne abbiano diffuso i talent standardizzati e omologati al basso che servono solo a fungere da carne da cannone per uno squallido universo marchettaro che va dalle discoteche alle cucine: dopotutto dalla vecchia Corrida sono usciti fuori personaggi come Neri Marcorè, Gigi Sabani o Emanuela Aureli.

Naturalmente non è di palinsesti che voglio parlare, ma dei sintomi che essi esprimono e della pandemia neoliberista di cui soffre il Paese. Scuole  sempre peggiori e sempre più orientate non alla cultura personale, ma all’addestramento a un lavoro privo di diritti, l’aspirazione unica al denaro e all’apparenza, il culto della fisicità più idiota come ubi consistam,  l’insaziabile consumismo di eventi e personaggi da un minuto, assenza di prospettive, hanno creato non solo in Italia, ma in tutto l’occidente una società di dilettanti da usare e buttare, riconquistare con l’ultimo giocattolo, sedurre con i lustrini della comunicazione di massa, con qualche momento di vita in cambio dell’atarassia sociale. Solo pochissimi sono consapevoli che occorre molta fatica per acquisire la capacità di dire qualcosa di nuovo, di intelligente e di originale in qualsiasi campo e ancor meno sono quelli che sono disposti ad affrontare un iter così difficile anche avendone le possibilità. Abbiamo generazioni della domenica che fanno dell’approssimazione e del dilettantismo ontologico, del resto teorizzato dai salmi della flessibilità e della precarietà, una religione obbligata nel momento in cui si accorgono che le promesse nelle quali sono stati allevati non erano che illusioni. E in cambio sempre più adolescenti della upper class pretendono di fare l’operazione contro la miopia, perché si sa portare gli occhiali potrebbe non sbalzarli nell’empireo dell’immagine.

Così si spera in qualcosa di numinoso che dalla polvere porti agli altari e nel frattempo si nascondono le piaghe con molte diverse strategie: quella di negare l’angoscia e il contesto che la provoca dicendosi felici così, la miserabile astuzia di travestire sotto altisonanti cartigli anglofili la modestia delle posizioni e delle responsabilità, la rincorsa a miracolosi quanti inutili master forniti dal Cepu globale, che ha trasformato alcune università in vere e proprie Lourdes della pseudo cultura, il vagheggiare la famosa emigrazione all’estero che poi regolarmente si arena nei pub o nei casi in cui si hanno le spalle ben coperte si trasforma con ridicola tracotanza l’incompetenza in una risorsa. Si tratta di salvagenti per la sopravvivenza interiore visto che da molti anni sono state rimosse chirurgicamente le prospettive di cambiamento e lotta sociale, che la cultura si è infantilizzata in modo spaventoso, il gusto si e ridotto a tendenza del momento o ad eccentricità, che non vi sono più insomma gli strumenti per affrontare e risolvere la  disforia tra l’identità che viene imposta alle classi popolari dall’esterno e la possibilità per queste ultime di permettersela se non metaforicamente. Dunque occorre continuare a sognare senza svegliarsi e sedarsi con i gadget che permettano di sembra diversi da ciò che si è e cercare di di vivere al di sopra dei propri mezzi, delle proprie competenze e anche dei propri talenti, se proprio vogliamo agganciarci a quei “ceti aspirazionali” che bazzicano in varia forma nel mondo della cultura, che consumano messaggi e ambiguità nell’illusione di essere elite.

Per quello mi piace che qualcuno finalmente dica e proclami di essere un dilettante e non un talento straordinario: é come un bagno termale in una realtà che ancora dopotutto esiste.

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Telegatto alle primarie

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Se le indagini statistiche non fossero delle ormai proverbiali patacche, se i rilevatori di opinione non fossero dei mercenari senza scrupoli, potrebbe rivestire un certo interesse l’analisi delle motivazioni che hanno animato gli “elettori” alle primarie del Pd, sia pure inferiore a quello che riserveremmo al voto per Raz Degan all’Isola dei Famosi o di quello espresso per talenti certamente più promettenti dei candidati dei gazebi, tanta è la distanza siderale che separa le loro contese, le loro promesse e le loro ambizioni dalla politica della vita.

Comunque anche senza il sostegno para scientifico  delle società sondaggiste, pare che siamo ancora – ma solo per un po’ – liberi di azzardare qualche ipotesi sul partito che occupa militarmente l’esecutivo con l’appoggio di una genia di incompetenti, indagati, inadeguati e impresentabili e sui suoi fan che ieri si sono presentati sia pure a ranghi ridicolmente ridotti agli stand della ditta, compresi quelli che nei social network si sono espressi con le più stravaganti  precisazioni esibite come atto di indomita esibizione di coraggio civile e di intrepida rivendicazione di civismo. Diciamo la verità, sono i peggiori: incuranti di dare suffragio il 30 aprile ai killer del lavoro il giorno prima della sua funebre commemorazione sancita del Jobs Act, quanto strafottenti nel riporre in opportuno dimenticatoio la sconfitta del loro Si acquiescente e supino a 5 giorni dalla festa che dovrebbe celebrare la possibilità non dismessa di un riscatto e quella ancora più necessaria di   assumersi la responsabilità di cambiare, rovesciando i rapporti di forza, contrastando la guerra di classe che i ricchi conducono contro gli sfruttati. Si, sono i peggio perché le loro ragioni “morali” sono ancora meno plausibili di chi ha votato Macron – che quelli almeno non l’avevano già provato come invece è successo a chi ha voluto scriteriatamente rinnovare la sua fiducia a Renzi e alla sua accolita –  preferendo alle montanti destre radicali europee,  un candidato di una “diversamente” destra ancora più esuberante e  più estrema, e il suo programma di fedele e cieca continuità con le politiche di austerità e di privatizzazione, che ha riscosso  il sostegno delle istituzioni europee, di buona parte dei governi nazionali – da Renzi a Tsipras, passando per la Merkel – e ovviamente dei mercati finanziari, che hanno espresso la loro approvazione attraverso un immediato rialzo delle borse e dell’euro.

Sono imperdonabili comunque: sono quelli che si sarebbero allineati  e  “piegati” obtorto collo  a votare i podestà del Pd al secondo turno per non  dare consenso ai 5Stelle, essendosi guardandosi bene dall’esprimersi per qualche Mélenchon o Sanders locale e contribuendo così all’infame propaganda azionata contro il “voto inutile”; sono quelli che alimentano la finzione della preferibilità di un organismo brulicante di vermi dopo la nemmeno troppo lunga agonia di circoli, sezioni, luoghi del confronto e della militanza, di una cerchia tenuta insieme da interessi privati, arrivismo e fidelizzazione intorno a una leadership vergognosamente incapace alla possibilità di contribuire ad un’alternativa; sono quelli che sperano di trarre rassicurazioni e vantaggi anche solo emotivi e psicologici, dall’appartenenza, dall’essere riconosciuti e ammessi al clan e ai benefici che ne derivano, accontentandosi delle promesse di qualche briciola, spaventati dalla terribile possibilità di doversi esporre, di assumersi oneri e responsabilità, di godere di una autonomia e di una libertà che non si vuol conoscere perché richiede coraggio, compreso quello di  rinunciare alle scorciatoie delle   utili conoscenze, dei favoritismi miserabili, delle spregevoli clientele.

Non c’è da avere indulgenza nemmeno per neo masochisti, tantomeno per certi arcaici “punitori di se stessi”, talmente incurvati sotto il peso di ricatti e intimidazioni, estorsioni e minacce, talmente sconfitti da sperare che il rafforzamento e la vittoria, sia pure micragnosa, di un capetto mafioso incaricato del pizzo possa rabbonire il racket degli esattori, diminuire l’entità della “stecca”. Neppure per chi offre in sacrificio la memoria di un’adesione morale oltraggiata dal tradimento di un mandato, passata per la cancellazione della storia di un movimento e dei suoi luoghi deputati, della sua tradizione di sinistra, respinta come colpevole misoneismo, derisa come un arcaico bagaglio utopistico incapace di misurarsi col futuro, offesa dall’aspirazione alla “liquidità” disorganizzativa foriera dell’affermazione di un leader assoluto, dalla oppressione del confronto interno tanto che per qualche superstite la speranza si chiamava Cuperlo, costretta alla sovrapposizione del partito con un esecutivo sempre più vorace, sempre meno fedele alla vocazione di tutela di diritti e garanzie, sempre più “impopolare” se ha fatto sua la missione di ridurre sovranità, uguaglianza, solidarietà e democrazia per sottomettersi a diktat padronali.

Che almeno la nomenclatura, fatta di amministratori locali, di quel pulviscolo di piccoli interessi periferici, non poi troppo dissimili dal “mondo di mezzo”, sarà andata a votare per guadagnarci qualcosa. Ma perfino quelli, si direbbe, hanno preferito al plebiscito la gita fuori porta per godersi un po’ di sole prima che ce lo proibiscano perché potrebbe ricordarci troppo la speranza nell’avvenire.


Noi sì che valiamo

autostimaNon contiamo un amato un cazzo, ma in compenso valiamo. Valiamo come acquirenti di shampo, come animali da consumo, come ammiratori incondizionati  di supposti “talenti”, come vittime di serie televisive, come citrulli dello chef, come mandrie da cinema e automi di telefonino. E’ la moderna antropologia occidentale che anestetizza attraverso il desiderio continuamente stimolato come fossimo topi da laboratorio, la condizione di servi della gleba del nuovo medioevo. Come cittadini siamo ridotti a zero, siamo indispensabili solo come indiretti produttori di profitti altrui, eppure non siamo in grado di svolgere la matassa di inganni e di inautentico che ci avvolge, anzi partecipiamo come comparse piene di entusiasmo e trepidazione al grande spettacolo. In ogni caso pensiamo positivo e invece di chiederci perché siamo precari o di lavoro non ne abbiamo proprio, disoccupati, perché le retribuzioni si fanno minuscole e le pensioni sono in pericolo costante, perché la ricchezza finisce solo in poche mani. non ci passa nemmeno per la mente di agire di conseguenza e porre un argine al masacro, preferiamo l’autoinganno  non riuscendo ovviamente a superare decenni di esposizione al consumismo, all’egotismo, al conformismo e all’alienazione. Al culto dell’io nelle sue forme più tristi.

Così il disoccupato preferisce inventarsi un lavoro, il licenziato diventa consulente, la cameriera manager nel campo della ristorazione, il cuor contento pilota di droni, il protervo a una dimensione si accalca alle selezioni televisive di qualunque tipo e il venditore porta a porta si trasforma in imprenditore. Tutto questo pare più adeguato all’ideologia corrente, mentre l’analisi della propria condizione e delle sue cause è qualcosa divenuto sospetto: sum ergo non cogito. Queste le cose le conosciamo, le vediamo ce le raccontiamo come un groppo in gola che non vuole proprio andare giù. Ma uscire dalla rete del consenso è difficile ancor più che per i branzini perché un disarmante circolo vizioso chiude l’orizzonte: più siamo mediocri, più ciò che consumiamo diventa mediocre, e rassomiglia a un pastone per il truogolo del consenso, più attingiamo a questa fonte e più diventiamo miseri: ci facciamo fanatizzare come bambini da musica scritta al computer, assentiamo pensosi all’arte che ci viene suggerita da un meccanismo di arricchimento commerciale, siamo disposti a pensare che qualunque gadget banale sia un avanzamento tecnologico, le più trite ideuzze divengono  incensate starup, battiamo le mani al talento che appena vent’anni fa sarebbe sembrato un dozzinale dilettante, viviamo immersi  nell’immagine creata dal foro stenopeico della moda e del mercato che poi detta i suoi criteri anche al discorso pubblico e politico che mai era stato così rozzo, quasi primordiale come oggi, nel quale le parole stesse sono state svalutate a spiccioli buoni per ogni occasione e per ogni stagione o schieramento. E del resto cosa ci si potrebbe aspettare se in anni e anni di produzione, serie pseudo politiche sulle quali si forma la mentalità degli adolescenti e degli adulti mentalmente coetanei, non riescono ad esprimere un solo, unico, miserabile concetto politico?

Alla fine questa falsa dinamicità, questa autoreferenzialità del sistema  non produrrà che un mondo scadente e grossolano, fondato sull’auto menzogna e sulle illusioni. Anzi lo sta già producendo da tempo mettendo le basi per il declino occidentale. Talvolta  con esisti esilaranti come i presuntuosi brand fatti e pensati integralmente altrove, comprese le tecniche di stampa dei medesimi sugli oggetti del desiderio o le esultanze per l’ingresso nel settore spaziale dei privati, oggetto di un battage senza precedenti in Usa, salvo scoprire che questi utilizzavano i fondi di magazzino dell’industria spaziale sovietica, venduti a caro prezzo  nonostante fossero modernariato degli anni ’60. Ma insomma basta vedere l’uniformità soffocante dalla quale siamo schiacciati per accorgersi cosa si muove dietro lo specchio.  Cioè, absit iniuria verbis, dietro di noi che non ce ne accorgiamo impegnati come siamo ad amarci, a “fittarci” e affittarci senza requie.

 


I talent della marginalità

SGA-Talent-webChe dire oggi? La scelta è immensa, spazia dall’attacco di diarrea renziana che annuncia la campagna elettorale del guappo e del suo tutore per il referendum costituzionale, all’accusa circostanziata fatta dal premio Pulitzer, Seymour Hersh, riguardo al famoso attacco con il gas sarin  Siria: si sarebbe trattato di un accordo fra Usa, Turchia e Quatar  come pretesto per l’invasione del Paese, una tesi ormai avallata da molti analisti, ma che oggi vede Hillary Clinton come tessitrice dell’accordo di morte. Ma non  avendo nulla da aggiungere a questa infernale commedia rispetto a quanto ho letto, ho deciso di parlare tanto di me. Ieri sono stato tentato di iscrivermi alle selezioni per una di quelle sagre di talenti che pur annegate in patetici titoli ammerregani  non sono altro che la vecchia corrida rispolverata e corretta dagli assidui copiatori d’oltreoceano, dove all’irrisione paesana di un tempo si sostituisce tutta la meticolosa serietà che gli anglosassoni attribuiscono alle cazzate.

Ero e sono curioso di vedere come va, di respirare quell’ambiente, anche se non so cosa potrei fare, magari recitare Dante decentemente e  senza aspirare le “C” come certi guittoni d’Arezzo o magari strimpellare qualche strumento meglio di tante band armate di provincialismo senza speranza e persino fare la besciamella. Ma non è questo che importa: la mia curiosità nasce dal cambiamento sociale e antropologico denunciato dall’evoluzione della vecchia corrida ai talent di oggi. Qualcuno potrebbe pensare  che una volta nelle mani di cinici presentatori finivano i marginali destinati ad essere sbranati dal pubblico, mentre ora arrivano talentuosi pieni di sogni che vengono lisciati dalle giurie in parte formate da attrezzi della stessa pasta che hanno avuto più fortuna, in parte sottomesse all’altare televisivo , all’unanimità prone al format e agli autori.

A prima vista potrebbe sembrare che ci sia stata una grande evoluzione rispetto alle forme primitive di un tempo, ma a guardare con attenzione dentro questo caleidoscopio si scopre invece che le forme corrispondono a una profonda involuzione sociale. La marginalità di un tempo, i piccoli sogni di gloria e di protagonismo coltivati al di fuori del lavoro e della vita di relazione, ora è diventata il maistream delle speranze, il centro di tutte le possibilità per il presente e il futuro. Per questo una volta, quando il lavoro magari grigio e faticoso prima o poi si trovava e soprattutto aveva diritti e dignità, lo strumento televisivo era diretto a sottolineare senza misericordia ingenuità e stonature di aspirazioni accessorie , mentre oggi nella società dei voucher tutto è teso a dare la maggiore plausibilità possibile alle esibizioni, cosa che del resto viene facile visto che con i mezzi di cui si dispone oggi anche un barboncino può cantare l’Aida.  La marginalità è diventata il mainstream della vita e dunque viene spettacolarizzata.

La speranza è che solo ballando e cantando, raccontando barzellette o facendo sfoggio di abilità circensi, si possa esprimere un talento apprezzabile e monetizzabile, che non valga la pena di dedicarsi a percorsi di conoscenza e di studio -fatta eccezione per economia e comunicazione, l’ultima spiaggia degli asini – o di battersi per esprimere qualcosa che vada al di là della fruibilità episodica. Del resto lo stesso significato di talento è quello di una propensione ancora priva di basi e retroterra, è solo una promessa che deve passare al vaglio della fatica e di una selezione non effimera e spesso teleguidata . Ma oggi c’è l’illusione di poterla farla fruttare indefinitamente senza mai mantenerla.


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