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Le nuove Lourdes

ETIEN062Cercasi Nicola disperatamente. Ma chi è costui? Non un uomo baciato dalla fortuna, ma uno che si è costruito futuro e benessere grazie a una fede intemerata nel sistema, uno che ha visto la luce e abbandonato le stampelle della precarietà e della disoccupazione come il miracolato di Lourdes: ora lo possiamo vedere effigiato in varie pose accanto ad un aliante, che non si sa bene cosa c’entri, ma fa tanta “riccanza” presso i lotofagi della contemporaneità. Nicola ha 46 anni e fino a cinque anni fa era in cassa integrazione come operaio in una non specificata fabbrica di non specificato settore, poi come colpito sulla via di Damasco ha scoperto il trading on line e adesso guadagna regolarmente dagli 8000 mila euro al mese, in su.  Gli è bastato richiedere una guida gratuita che spiega il gioco di borsa, iscriversi  a una piattaforma di trading  e tutto è cambiato nel giro di poche ore. E questo può accadere a chiunque ci creda davvero o almeno questo è ciò che viene suggerito. Se poi le cose vanno male, pazienza, sarà per un’altra volta, si vede che non hai fatto le cose con amore.

Chi dice che i miracoli appartengano solo al sacro? Essi appartengono anche alla sfera del profano, anzi a dirla tutta oggi appartengono principalmente a questa sfera: siamo pieni di miracoli e di sogni che possiamo realizzare credendoci, non ribellandoci allo sfruttamento, anzi ricercandolo come sacrificio necessario, come prova di infallibile fede nel pensiero unico, nei suoi profeti, nei suoi sacerdoti e nelle sue guardie. Se invece si rimane nel dubbio, se siete il germe dell’incredulità si insinua dentro di voi nulla si potrà realizzare, non potrete buttare via le stampelle come lo storpio davanti agli altari. non sarete pieni di grazia e di azioni. Così sono costretto a correggermi: non è che i miracoli siano diventati parte della dimensione terrena e quotidiana della vita, ma è quest’ultima ad essere divenuta sacra. Non avrai altro dio al di fuori di essa. Ovviamente la storia di Nicola,una delle centinaia, migliaia, milioni, di apologhi di questa nuova evangelizzazione neo liberista, non esiste è un’invenzione pubblicitaria ed è altrettanto improbabile di una madonnina che piange, anzi a pensarci bene non è altro che una delle più banali incarnazioni della  della crescita infinita o della sindrome del giocatore ignaro che i casinò esistono solo perché il banco vince sempre.

Tuttavia visto che non è più possibile, come un tempo, trasferire il premio della sopportazione e della subordinazione in un ‘ipotetico altro mondo, occorre che esso sia raggiungibile in vita dove sarà possibile congiungersi alle schiere angeliche degli azionisti. Certo, come in ogni culto che si rispetti, esso deve essere accompagnato da grazie minori che non sono al di fuori delle leggi della matematica e della fisica come la crescita infinita o il moto perpetuo, ma sono premi in pegno di un futuro che per quanto improbabile lascia le testimonianze della sua esistenza: sono gli oggetti di consumo più ambiti che una volta agguantati rinnovano le speranze e favoriscono la reificazione del Sè nell’oggetto. Ma è come la mela di Adamo ed Eva, se non la cogli sei un pirla, ma una volta addentata l’eden scompare e dovrai soffrire almeno fino a che col sudore della fronte non ci sarà qualche altro frutto da desiderare. Tutti viviamo immersi dentro questo animismo di mercato che si sia “atei” o credenti fino al martirio della precarietà, accettata come giusto sacrificio. Poi arriva un qualche San Nicola dall’empireo della pubblicità, che porta doni inattesi e ci indica la strada del paradiso. A cui cui accendiamo anche candele di devozione, mentre se la spassa con l’aliante.

Ecco come siamo messi, se possiamo credere all’impossibile o ancor meglio se vogliamo credere all’impossibile ci aspetta sempre l’inferno o il purgatorio


La vecchia Corrida e le generazioni della domenica

1453372629611corrida_640Ho appreso per puro caso, leggendo le scritte scorrevoli sotto un programma, che dopo molti anni la Rai si appresta a riproporre una nuova serie della Corrida e, sebbene sia stato un programma che ho sempre odiato, anche prima che si ibridasse con la volgarità del televisivo berlusconiano, sono rimasto piacevolmente colpito da questo ritorno che potrebbe anche suonare come un piccolo, minimo segno di rinsavimento. Rivedere finalmente allo sbaraglio dilettanti che orgogliosamente si dichiarano tali al posto di presuntuosi  e sedicenti talenti creati in studio con tutta la tecnologia disponibile per fare scena è una consolazione perché ammette il dilettantismo e non lo spaccia per capacità o creatività come per gli spettacoli di questo tipo. In realtà la trasmissione nata mezzo secolo fa in radio da un’idea che Corrado Mantoni aveva in qualche modo rubato a Cesare Zavattini, ha portato alla ribalta molta più capacità ed estro di non quanto non ne abbiano diffuso i talent standardizzati e omologati al basso che servono solo a fungere da carne da cannone per uno squallido universo marchettaro che va dalle discoteche alle cucine: dopotutto dalla vecchia Corrida sono usciti fuori personaggi come Neri Marcorè, Gigi Sabani o Emanuela Aureli.

Naturalmente non è di palinsesti che voglio parlare, ma dei sintomi che essi esprimono e della pandemia neoliberista di cui soffre il Paese. Scuole  sempre peggiori e sempre più orientate non alla cultura personale, ma all’addestramento a un lavoro privo di diritti, l’aspirazione unica al denaro e all’apparenza, il culto della fisicità più idiota come ubi consistam,  l’insaziabile consumismo di eventi e personaggi da un minuto, assenza di prospettive, hanno creato non solo in Italia, ma in tutto l’occidente una società di dilettanti da usare e buttare, riconquistare con l’ultimo giocattolo, sedurre con i lustrini della comunicazione di massa, con qualche momento di vita in cambio dell’atarassia sociale. Solo pochissimi sono consapevoli che occorre molta fatica per acquisire la capacità di dire qualcosa di nuovo, di intelligente e di originale in qualsiasi campo e ancor meno sono quelli che sono disposti ad affrontare un iter così difficile anche avendone le possibilità. Abbiamo generazioni della domenica che fanno dell’approssimazione e del dilettantismo ontologico, del resto teorizzato dai salmi della flessibilità e della precarietà, una religione obbligata nel momento in cui si accorgono che le promesse nelle quali sono stati allevati non erano che illusioni. E in cambio sempre più adolescenti della upper class pretendono di fare l’operazione contro la miopia, perché si sa portare gli occhiali potrebbe non sbalzarli nell’empireo dell’immagine.

Così si spera in qualcosa di numinoso che dalla polvere porti agli altari e nel frattempo si nascondono le piaghe con molte diverse strategie: quella di negare l’angoscia e il contesto che la provoca dicendosi felici così, la miserabile astuzia di travestire sotto altisonanti cartigli anglofili la modestia delle posizioni e delle responsabilità, la rincorsa a miracolosi quanti inutili master forniti dal Cepu globale, che ha trasformato alcune università in vere e proprie Lourdes della pseudo cultura, il vagheggiare la famosa emigrazione all’estero che poi regolarmente si arena nei pub o nei casi in cui si hanno le spalle ben coperte si trasforma con ridicola tracotanza l’incompetenza in una risorsa. Si tratta di salvagenti per la sopravvivenza interiore visto che da molti anni sono state rimosse chirurgicamente le prospettive di cambiamento e lotta sociale, che la cultura si è infantilizzata in modo spaventoso, il gusto si e ridotto a tendenza del momento o ad eccentricità, che non vi sono più insomma gli strumenti per affrontare e risolvere la  disforia tra l’identità che viene imposta alle classi popolari dall’esterno e la possibilità per queste ultime di permettersela se non metaforicamente. Dunque occorre continuare a sognare senza svegliarsi e sedarsi con i gadget che permettano di sembra diversi da ciò che si è e cercare di di vivere al di sopra dei propri mezzi, delle proprie competenze e anche dei propri talenti, se proprio vogliamo agganciarci a quei “ceti aspirazionali” che bazzicano in varia forma nel mondo della cultura, che consumano messaggi e ambiguità nell’illusione di essere elite.

Per quello mi piace che qualcuno finalmente dica e proclami di essere un dilettante e non un talento straordinario: é come un bagno termale in una realtà che ancora dopotutto esiste.


Sognare, forse dormire: ricerca e spot

TMQhEcXrLa strana e deviante antropologia liberista si insinua dappertutto, pure negli angoli insospettabili dal punto di vista umano, anche se alla fine frutto di un’idea di mercato che applica la beneficenza e l’appello del buon cuore a diritti inalienabili e universali come quello alla salute e alla cura. Forse a tutti sarà capitato in questi mesi di vedere lo spot Telethon sui bambini affetti da gravi malattie genetiche. E forse tutti abbiamo sentito la madre di uno di questi bambini, reale o attrice non è dato sapere, la quale  recita le parole del copione pubblicitario, e immaginando il suo bimbo libero da patologie dice che avrebbe dovuto “insegnargli solo a sognare” e non a misurarsi con la malattia.

Ora, al di là del contesto specifico che tuttavia la mette  in rilievo, questa idea che una madre debba insegnare ai figli solo a sognare non si sa che cosa poi e non a essere persona tra le persone, non a coltivare un qualche valore, non ad essere cittadino, ma solo  a vivere nel vacuo carcere dei sogni individuali è  davvero aberrante. Probabilmente passa inosservata perché la malattia è certo un grande peso, ma ritenere che la normalità sia di per sé una condizione che assolve dalle responsabilità di una educazione, che esclude la responsabilità e  la fatica di vivere, che viene semplicemente aggiunta alla folla di sognanti e  desideranti lascia desolati, anche perché rappresenta un messaggio preciso che viene lanciato in maniera subliminale. Che forse commuove al momento, ma che è anche completamente auto contraddittorio perché a forza di coltivare sogni personali si arriva al punto di dover ricorrere alla beneficenza, alla charity proprio per combattere la stessa malattia e con poteri pubblici che possono permettersi in virtù di questo, di lesinare colpevolmente risorse.

Con effetti tra l’altro spiacevolissimi perché la raccolta fondi ha un costo elevato e la loro gestione comporta la creazione di una burocrazia ad hoc che alla fine finisce per assorbire una gran parte delle donazioni: secondo Telethon (che vale la pena ricordalo è un’organizzazione completamente privata) queste spese ammonterebbero al 27 per cento del totale, ma la promessa di tanta trasparenza è appannata dall’irreperibilità dei bilanci che vengono citati, ma non mostrati. In realtà le cose sono parecchio più complicate perché spesso si agisce a fianco delle aziende farmaceutiche e non è ben chiaro cosa significhi nel concreto e nei singoli casi finanziarie una ricerca, quanto questo sia rivolto direttamente ad affrontare una patologia o gli specifici problemi che essa pone o quanto invece sia destinato a finanziarie pubblicazioni, carriere, ranking, brevetti privati, consulenze e via dicendo, dunque sono destinate  a operazioni parallele per così dire a volte lontanissime dagli scopi finali, altre volte già dimostratesi dei vicoli ciechi. Sta di fatto che alcuni calcolano in un 35% ciò che effettivamente va alla ricerca in quanto tale.

Insomma la “macchina” finisce per assorbire molta parte delle donazioni, cosa che del resto accade non solo per Telethon, ma anche per le analoghe organizzazioni di questo tipo, alcune delle quali beccate a investire i denari in azioni, obbligazioni, fondi comuni che forse saranno terapeutici per la finanza, ma non per i malati. D’altronde si tratta di un modello di mercato ormai universale nel quale si pretende che le sollecitazioni del buon cuore o l’appello a ambigue e pelose responsabilità aziendali, sostituiscano di fatto i diritti e il contratto sociale insiti nell’azione pubblica, contribuendo psicologicamente a distruggere l’idea di welfare. In compenso possiamo sognare: per esempio non di vincere Masterchef, ma di vivere in una società dove non sia possibile che uno Stato solo per alleviare le sofferenze di una banca spenda una cifra equivalente a dieci volte quella che ha raggranellato Telethon in un quarto di secolo e dunque a 20 o trenta volte quanto è andato effettivamente alla ricerca. O magari in una  dove la sanità pubblica funzioni al meglio senza essere taglieggiata dalla politica da una parte e umiliata dai profitti privati dall’altra.  Ma sospetto che non siano questi i sogni di cui si parla nello spot.


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