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Silvio e i maledetti socialisti

img1024-700_dettaglio2_berlusconi_video_messaggioLa domanda più intelligente non è venuta dalla ciurma dei notisti politici, ma da Barbara Berlusconi, direttamente rivolta agli uomini del Pd, impegnati in questi giorni ad essere intransigenti nelle dichiarazioni e possibilisti nei corridoi: “Se considerano Silvio Berlusconi un delinquente, perché hanno fatto con lui gli ultimi due governi?”. E’ una bella domanda e forse bisognerebbe chiedere a Renzi che è l’esperto di quiz. Già, perché? Per la crisi che del resto è al suo sesto anno, mentre s’intravvede una seconda ondata,visto che secondo gli allarmi lanciati in Usa la “ripresina” in alcuni Paesi è dovuta a una nuova bolla di crediti inesigibili?

E’ incredibile che ci si venda come balsamo contro il declino, l’associazione a un bandito che è poi il principale colpevole del delitto, cantando inni a una stabilità da magliari che prosegue nel cammino di immobilismi, smarrimenti e corruzione. Tanto più che la consociazione di fatto alla luce della demolizione del welfare e dell’umiliazione del lavoro risale a molti anni fa. Nessuno in effetti lo potrebbe credere, nemmeno quei poteri che ci stanno imponendo il suicidio in nome di interessi altrui e che appunto sono felicissimi della situazione. Per cui con buona pace della rampolla Barbara, quando il Cavaliere ha letto sul gobbo il passaggio del discorso (scritto, pare, da Capezzone) in cui si dice che il Pd vuole arrivare al socialismo per via giudiziaria, solo gli scemi del villaggio, allevati dalla televisione non si sono scompisciati.  Anche perché parecchi dei personaggi che compongono il puzzle democratico, non hanno nulla da invidiare al tycoon quanto a spirito conservatore e nullità politica.

La stabilità messa in piedi da Napolitano è quella della menzogna continua, quella in cui il governo, per esempio, gioca a morra cinese con l’Imu e con l’aumento dell’Iva, ben sapendo che l’anno prossimo agli italiani toccherà sia l’iva più pesante, sia un’Imu ribattezzata, ma più alta e addossata anche a chi non ha alcuna proprietà. Maledetti socialisti…

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Tav Firenze: il terrorismo dell’onestà

tav-firenze-586x389Qui ormai bisogna fare come i pescatori e abituarsi a infilare le mani nei sacchi delle camole, ossia delle larve di mosca: non c’è giorno che un nuovo verminaio non venga alla luce e oggi campeggia quello tra la ex governatrice dell’Umbria, Maria Rita Lorenzetti, attualmente presidente Italferr e le vicende dell’alta velocità a Firenze, comprensiva  di facilitazioni al clan dei Casalesi nello smaltimento dei materiali dei cantieri. Una tessitura di favori e candidature tra aziende, politici e familiari dei medesimi, imprese opache che beveva da un’unica fonte: i soldi pubblici.

L’ennesima storiaccia insomma che vede la Lorenzetti agli arresti domiciliari, ma una cosa colpisce tra le intercettazioni in mano ai magistrati: il fatto che un dirigente del settore ambiente, perplesso di fronte alle strane manovre attorno allo smaltimento dei materiali, sia stato definito “terrorista” per la poca disponibilità a stare al gioco. E’ una parola ben strana rispetto al contesto, ma singolarmente è la stessa che emersa nelle settimane scorse in merito alle posizioni e alle azioni di Gianni Vattimo ed Erri de Luca, sentiti e sospettati di far parte della “congiura” contro la Tav Torino – Lione.

Certo la parola terrorismo ormai è la più inflazionata del mondo ed è un utile feticcio per ogni tipo di esportazione di democrazia e di terrore vero, ma è significativo che essa ormai venga usata – nel nostro cortile – per designare persino chi si oppone alle malversazioni e a quel giro di denari, favori, tangenti che ormai accompagna come l’ombra di banco qualsiasi opera grande o piccola che sia. Quasi che fare resistenza alle manovre opache o all’aperto malaffare sia inconsciamente avvertito come un atto contro l’ordine sociale e le sue regole, e costituisca una forma di lotta politica che si serve della violenza. Non solo quella delle manifestazioni, dei sit in, della resistenza passiva o attiva, ma anche e forse soprattutto di quella gravissima del no. Dire no ai maneggi è ormai sentito come un’intollerabile insubordinazione al potere costituito, un gravissimo pericolo per la rassicurante complicità, un attentato incendiario contro la cattiva coscienza.

E’ complotto, terrorismo condannare Berlusconi, secondo i fedeli del cavaliere, ma lo è anche fare domande, avere dubbi, non stare al gioco dell’omertà che ormai è la polpa della classe dirigente. Significa fare violenza contro le rendite, i cespiti, le posizioni, i redditi costruiti secondo queste regole. A forza di guardare dall’altra parte l’onestà è divenuta terrorismo.


Il presidenticchio dell’Italicchia

Fulminato sulla via di Arcore

Fulminato sulla via di Arcore

Napolitano si aggrappa a un governicchio per la cui sopravvivenza ogni ambiguità è lecita; il sistema politico si aggrappa e si nasconde dietro un presidenticchio sul cui spirito di casta non è lecito avere dubbi; l’opinionicchia si barcamena con qualche giochetto di prestigio, si esercita nella scienza della clementologia applicata. E tutti insieme finiscono per cadere a precipizio nel discredito e in una drammatica futilità: sono le cronache di un’Italicchia ormai votata a un inarrestabile declino.

Il Quirinale ha ritenuto di dover intervenire per dire che il governo dei rinvii e delle zero idee  è di così vitale importanza da meritare la ricerca di qualche marchingegno per garantire l’agibilità politica del suo ex editore, ossia di Berlusconi. Meglio – ha fatto capire – se non si tratta della grazia che tuttavia non viene esclusa come ultima spiaggia nel baratto tra il condannato e una presunta salvezza del Paese. Non ci sono dubbi su questo e tuttavia il fatto che il Colle non abbia apertamente e immediatamente aderito alle richieste del Pdl lo fa apparire degno di lode agli occhi di qualcuno, specie dalle parti dove regna come un senso di colpa nell’aver alimentato le soluzioni abborracciate e inique messe in piedi negli ultimi due anni.

Ma cosa doveva dire Napolitano perché il suo intervento fosse riconosciuto chiaramente come un appello alla salvezza di Silvio? Travestirsi da Cavaliere e proclamare l’innocenza del corpo mistico berlusconiano? Contestare la sentenza?  Presentarsi già con un provvedimento di grazia motu proprio per il condannato? C’è un limite invalicabile della decenza il cui confine può essere attraversato solo nella notte delle allusioni e delle notazioni fra le righe. Il fatto è che Napolitano in via di essere proclamato santo subito da Scalfari, è stato il più berlusconiano possibile nel suo aulico intervento. Prima ha legittimato il dissenso e la contestazione da parte del Pdl della sentenza della Cassazione che colpisce una eminente personalità di governo, dando ancora spazio e credibilità alla strumentale guerra politica – magistratura nella quale siamo vissuti nel ventennio di Silvio, poi ha accennato alla possibilità di mutare la pena detentiva in pena pecuniaria, poi ha ricordato che la grazia o la commutazione della pena può essere concessa anche in assenza di una specifica domanda. Insomma ha fatto sapere al sistema politico di essere con Berlusconi, invitandolo a prendere atto della situazione e di metterci una pezza in qualche modo. Per buona grazia ci ha fatto anche sapere che « il Capo dello Stato non può prescindere da specifiche norme di legge, né dalla giurisprudenza e dalle consuetudini costituzionali». E vorrei pure vedere. Ma in realtà questo significa che l’illegalità del tycoon dovrà essere assolta e sterilizzata nell’ambito di una legalità e di una produzione legislativa che a questo punto appare deformata ed ambigua.

Come si faccia a non interpretare tutto questo come un clamoroso assist a Berlusconi, mi rimane misterioso. Almeno quanto le armi che il Cavaliere ha nei cassetti per ricattare e terrorizzare il sistema politico e  anche le più alte istituzioni. Lo avevo già detto: chi si trovasse in  una tale condizione di “sequestro” dovrebbe dimettersi invece di farsi rieleggere. E davvero farci la grazia almeno di questo.

 


Marina grandi marche

marina-berlusconiDa giorni mi chiedo cosa ci sia di strano o di scandaloso nella probabile successione di Marina Berlusconi al Cavaliere condannato e trovo anzi inopportuno che non si faccia anche il nome di Pier Silvio per qualche ministero importante, magari quello della erre moscia che galvanizzerebbe pure i montiani. La successione ereditaria è nella cultura del Paese, vige alla Rai come all’Enel, nei ministeri come nella banche, nelle Università come negli studi legali, nei media come nell’edilizia: è la piaga da decubito di una società che giace nell’immobilismo da rendita o in quello da paura.

Perché mai allora Marina B. non dovrebbe subentrare al padre in un partito di stampo padronale che funge da finanziaria politica per le aziende del gruppo? Cosa vi sarebbe di stravagante in una successione al potere dentro una concezione che non vede differenza tra il governo di un Paese e quella di un’azienda? Berlusconi infatti viene votato nella catastrofica e ingenua convinzione che un imprenditore sia l’ideale per raddrizzare le sorti di Italia Spa. Poi diciamolo francamente che differenza ci sarebbe nel puntare su una Santanché dentro una politica che bada soprattutto alla roba di famiglia? L’occhio del padrone ingrassa il cavallo.

Del resto figli, mogli e nipoti sono abbondanti in tutti gli emicicli parlamentari a cominciare dall’Udc  che si è fatto il partito in casa per finire allo stesso Pd che alle ultime elezioni ha candidato un invidiabile dispay di “eredi”: Marietta Tidei, Daniela Cardinale, Flavia Nardelli, Giuseppe Lauricella, Francantonio Genovese, Simone Valiante, Valeria Fedeli, Maria Chiara Carrozza per citare solo le parentele dirette, altrimenti si fa notte.

La successione è dunque nello spirito del berlusconismo, sia che lo si veda come anomalia che ora viene normalizzata e perpetuata dalla nuova e santa alleanza delle larghe intese, sia che lo si veda come autobiografia del Paese. Perciò lo scandalo non è Marina Berlusconi, ma il declino italiano che fa da detonatore finale alle sue storture e alle sue arretratezze e al quale non potrà essere posto rimedio se non con cambiamenti radicali, come dimostra anche il fatto che abbiamo un premier nipote e un presidente succeduto a se stesso in tarda età non avendo un’adeguata figliolanza.

Marina Berlusconi poi non è solo “figlia di”, ma è anche un brand indispensabile per sfruttare la fidelizzazione dell’elettorato, è il fustino che lava più bianco o il frollino fatto da Banderas. E’ la “grande marca”. Aspettiamo solo il nipote di Mubarak.


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